Biografia Menandro, figlio di Diopite e di Egestrata,Cronologia, in Menandro, Dyscolos, Milano, BUR, 2001, p. 19. sarebbe stato allievo di TeofrastoDiogene Laerzio, V 36. e compagno di efebia di Epicuro. Probabilmente proprio tramite loro, Menandro entrò in contatto con Demetrio Falereo, consolidando con lui un'amicizia che, secondo le fonti, gli procurò qualche problema politico dopo che Demetrio I Poliorcete lo ebbe rovesciato nel 307.Diogene Laerzio, V 79.
Menandro esordì nel teatro nel 321 circa,Girolamo, Chronicon, 1696. e nel decennio seguente si affermò come prolifico commediografo. Sebbene autore di poco più di cento commedie, ebbe poca fortuna in vita: vinse, infatti, solo otto volte gli agoni comici.
Mosse quindi i primi passi nel mondo del teatro ad Atene, settant'anni dopo la morte di Aristofane. La società greca aveva in quel lasso di tempo subito cambiamenti di portata storica enorme: vivendo in un periodo in cui la polis e la sua centralità egemonica erano divenuti un mero ricordo del passato, per il commediografo ateniese è difficile riprendere i temi di una commedia farsesca e satirica in termini politici, l'Ellenismo era un periodo in cui il ruolo predominante dell'intellettuale non si concretizzava nella partecipazione attiva alla vita politica in senso stretto, bensì nell'intrattenimento di un pubblico elitario e selezionato.
La produzione menandrea, quindi, mal si adatta all'interesse politico, bensì intende attuare un'indagine sull'uomo, non attraverso il lanternino di Diogene, ma attraverso uno squarcio nel quotidiano da cui possiamo tutti noi trarre i tratti più veri e autentici dell'individuo comune, «uno dei tanti», che costituisce però la quasi totalità del genere umano.
Cacciato Falereo, Menandro riuscì a evitare di essere processato grazie all'intercessione di Telesforo, un cugino di Demetrio I Poliorcete, nuovo signore di Atene. Rimase sempre legato ad Atene, città che non abbandonò mai, nonostante gli fossero state offerte occupazioni in molte corti di sovrani, tra cui quella del re d'Egitto Tolomeo I e quella macedone. Alcuni giustificano questa scelta con la probabile relazione tra Menandro e un'etera di nome Glicera, ma la reale esistenza di questo legame è stata messa fortemente in dubbio.Lo studioso Alfred Körte (1866-1946) ha scoperto come le fonti citino una sola etera con quel nome, ad Atene, attestata quando Menandro era ancora un bambino, e ha inoltre fatto notare che Glikera è il titolo di una delle commedie menandree, onde la probabile origine dell'equivoco; vedere inoltre la citata Cronologia, in Menandro, Dyscolos, Milano, BUR, 2001, p. 20.
Menandro morì intorno al 291,IG, XIV 1184. secondo alcuni annegando mentre nuotava nelle acque del Pireo, presso Atene.Ovidio, Ibis, 591 ss. Un passo di Pausania sostiene che la tomba del commediografo si trovava sulla via che dalla città conduceva al porto.Pausania I 2, 2.
Commedie Di Menandro erano note nell'antichità 108 commedie,Suida, μ 589. Traduzione inglese disponibile su otto delle quali avevano riportato la vittoria negli agoni drammatici ateniesi.Apollodoro di Atene, Cronaca, fr. 43. Traduzione inglese disponibile su Nei manoscritti, invece, erano giunte solo le Sentenze, una raccolta di aforismi di saggezza popolare dalle sue commedie, tutte in un solo verso (monostiche), sulle donne, l'amicizia, l'educazione, la fortuna.
Le opere di Menandro a noi note per intero sono solo due: Il misantropo, rappresentata nel 316 a.C., e La donna di Samo, sostanzialmente completa (ne manca meno di un quinto, per un totale di 737 versi).
La conoscenza di Menandro dipende, comunque, esclusivamente dalle scoperte papiracee del Novecento, tra cui spiccano un papiro del CairoP. Cair. J 43227. e il codice Bodmer, pubblicato nel 1959. Altri papiri hanno tramandato l'Aspis (Lo scudo; pervenuta per 543 versi su 800 circa)Cfr. Poetae Comici Graeci (PCG), Ediderunt R. Kassel et St. Schröder, Vol. VI 1, Menander. Dyscolus et fabulae quarum fragmenta in papyris membranisque servata sunt, Berlin, De Gruyter, 2022, pp. 3-31.; gli Epitrepontes (L'arbitrato; pervenuta in gran parte, ossia 1140 versi circa)Pp. 127-205 K.-S.; il Misoumenos (L'odiato) di cui restano 996 versi, mutili per il quinto attoPp. 279-318 K.-S.; la Perikeiromene (La donna tosata) di cui restano circa 450 versiPp. 319-354 K.-S..
Di altri drammi restano frammenti più o meno lunghi; fra di essi Il Sicionio423 versi piuttosto mutili nell'edizione di Kassel e Schroder, pp. 409-435., Il Fantasmacirca 210 versi in pp. 437-448 K.-S..
Il mondo poetico e concettuale di Menandro
Umorismo e pensiero Menandro è un comico molto sottile: non genera momenti di pura ilarità, ma sorrisi, tramite un senso dell'umorismo che coinvolge lo spettatore, mettendo in risalto i caratteri veri dell'individuo e non è usato necessariamente per prendere in giro il personaggio in questione.
Un esempio è dato dallo Scudo, in cui è fatto risaltare – soprattutto all'inizio – l'avarizia del vecchio Smicrine che, di fronte alla notizia – che poi si rivelerà fasulla – della morte del nipote Cleostrato, accenna molto più interesse al bottino accumulato e portato in patria dal fedele servo Damo piuttosto che alla descrizione del fatto e al pathos dell'evento.
Si può, dunque, notare che la funzione «derisoria» è praticamente assente: benché il momento comico ci sia, lo spettatore non può che trovare la condotta del vecchio molto immorale, che in questo contesto così diverso dalla vita di tutti i giorni risalta nettamente.
Questa caratteristica fondamentale del teatro menandreo era stata teorizzata precedentemente da Aristotele nella sua Poetica. Il filosofo afferma che la commedia – a differenza della tragedia, con cui condivide il senso della (mimesis) – culmina non nella catarsi (, katharsis), bensì nel ridicolo (, ghelóion). Il ridicolo che non ride delle disgrazie altrui, ma solo di una certa tipologia di persone che – in un modo o nell'altro – se la meritano. Chi viene messo alla berlina non è certo il servo Davo, l'etera Criside () o il ricco Sostrato (), i quali sono i modelli positivi delle vicende, ma l'avaro, il misantropo e l'iroso, i cui comportamenti deplorevoli vengono in qualche modo «esorcizzati» attraverso la funzione apotropaica ed etica del riso. In qualche modo, tutto si potrebbe semplificare con «non comportarti come lui, o ti ricoprirai di ridicolo».
All'interno della vicenda vi sono molti intrecci, causati molto spesso da incomprensioni. L'esempio più notevole è dato dalla Samia, in cui il figlio di Moschione viene attribuito, da parte di madre, all'etera Criside, che conduce inevitabilmente alla cacciata della donna dalla casa del proprio innamorato. Tale struttura confusa richiama un altro concetto fondamentale: quello della Τύχη. Nelle vicende delle commedie, non vi è un ordine razionale delle cose, perché tutto è dettato dal caso. Ogni tentativo per risolvere le difficoltà e sciogliere l'intreccio è destinato a fallire o a non avere alcun riscontro, perché il Caso o crea ulteriore confusione - una parola che viene equivocata dal pensiero umano che è facilmente fallace - o scioglie la vicenda in un modo che nessuno si era aspettato: la caduta in un pozzo () o il ritorno inaspettato di un individuo creduto morto (). Non è una coincidenza, quindi, che sempre nellAspís è la Sorte stessa a rivelare il lieto risvolto della vicenda. Il concetto di non è quindi negativo, perché ogni commedia ha un lieto fine, né tende a screditare la ragione umana. Menandro vuole solo far intendere che nella realtà non c'è nulla di certo, che anche nelle vicende più comuni può accadere di tutto: perciò, più che indagare il trascendente o esercitare l'ingegno in eventi più grandi di lui, si dovrebbe tendere ad esaminare l'uomo e la sua natura (e ciò coincide non solo con il pensiero ellenistico, ma anche con quello sofistico, che proliferava in quegli anni).
Menandro rappresenta nelle commedie un uomo autentico e comune, con i suoi pregi e difetti. Questi ultimi vengono (come abbiamo già avuto modo di dire) amplificati. Il commediografo sperimenta la reazione di questi caratteri e di questi uomini a diverse situazioni, mostrandoci come un individuo di quel genere avrebbe provato e vissuto quell'evento. Tuttavia, l'indagine non è completa, poiché gran parte delle vicende sono avulse da una serenità generale, in cui il sentimento più forte è la tristezza per la morte di un caro, per cui mancano quei grandi sentimenti che sconvolgono l'uomo.
Il commediografo ateniese evidenzia ed auspica il sentimento di unione, fratellanza e amicizia tra gli uomini, i quali non devono combattersi tra di loro o odiarsi per il proprio pensiero, la patria di origine o la condizione sociale. Nelle commedie di Menandro, il ricco e il povero (basti vedere Demea e Nicerato nella Samia o Sostrato e Gorgia nel Dyskolos), il servo e il padrone (Davo e Cleostrato nell'''Aspis) sono messi sullo stesso piano umano, ognuno di loro ha pari dignità e libertà di pensiero. Vi è anche il rispetto nei confronti delle opinioni altrui, come dice anche Cnemone nella parte risolutiva del Dyskolos:
Menandro e Aristofane La commedia menandrea, che influenzerà molto la comicità latina e posteriore, rompe inevitabilmente con la struttura delle commedie aristofanee, soprattutto per motivi sociali. Per comprendere appieno le differenze si deve però distinguere gli ambiti concettuali che le caratterizzano.
In primo luogo, la funzione del teatro. Se, infatti, in Aristofane il teatro esaltava e promuoveva i valori civili della polis e attaccava e metteva alla berlina gli avversari politici, in Menandro serve per un'indagine sociale o per il diletto degli spettatori ed è priva, inevitabilmente, di quella invettiva politica.
Nel teatro di Aristofane l'eroe comico si presenta nella scena come unico e indiscusso protagonista della vicenda, prevaricatore e portavoce della sua idea che è superiore rispetto alle altre: tutto è subordinato al suo pensiero, e persino gli altri personaggi sono utili solo per farne risaltare ulteriormente la passionalità e il carattere. Per esempio nella Pace il contadino Trigeo libera di sua mano - o meglio, con l'appoggio del coro, mancante nella commedia di Menandro - la Pace, reclusa da Πόλεμος (Pòlemos, prosopopea della Guerra), riportando la concordia tra Atene e Sparta (ricordiamo che questa commedia viene scritta e pubblicata nel periodo della guerra del Peloponneso). E quando, tornato in patria vincitore, trova ancora chi traeva giovamento dalla guerra - il venditore di armi, ad esempio - Trigeo lo scredita e lo convince a trovare altra occupazione.
Insomma, è il protagonista stesso che risolve la situazione, la quale non è affatto intrecciata e dettata dal caso come sarà in Menandro. In contrapposizione alla Τύχη (Týche, cioè la Fortuna, nel senso del Caso), vi è invece un ordine razionale degli avvenimenti e delle cose, che coincidono strumentalmente con l'idea intesa dall'autore e protratta con passionalità dall'eroe comico.