Il Chronicon Novaliciense o Cronaca di Novalesa è uno scritto risalente alla metà dell'XI secolo, che narra le vicende dei monaci benedettini dell'abbazia di Novalesa dal 726 al 1050 circa. La narrazione è arricchita con particolari aneddotici e leggendari, non mancando inoltre di far intravedere la realtà sociopolitica del tempo.

La Cronaca è stata scritta a Breme da un monaco anonimo, di cui si hanno poche informazioni, rintracciabili nel testo stesso: apparteneva a una famiglia legata al vescovo di VercelliChron. Nov. V 9: il cronista introduce un breve racconto delle vicende della propria famiglia. e faceva parte del gruppo di monaci mandato a rifondare Novalesa, dopo il suo abbandono all'inizio del X secolo a causa delle incursioni dei SaraceniChron. Nov. V 25. Si potrebbe dedurre che l’arrivo dei Saraceni sia databile attorno all’anno 906, data che il cronista riporta per indicare l’anno della traslazione entro le mura del corpo di san Secondo. Però, il cronista afferma anche che la fuga dinnanzi all’avanzare dei Saraceni avvenne sotto l’abate Donniverto, che ha ricoperto il ruolo di guida del monastero tra il 912 e il 920. Per approfondire, cfr. A.A. Settia, I saraceni sulle Alpi: una storia da riscrivere, pp.127, 129..

Trama L'opera è suddivisa in cinque libri e un'appendice finale:

Libro primo Il primo libro è in gran parte mutilo: dell'originale rimangono unicamente le ultime righe. Il testo, però, può essere ricostruito con frammenti di testimonianze seriori.

La cronaca narra la leggendaria fondazione della chiesa di san Pietro. Ai tempi di Nerone, un piccolo gruppo di cristiani guidati dalla matrona Priscilla, che si dice essere parente dell'imperatore, per fuggire alla persecuzione si rifugia alle pendici delle Alpi. San Pietro successivamente si reca a visitare la comunità dei cristiani per dare loro conforto nell'esilio. Pietro, si dice, si sarebbe fermato più a lungo e avrebbe proseguito anche oltre le Alpi, se non fosse stato obbligato a ritornare a Roma per contrastare l'eresia di Simone Mago. Quando san Pietro fu ucciso, la comunità cristiana esule in Val Susa eresse una chiesa a lui dedicata, san Pietro di Novalesa, e mutarono il nome della località in cui si trovavano, detta Ocelum, in Novalesa (che, secondo la Cronaca, deriva da “nuova luce”).

Per ribadire il nesso tra la chiesa di Novalesa e san Pietro viene raccontata un'altra leggenda, risalente però a un'epoca successiva: una monaca della Gallia, giunta a Roma, riceve per volere divino un osso dell'apostolo, che porta via con sé. Durante il viaggio di ritorno sosta a Novalesa, dove accade un miracolo per convincere un signore lì di passaggio dell'autenticità della reliquia: l'osso, a contatto con dell'acqua, muta questa in vino.

Successivamente viene raccontata la fondazione dell'abbazia di Novalesa, avvenuta per opera dell'aristocratico Abbone nel 726, il quale, morendo, lascia a questa un grande patrimonio.

Il cronista, dopo aver accennato alla futura distruzione del monastero per opera dei Saraceni, presenta la figura dell'abate Eldrado, il quale compie un miracolo: un villaggio chiamato Monastero (oggi Monêtier-les-Bains) e tutta la valle circostante era infestata dai serpenti; l'abate, recatosi al suddetto villaggio, dopo aver pregato, raccolse e radunò tutti i serpenti e ordinò loro di non far più del male a nessuno, cosa che avvenne.

Libro secondo Viene descritta l'organizzazione del cenobio, che segue il dettato della Regola benedettina. Il cronista si sofferma in particolar modo sul divieto per le donne di avvicinarsi al monastero, riportando ciò che aveva udito raccontare da un vecchio: c'è una croce che segna il limite oltre al quale non si può andare e colei che lo supera o viene colpita da un'infermità o muore all'istante. Il cronista inoltre riporta la tradizione per cui Novalesa sia il primo luogo in cui è stato istituito il divieto per le donne di recarsi in un monastero maschile, imitato poi da tutti gli altri cenobi. L'origine di questa prassi è da rintracciarsi in Abbone, il quale, notando che in un monastero a Urbiano i monaci desideravano le donne, decise di fondare il monastero di Novalesa lontano dai centri abitati, al riparo dalle tentazioni, e proibendo alle donne di mettervi piede. Di seguito si racconta un aneddoto che vede entrare in scena Carlo Magno, il grande protettore dell'abbazia. La moglie Berta (nome che però non è attestato altrove) volle guardare dentro al monastero, ma appena giunta davanti alle porte morì.

Il cronista descrive l'ambiente circostante l'abbazia (siamo presso il valico di Moncenisio, luogo di transito di grande importanza strategica) e si sofferma in particolare sul monte Romuleo (l'odierno Rocciamelone) raccontando la leggenda dal sapore eziologico di un re lebbroso di nome Romolo che lo abitava e che vi aveva nascosto un tesoro, introvabile a causa dell'irraggiungibilità della vetta.

Accorgendosi di essersi dilungato troppo a narrare, il cronista ritorna alle vicende dell'abbazia, ricordando il fatto che Abbone decise che l'abate fosse superiore al vescovo all'interno del cenobio e non viceversa (precisazione importante per quanto avverrà in seguito).

Viene poi presentata la figura di Valtario, un monaco ortolano, che si dice fosse stato prima un guerriero invincibile. L'uomo, divenuto vecchio, desidera fare penitenza: per decidere il luogo migliore dove espiare le proprie colpe, si veste da viandante e pone dei campanelli sul suo bastone, che agita durante i suoi pellegrinaggi; trova, però, monaci distratti che durante la preghiera prestano maggiore attenzione al tintinnio che alla recita delle lodi, finché non giunge a Novalesa: al suono delle campanelle, solo un bambino si volta per guardarlo, ma subito viene punito dal precettore. Valtario decide dunque che questo è il monastero giusto per lui. Il cronista si dilunga a raccontare la vita precedente da guerriero, trascrivendo ampi estratti del poema a lui dedicato, il Waltharius. Il racconto termina bruscamente durante lo scontro tra i tre eroi Valtario, Guntario e Aganone, quando questi ultimi notano una fiasca di vino sul cavallo del primo.

Viene raccontato poi un ulteriore aneddoto sul monaco Valtario: i servi del re Desiderio avevano depredato i carri che portavano rifornimento al monastero. L'abate, dunque, chiede a Valtario di andare a recuperarli, esortandolo però a non fare violenza ai ladri, nemmeno se questi dovessero umiliarlo spogliandolo degli abiti monacali; Valtario chiede, qualora dovessero privarlo perfino dei pantaloni, come comportarsi: l'abate, confidando nell'umiltà che avrebbe dimostrato lasciandosi derubare degli altri indumenti, non gli ordina nulla. Valtario parte per la missione, dopo aver recuperato il suo vecchio cavallo; giunto presso i predoni, viene costretto a spogliarsi quasi completamente. Quando però gli intimano di togliersi anche i pantaloni, Valtario li aggredisce con un omero che strappa da un vitello che pascolava lì vicino. Al ritorno a Novalesa, però, viene fortemente rimproverato.

Dopo la sua morte e dopo l'attacco dei Saraceni, si perdono le tracce della tomba di Valtario e del nipote, fino a che una vedova anziana, che era solita raccontare le storie antiche a quanti volevano ascoltare, rivela il luogo del sepolcro.

Conclusasi la lunga narrazione delle vicende di Valtario, il cronista ritorna a sottolineare la grande influenza sul territorio che ebbe Novalesa: nomina alcuni monasteri che erano dipendenti dall'abbazia. Vasti territori erano stati dati al cenobio da Abbone, il quale fece costruire un arco presso la città di Susa (ossia l'Arco di Augusto), su cui fece inscrivere i beni che aveva lasciato in eredità: in questo modo, quand'anche il monastero venisse distrutto, i monaci avrebbero potuto sapere quali possedimenti gli spettassero.

Inoltre, il cronista riporta piccoli aneddoti volti a sottolineare come Novalesa fosse un luogo di santi, prediletto dal Cielo: una processione di beati fa visita di notte al cenobio, alcuni monaci sentono gli angeli cantare, oppure c'è chi, addormentandosi in un campo, si sveglia senza capelli perché ha dormito sulla tomba di un santo.

Libro terzo Dopo aver inquadrato il periodo storico facendo riferimento al regno di Liutprando, viene introdotta la figura dell'abate Frodoino, che si distinse per virtù e che compì molti miracoli. Inoltre, questi stringe un legame particolare con Carlo Magno: quando il futuro imperatore si appresta a scendere in Italia, si ferma a Novalesa e consuma tutte le scorte di cibo. Frodoino, dunque, prega il Signore tutta la notte chiedendo di donargli del cibo per i suoi monaci rimasti senza: il giorno dopo la dispensa fu piena. Venuto a sapere di questo miracolo, Carlo promette al monastero grandi benefici: dopo la conquista dell'Italia, infatti, donerà all'abate la corte di Gabiano e gli affiderà il figlio Ugo.

Continua di seguito la vicenda dell'avanzata di Carlo Magno contro i Longobardi: re Desiderio ne aveva bloccato il procedere a causa delle roccaforti che proteggevano i valichi, ma grazie al tradimento di un giullare longobardo, Carlo riesce a raggiungere Pavia, dove si trova Desiderio, e l'assedia. La figlia del re longobardo, innamoratasi del re franco, gli propone di sposarla, consegnandogli in cambio la città e il tesoro del padre: la principessa apre le porte di Pavia all'esercito, ma viene uccisa calpestata dai cavalli.

Si innesta qui il racconto del ritorno del figlio di Desiderio, Algiso (o Adelchi, nome che non compare però nel Chronicon), che, sotto mentite spoglie, riesce a introdursi alla corte di Carlo e a partecipare al suo banchetto, dove spezza tutte le ossa che gli vengono date da mangiare, lasciando poi la tavola prima degli altri commensali. Carlo, quando si accorge delle ossa frantumate, capisce che a compiere quel gesto minaccioso è stato Algiso e propone a uno dei soldati di inseguirlo e di ucciderlo con l'inganno; l'uomo, raggiunto il figlio di re Desiderio, finge di offrirgli in dono dei bracciali di Carlo sulla punta di una lancia. Comprendendo che non era una dimostrazione di ossequio, ma un tranello, il guerriero longobardo, dopo essersi armato, restituisce la sfida porgendo a sua volta i suoi bracciali da recapitare al re franco. Quando Carlo li riceve, li indossa, ma vedendo che sono tanto grandi da arrivargli fin sulle spalle si stupisce della grande forza dell'avversario, temendola. Algiso si reca dalla madre Ansa a Brescia. A questo punto il cronista, accorgendosi della divagazione, interrompe il racconto e ritorna a parlare della successione degli abati di Novalesa.

Dopo Frodoino viene eletto Amblulfo, dopo il quale diventa abate Ugo, il figlio di Carlo Magno, che diede al cenobio molte terre. In quegli stessi anni Carlo Magno muore e i figli si fanno guerra per la divisione dell'impero. Verrà ritrovato dall'imperatore Ottone III nel suo sepolcro ad Aquisgrana il corpo di Carlo Magno ancora intatto.

Libro quarto Viene eletto abate Eldrado, anch'egli uomo virtuoso che compì molti miracoli, tra cui ridonare la vista a un cieco e fermare un'epidemia.