I moti indiani del 1857 (, ossia "Guerra di liberazione dell'India, 1857") furono una serie di azioni di ribellione armata sfociata in una grande rivolta generalizzata contro il Company Raj, l'oppressivo potere coloniale esercitato dalla Compagnia britannica delle Indie orientali sul subcontinente indiano.

La ribellione si sviluppò fra i primi del 1857 e la metà del 1858. La rivolta è nota prevalentemente nelle fonti britanniche e occidentali come rivolta dei Sepoy, rivolta indiana del 1857, Great Indian Mutiny o Indian Mutiny ("ammutinamento indiano"), mentre nelle fonti indiane (in Lingua hindī e Lingua urdu) viene definita Prima guerra d'indipendenza indiana o Prima guerra di liberazione indiana.

La ribellione ebbe inizio con l'ammutinamento di gran parte delle truppe sepoy dell'esercito anglo-indiano del Bengala e si estese maggiormente nell'area centro-settentrionale dell'India, con propaggini nel meridione. Dopo i primi segni di un crescente malcontento nel gennaio 1857, una rivolta su scala più ampia esplose nel maggio 1857 e si trasformò in quella che può essere definita una guerra aperta nelle regioni indiane coinvolte.

Questo conflitto si manifestò verso la fine del dominio diretto della Compagnia britannica delle Indie orientali, e che portò al governo diretto delle autorità britanniche (Raj britannico) sulla maggior parte del subcontinente indiano nei successivi 90 anni, malgrado alcuni Stati conservassero un'indipendenza nominale sotto i rispettivi Raja, ossia re.

Espansione britannica in India La Compagnia britannica delle Indie orientali assunse il controllo del Diwani in Bengala dopo la vittoria nella battaglia di Plassey nel 1757, sotto la guida di Robert Clive. La sua vittoria nella battaglia di Buxar nel 1764 assicurò anche il controllo del Nizamato del Bengala. In seguito al decreto chiamato Permanent Settlement del Bengala poco tempo dopo, la Compagnia cominciò impetuosamente a espandere l'area sotto il proprio controllo in India.

Nel 1845 la Compagnia operò per ampliare il suo potere sulla provincia del Sindh dopo una crudele e cruenta campagna di Charles James Napier. Nel 1848 la seconda guerra anglo-sikh ebbe luogo e la Compagnia prese il controllo anche della provincia del Punjab nel 1849, dopo che l'Esercito britannico dell'India (British India Army) ebbe guadagnato una vittoria a duro prezzo ai danni dell'esercito della Khalsa, che era stato tradito dai ministri kashmiri Dogra Lal Singh e Gulab Singh (che non erano Sikh). Nessuno degli altri principi sikh aiutò il governo di Lahore. A dimostrazione del loro apprezzamento, i britannici fecero Gulab Singh Maharaja del Kashmir, che faceva parte del Punjab. Gulab Singh era già maharaja di Jammu e Ladakh e i britannici gli affidarono la provincia del Kashmir per 75 lakh. Nel 1853 Nana Sahib, il figlio adottivo di Baji Rao, l'ultimo Peshwa Maratha, si vide negare i suoi titoli e bloccare il suo appannaggio.

Nel 1854 il Berar fu annesso ai domini della Compagnia. Nel 1856 identica sorte conobbe lo Stato di Awadh.

Cause La guerra ("guerra di indipendenza" per le fonti indiane, "rivolta" per le fonti britanniche) ebbe varie cause politiche, economiche, militari, religiose e sociali. Oltre alle unità indiane dell'esercito della Compagnia britannica delle Indie orientali, buona parte della resistenza provenne dall'antica aristocrazia, che vedeva il proprio potere sempre più eroso da quello britannico.

I sepoy - dal termine bengali shepai, a sua volta derivante dal persiano sepāh (soldato); usato per designare i militari indiani dell'esercito del Bengala - avevano numerosi motivi di risentimento e ostilità verso la Company Raj, essenzialmente a causa della distanza razziale persistente tra gli ufficiali britannici e le truppe indiane e dal comportamento razzistico degli europei verso i nativi.

Si racconta, ad esempio, che in occasione dell'arrivo di nuovi fucili ad avancarica Enfield dall'Inghilterra, il cui caricamento avveniva mordendo una cartuccia per strappare l'involucro di carta ed estrarre la pallottola da infilare nella canna, i Sepoy avessero chiesto di quale animale fosse il grasso che facilitava l'operazione: nel caso fosse stato grasso bovino, infatti, ciò avrebbe contravvenuto alle regole religiose dei soldati hindu, se suino a quelle dei soldati musulmani. La risposta infastidita degli ufficiali britannici (i nativi, come del resto negli altri eserciti coloniali britannici fino agli anni '60, non potevano aspirare a diventare ufficiali) fece ritenere alla truppa che la Compagnia disprezzasse le loro tradizioni.

Contrasti Alcuni indiani giunsero a credere che i britannici intendessero convertirli con la forza o ricorrendo al sotterfugio (ad es. inducendoli a perdere la loro casta di appartenenza a favore del Cristianesimo). Questa idea non fu forse del tutto infondata, dal momento che in quel momento fra i britannici era forte il richiamo alla visione evangelica del cristianesimo, e numerosi ufficiali della East India Company avevano tentato di convertire i loro Sepoy. Ciò fu fortemente scoraggiato dalla Compagnia, che era consapevole del potenziale focolaio di contrasto rappresentato dalla religione.

La dottrina dell'estinzione, parte della politica britannica di espansione, ne risentì peraltro grandemente. Se un governante feudale non lasciava un suo erede maschio ottenuto attraverso processi naturali (ad es. suo figlio, non un ragazzo adottato), il territorio diventava proprietà della Compagnia britannica delle Indie orientali. In otto anni James Broun-Ramsay, I marchese di Dalhousie, che in seguito sarebbe diventato Governatore generale dell'India, annetté numerosi reami, fra cui Jhansi, Awadh o Oudh, Satara, Nagpur e Sambalpur, aggiungendo  km² di terra al territorio della Compagnia. La nobiltà, i proprietari feudali e gli eserciti reali si trovarono disoccupati e umiliati. Anche i gioielli della famiglia reale di Nagpur vennero pubblicamente messi all'asta a Calcutta, una mossa che fu vista come un segno di spregevole mancanza di rispetto dal resto dell'aristocrazia indiana. In aggiunta, l'esercito del Bengala della Compagnia delle Indie orientali aveva reclutato numerosi uomini nell'Awadh. Costoro non avrebbero potuto rimanere indifferenti allo scontento che li accompagnava nel ritornare a casa.

Gli Indiani erano ostili al rigido governo messo in piedi dal Regno Unito, che s'era imbarcato in un progetto di rapida espansione e di occidentalizzazione che, sebbene fosse ben chiaro per i vantaggi che esso avrebbe potuto arrecare, era nondimeno imposto con la forza, senza alcun riguardo per la tradizione e la cultura indiana, di antichissima data. Ad esempio, i cambiamenti introdotti dai britannici, come il mettere fuori legge la pratica del Sati (l'immolazione rituale volontaria delle vedove sulla pira funeraria del marito defunto) e i matrimoni fra bambini, costituivano in ogni caso un divieto per gli arcaici usi religiosi indiani ed erano visti come passi compiuti in direzione di una forzosa conversione al Cristianesimo.India Rising: Introduction website del National Army Museum britannico

Il sistema giudiziario era considerato intrinsecamente iniquo verso gli Indiani. Nel 1853 il Primo ministro britannico Lord Aberdeen aprì l'Indian Civil Service agli indigeni indiani. Tuttavia questa riforma fu considerata da alcuni appartenenti ai circoli culturali dell'India come insufficiente. Il Libro Blu ufficiale (intitolato East India (Torture) 1855-1857) che fu presentato alla Camera dei comuni nel corso delle sessioni del 1856 e 1857, rivelò che ai funzionari della Compagnia era accordata una serie notevole di possibilità di ottenere un giudizio d'appello nel caso essi fossero stati imprigionati o accusati di brutalità e di crimini contro gli Indiani. La Compagnia praticava anche estorsioni finanziarie attraverso un pesante sistema di tassazione. Il mancato pagamento di tali tasse nella maggior parte dei casi comportava invariabilmente l'espropriazione della proprietà del moroso.

Tuttavia alcuni storici hanno suggerito che l'impatto di queste riforme sia stato assai esagerato, dal momento che i britannici non avevano le risorse per imporle, nel senso che lontano da Calcutta il loro effetto era trascurabile.Eric Stokes, “The First Century of British Colonial Rule in India: Social Revolution or Social Stagnation?”, Past and Present №. 58 (Feb. 1973) pp. 136-160 Questa non era peraltro l'opinione nutrita dagli stessi britannici dopo il 1857: al contrario essi attenuarono progressivamente il loro programma di riforme e accrebbero la distanza razziale fra europei e nativi indiani, cercarono però al contempo di ammansire l'alta borghesia e le famiglie aristocratiche, specialmente quelle di religione islamica, che erano state le maggiori istigatrici della rivolta del 1857. Dopo il 1857, gli Zamindari (funzionari feudali regionali) divennero meno oppressivi, il sistema delle caste divenne più accentuato e la divisione comunitaria fra indù e musulmani divenne marcata e appariscente, cosa che numerosi storici immaginano fosse dovuto in gran parte agli sforzi britannici di mantenere divisa la società indiana. Questa tattica era ed è nota come quella del Divide et impera.

Un'altra importante causa della ribellione fu l'atteggiamento irrispettoso nei confronti dell'Imperatore Mughal, Bahādur Shāh I. Lord Dalhousie, il governatore generale dell'India al tempo, aveva insultato l'imperatore chiedendo a lui e ai suoi discendenti di lasciare il Forte Rosso, il palazzo imperiale di Delhi. In seguito, Lord Canning, il successivo Governatore Generale dell'India, annunciò nel 1856 che ai successori di Bahādur Shāh non sarebbe mai più stato consentito di usare il titolo di Re. Simili scortesie furono avvertite chiaramente e sfavorevolmente dal popolo e dai vari governanti indiani.

Economia

La Compagnia britannica delle Indie orientali era una compagnia di esportazioni di notevole peso e fu la più o meno forza occulta che stava dietro la colonizzazione dell'India. Il potere della Compagnia fu costruito in circa 150 anni. Dai primi del 1693, l'esborso annuale per "donativi" politici fatti a uomini politici al potere nel Regno Unito raggiunse la notevolissima somma di sterline. Come contraccambio della sua opera di corruzione nei confronti del Governo britannico, alla Compagnia fu concesso di operare sui mercati esteri nonostante il fatto che le importazioni di seta a basso costo dal Sud-Est asiatico, di cotone e di altri prodotti danneggiassero i mercati e gli affari interni britannici. Dal 1767, la Compagnia fu obbligata a sottoscrivere un accordo che comportava il versamento annuale da parte sua di sterline al ministero britannico del Tesoro.

Dal 1848, tuttavia, le difficoltà finanziarie della Compagnia giunsero a un punto tale che l'ampliamento dei suoi affari comportava necessariamente l'ampliamento massiccio dei territori dominati dalla Gran Bretagna nell'Asia meridionale. La Compagnia cominciò a metter da parte i diritti dei principi indiani e ad avviare un processo d'annessione di più d'una decina di Stati governati dai loro Raja indipendenti, tra il 1848 e il 1854. In un articolo pubblicato sul New York Daily Tribune il 28 luglio del 1857, Karl Marx notava che "... nel 1854 il Berar, che aveva una superficie di miglia quadrate di territorio, una popolazione che era tra i quattro e i cinque milioni e che vantava enormi tesori, era stato conquistato con la forza".