È considerato il fondatore della poesia barocca, nonché il suo massimo esponente italiano. La sua influenza sulla letteratura italiana ed europea del Seicento fu grande. L'opera del Marino è all'origine di una concezione poetica (marinismo) che andò presto affermandosi in tutti i maggiori paesi del continente, sfociando in correnti letterarie quali il preziosismo in Francia, l'eufuismo in Inghilterra e il culteranismo in Spagna. La straordinaria importanza dell'opera mariniana e l'enorme successo di cui Marino poté godere fra i suoi contemporanei sono ben illustrati dal celebre giudizio di Francesco de Sanctis: «Il re del secolo, il gran maestro della parola, fu il cavalier Marino, onorato, festeggiato, pensionato, tenuto principe de' poeti antichi e moderni, e non da plebe, ma da' più chiari uomini di quel tempo […]. Marino fu l'ingegno del secolo, il secolo stesso nella maggior forza e chiarezza della sua espressione».

Biografia Napoli (1569-1600) Sebbene Giovanni Pozzi, il primo ad avere studiato in modo organico la vasta opera mariniana, abbia posto in evidenza l'influsso esercitato sul poeta dagli ambienti culturali extrapartenopei, non va trascurato che fino all'età di trentun anni Giovan Battista Marino fu stabilmente nel napoletano e che l'incubazione della rivoluzione poetica mariniana, la quale avrà come teatri principali l'Italia settentrionale e la Parigi di Luigi XIII, avvenne nei decenni di formazione trascorsi dal poeta a contatto con l'ambiente culturale di Napoli. Del resto, come ha ricordato tra gli altri Marzio Pieri, la Napoli di fine Cinquecento era tra le più rilevanti città della penisola italiana, e dunque d'Europa: «La Napoli spagnola che tiene in grembo il Marino fino ai suoi primi trent'anni è città feudale e lazzarona, colta e raffinata nei nidi del privilegio, e affamata e paganeggiante nell'universale […]; è, allora come ora, una delle più grandi città d'Italia: una metropoli mediterranea».Così Marzio Pieri nella sezione introduttiva di Come già Benedetto Croce, anche Pieri ricorda inoltre il passo della novella El licenciado Vidriera ("Il dottor Vetrata"), in cui, nel 1613, Miguel de Cervantes scriveva a proposito di Napoli: «Ciudad, á su parecer y al de todos cuantos la han visto, la mejor de Europa y áun de todo el mundo» (Cervantes, Novelas Ejemplares, tomo I, Madrid 1878, p. 239). Un curioso confronto fra la Napoli e la Roma dell'epoca è accennato nel "Ragguaglio XII" della seconda centuria dei Ragguagli di Parnaso di Traiano Boccalini (pubblicati fra il 1612 e il 1613), dove a Luigi Tansillo − con Torquato Tasso uno dei principali anticipatori della stagione poetica mariniana − vien fatto sentenziare che "maggiori erano i borghi di Napoli che Roma tutta" (Boccalini, Ragguagli di Parnaso, in Traiano Boccalini, a cura di G. Baldassarri, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, p. 404).

Le origini: nascita, famiglia, prima formazione <ref>Le principali fonti biografiche sul Marino sono di poco successive alla morte del poeta. Già nell'anno della scomparsa fu pubblicata la Vita del cavalier Marino, descritta dal signor Giovan Battista Baiacca (Venezia, Sarzina, 1625). Sette anni dopo uscì la Vita del cavalier Marino descritta dal signor Francesco Chiaro, canonico napolitano, suo nipote, accompagnata alla prima edizione del poema mariniano La strage degl'innocenti (Napoli, Beltrano, 1632; secondo quanto scrive il Chiaro in una nota apposta in calce alla sua Vita, la biografia del Baiacca non sarebbe che una mera trascrizione dal manoscritto di quest'ultima, dato a suo tempo in lettura al Baiacca, che proditoriamente lo avrebbe dato alle stampe ascrivendosene la paternità). All'anno successivo risalgono tre altre biografie: Breve racconto della vita del signor cavalier Marino, descritta dal signor Giacomo Filippo Camola, accademico umorista, detto l'Infecondo, inserita nella seconda edizione della Strage degl'innocenti (Roma, Mascardi, 1633), Vita del cavalier Marino di Giovan Francesco Loredano, nobile veneto (Venezia, Sarzina, 1633), e Vita del cavalier Giovan Battista Marino, descritta dal cavaliere Francesco Ferrari (Venezia, Scaglia, 1633), anch'essa in appendice a un'edizione della Strage degl'innocenti. La ricostruzione biografica degli studiosi moderni si riconduce in massima parte a questi primi cinque lavori, oltre che alle importanti testimonianze dirette del Marino stesso (su tutte quelle del suo epistolario). Fra le ulteriori fonti secentesche vanno ricordate, la Relazione della pompa funerale fatta dall'Accademia degli Umoristi di Roma (Roma 1626), gli ampi cenni alla figura del poeta contenuti in Dello occhiale di Tommaso Stigliani (Venezia 1627) e soprattutto nelle annotazioni dello stesso Stigliani alla Vita del Baiacca (oggi riproposte in Clizia Carminati, Vita e Morte del Cavalier Marino. Edizione e commento della "Vita" di Giovan Battista Baiacca, 1625, e della "Relazione della pompa funerale fatta all'Accademia degli Umoristi di Roma, 1626", Bologna 2011), e il profilo celebrativo tracciato in Elogi d'uomini letterati di Lorenzo Crasso (Venezia 1666, tomo I, pp. 212-222). Si veda anche, più sotto, il paragrafo Le biografie coeve.</ref>

Giovan Battista Marino nasce a Napoli alle 14 del 14 ottobre 1569,Chiaro, Vita..., p. 4. Sulla data sono unanimi Chiaro, Baiacca e Ferrari. Nella biografia del Loredano il giorno della nascita è spostato, forse per una svista, al 18 ottobre (Loredano, Vita..., p. 2). in una casa di piazza della Selleria (poi chiamata Pendino), la stessa area in cui secondo Francesco De Pietri era nato anche Jacopo Sannazaro.Angelo Borzelli, Il cavalier Giovan Battista Marino, Napoli 1898 (19062), p. 1, n. 4. La ricca monografia del Borzelli resta una delle migliori sintesi dei dati offerti dalle antiche biografie e dal materiale documentario coevo. Il padre, Giovanni Francesco, forse di origini calabresi,A. Borzelli, Il cavalier..., pp. 1 e 207. L'ipotesi deriva dal fatto che il nonno del poeta, anch'egli di nome Giovan Battista, possedeva dei terreni in località Cinquefrondi (a ridosso di Reggio Calabria). è giuresconsulto, non ricco né nobile, ma sufficientemente benestante da mantenersi "in grado onorato";Camola, Vita..., p. 6. Così anche il Ferrari, secondo cui la famiglia Marino viveva "con molta onorevolezza e con qualche commodità de' beni di fortuna" (Ferrari, Vita... p. 66). vanta inoltre una certa dimestichezza con le lettere, non disdegnando di allestire nella propria dimora rappresentazioni di egloge e commedie, alle quali prenderà parte anche il giovane Giovan Battista.Baiacca, Vita..., p. 28. Il nome della madre non ci è giunto; sappiamo solo ch'ella morì prima del 1600, non molto tempo dopo il marito.Borzelli, Il cavalier..., p. 1. Nelleditio princeps delle sue Rime, parte seconda, madriali e canzoni, pubblicata a Venezia per i tipi del Ciotti nel 1602 (ma limprimatur data al gennaio 1601), il poeta dedica alla madre le ampie strofe di una dolente ode funeraria (la canzone XIV, "Torno piangendo a riverir quel sasso"), in cui accenna anche alla recente scomparsa del padre (al v. 26: "piansi, non è gran tempo, il padre estinto"). Giovan Battista è il primo di sette figli. Da una sorella maggiore, Camilla, coniugata al medico napoletano Cesare Chiaro, nascerà Francesco Chiaro, che divenuto canonico a Napoli per interessamento del celebre zio, ne sarà poi biografo e legatario.A Francesco il Marino lascerà in legato testamentario i mobili e le suppellettili della casa, fra i quali Cesare Chiaro, aprendo un lungo contenzioso legale con Giovanni Battista Manso, si adopererà per far includere anche le carte e le opere inedite del poeta scomparso (cfr. Borzelli, Il cavalier..., pp. 208-209).

Il piccolo Giovan Battista riceve i primi rudimenti di grammatica dall'umanista Alfonso Galeota,Così le antiche biografie di Chiaro, Camola, Ferrari e Loredano (quella del Baiacca parla genericamente di un "maestro"). Lo pseudo Traiano Boccalini indica invece il precettore in un "Domenico Peppi" (cfr. Traiano Boccalini, Lettere politiche e istoriche, in La bilancia politica di tutte le opere di Traiano Boccalini, parte terza, Castellana [i.e. Châtelaine presso Ginevra], Widerhold, 1678, p. 132. L'attribuzione al Boccalini degli scritti, assai poco boccalininani, contenuti nel volume è opera del curatore, Gregorio Leti). che lo introduce allo studio del latino e ne segnala ben presto al genitore l'ingegno non comune.Sulla reale competenza del Marino nella lingua di Virgilio ironizzerà Gaspare Murtola: "Bisognava rispondermi in latino / nel vïaggio di Mantoa, e non restare / stupido e muto come fra' Stuppino" (G. Murtola, La Marineide, "Risata prima", vv. 9-11; cfr. anche le "Risate" XIII, vv. 116 e segg., XVII, vv. 15-16, XXIX, vv. 7-8, e XXX", vv. 12-17). Al ragazzo non viene invece impartita alcuna nozione di greco, lingua che, come ricorderà Tommaso Stigliani, il Marino ignorerà per tutta la vita.Cfr. Clizia Carminati, Vita e Morte..., p. 95. Del resto il Marino non avrà né l'opportunità né, forse, la costanza di condurre regolari studi letterari e il suo profilo rimarrà, per più di un verso, quello di un umanista incompiuto.Oltre che a personali manchevolezze ciò andrà imputato anche alla temperie, in via di profondo mutatamento. Si pensi all'effettiva formazione culturale di altre importanti figure della scena letteraria europea tra XVI e XVII secolo, come Lope de Vega o William Shakespeare.

A dispetto del vivo interesse mostrato dal figlio per gli studi letterari, ben presto Giovanni Francesco obbliga il figlio a seguire quelli giuridici.Stando al Chiaro, dal 7 gennaio 1583 (Chiaro, Vita..., p. 5). Per tale imposizione e per ciò che ne seguirà, il poeta serberà nei confronti del padre un bruciante e durevole risentimento: "Cominciarono le mie sventure quasi nel principio della mia vita," scriverà in una lettera al Manso, "da colui che m'aveva data la vita, ch'in ciò solo il riconobbi per padre. Mi disgraziò, mi discacciò, mi perseguitò".Lettere del cavalier Giovan Battista Marino. Gravi, Argute e Familiari. Facete e Piacevoli. Dedicatorie, Venezia, Baba, 1673, p. 36 (La lettera fu scritta a Torino nel 1612; cfr. G. B. Marino, Lettere, a cura di M. Guglielminetti, Torino 1966, p. 125). Ancora nel Canto IX (stanza LXIX) dellAdone il poeta ricorderà amaro: "Più d'una volta il genitor severo, / in cui d'oro bollian desiri ardenti, / stringendo il morso del paterno impero, / 'studio inutil', mi disse, 'a che pur tenti?'. / Ed a forza piegò l'alto pensiero / a vender fole ai garruli clienti". Nel 1586, infatti, Giovan Battista si lascia definitivamente alle spalle − forse senza averlo completatoBorzelli, Il cavalier..., p. 4, n. 1, osserva che sebbene fino al 1591 nel Regno di Napoli l'età prescritta per addottorarsi era di diciassette anni, la constatazione di frequenti abusi indusse il viceré a elevare il termine a ventun anni (ordinanza, peraltro, non sempre rispettata). − lo studio delle leggi. Il padre, indispettito dall'insistenza del giovane nel coltivare, in segreto, la passione per la poesia, si risolve a negargli il generoso sostentamento e più avanti a cacciarlo di casa.

L'Accademia degli Svegliati e i mecenati napoletani