Fu beatificata da papa Pio VI nel 1782 e proclamata santa nel 1988 da papa Giovanni Paolo II.
Biografia Della vita di Santa Eustochia Smeralda si apprende molto da uno scritto biografico redatto da una sua consorella, suor Iacopa Pollicino, che rimase a lei sempre legata durante la sua vita. L'opera fu realizzata due anni dopo la salita in cielo della santa e ripubblicata negli anni quaranta del XX secolo
La nascita e l'adolescenza Smeralda, al secolo Smeralda Calafato, fu la quarta di sei figli. Suo padre era Bernardo Calafato, un ricco mercante messinese . Il vero nome del padre pare fosse Bernardo Cofino che era nominato Calafato perché era calafatore cioè un catramatore di barche mentre la madre, Mascalda Romano Colonna, era una donna di fede che trasmise alla figlia già in tenera età.
Nell'anno in cui Smeralda venne alla luce, la città di Messina fu colpita da un'epidemia di peste. I suoi genitori, per sfuggire alla pestilenza, decisero di recarsi fuori dalla città, presso il vicino Villaggio della SS. Annunziata oggi rione della città, e lì, presso una mangiatoia, Mascalda la diede alla luce il 25 marzo 1434, giovedì santo e giorno dell'Annunciazione.
Si tramanda che sin da piccola la sua bellezza non passasse inosservata. Sua madre la indirizzò verso la pratica religiosa verso cui Smeralda si sentiva molto attratta ma il padre e i fratelli volevano che si sposasse. E così all'età di 11 anni la fecero fidanzare con Nicolò Perrone (o “de Perrono”), un mercante di 35 anni il quale, però, morì nel 1446 alla vigilia delle nozze. Due anni dopo, nel 1448, fu promessa sposa ad un altro giovane, ma anche lui morì e prima ancora di conoscerla. Vincendo così le resistenze della famiglia, il padre le promise di farle costruire un convento al proprio ritorno da un viaggio in Sardegna. Bernardo venne a mancare appena arrivato a destinazione e la fanciulla dovette superare nuovamente le resistenze dei fratelli sino all'entrata in monastero nel 1449.
La chiamata divina Questi avvenimenti pur traumatici per Smeralda erano preludio che la sua vita e il suo cuore fossero destinati a mete celesti: all'età di 14 anni ebbe la chiamata del Signore. Come si apprende dagli scritti di Suor Iacopa, un giorno si trovava a passeggiare presso il suo luogo natale ed entrò in una piccola chiesa che era l'eremo di San Nicola. Lì dentro ebbe una visione di un'atmosfera caliginosa e vide i santi improvvisamente muoversi luminosi rispetto agli altri oggetti e a tutto il resto che rimaneva in una coltre di buio. Colpita da tale esperienza, sentì di abbandonarsi incondizionatamente al Signore e di rinunciare a qualsiasi forma di ricchezza, iniziando a manifestare un disprezzamento per le cose terrene.
La vita da clarissa A 15 anni decise di prendere i voti contro il parere dei familiari e pare che i suoi fratelli minacciassero pure di bruciare il monastero; I conflitti familiari la portarono pure a tentare di fuggire, inutilmente, dalla casa paterna. Dopo la morte del padre, nulla distolse la giovane Smeralda dal proposito, che finalmente poté appagare, di entrare nel monastero di Basicò ove rimase per oltre dieci anni, con il nome di suor Eustochia. Amante della povertà, come cella preferì un sottoscala; viveva in penitenza dormendo sulla nuda terra e portando il cilicio. Si adoperava con entusiasmo, dedizione e forte vocazione, facendo lavori umili, vivendo nella preghiera, con mortificazioni e assistendo le inferme ma al contempo colse e ritenne che non si osservasse alla lettera la regola delle clarisse e a questo proposito ebbe molte discussioni con le consorelle e con la badessa. Accadeva che, per venire incontro alle esigenze delle ragazze di buona famiglia che non intendevano rinunciare alle loro comodità, venissero date dispense e favoritismi, perdendo di vista lo spirito di povertà che avrebbe dovuto animarle. Il monastero di Basicò all'epoca era uno dei più importanti della Sicilia, asilo delle nobili fanciulle e quindi oggetto dei privilegi del re. Eustochia iniziò quindi a ricercare altrove ciò che mancava a Basicò, progettò una riforma e chiese al Papa Callisto III il permesso di fondare un nuovo monastero adattando un edificio preesistente. Così con un decreto, dopo altre difficoltà, con due bolle rispettivamente del 1457 e del 15 aprile 1458, ottenne l'autorizzazione. Alla fine del 1460 Eustochia si trasferì, assieme alla madre, la sorella Mita, la nipote Paola, suor Lisa Rizzo e suor Iacopa Pollicino, che avevano anch'esse abbandonato S. Maria di Basicò, nell'ex ospedale dell'Accomandata,Chiamato ex ospedale della Santa Ascensione ed indicato come primo monastero del Sud Italia sotto la regola di santa Chiara, in precedentemente acquistato grazie agli aiuti finanziari della madre e delle due suore che con lei si erano lì trasferite. All'inizio Eustochia ebbe, comunque, l'ostilità della badessa e dell'intero clero e solo una bolla di Pio II (1461) riuscì ad obbligare i frati minori osservanti a seguire la vita spirituale delle religiose del monastero.
Eustochia riuscì ad avere una copia del manoscritto redatto di pugno proprio da Santa Chiara d'Assisi dell'omonima regola, alla quale si riformò per la direzione della comunità. Lo scritto successivamente andò disperso per diversi decenni per poi essere miracolosamente ritrovato nel 1681 sulla spalla sinistra del suo corpo incorrotto, dopo quasi due secoli dalla sua morte. Del ritrovamento ne volle assistere una consorella inferma costretta all'immobilità e quando fu accompagnata, dopo aver pregato, ella guarì riuscendo a stare in piedi e a camminare.
La fondazione del monastero di Montevergine Anche a seguito del crollo di alcune parti dell'edificio e al numero crescente delle consorelle, i locali dell'Accomandata divennero insufficienti, costringendo la comunità legata ad Eustochia ad un nuovo trasferimento, avvenuto tra il maggio e l’agosto 1464, in una casa offerta con generosità da Bartolomeo Ansalone, edificio il quale, assieme ad abitazioni adiacenti acquistate appositamente, formerà il nuovo complesso denominato Monte delle Vergini e, propriamente in onore della Madonna, Monte della Vergine, dove presero dimora le Clarisse Riformate. In questo nuovo complesso, Eustochia iniziò ad essere la guida spirituale delle sue consorelle che si erano ormai a lei affidate, educandole allo spirito del francescanesimo, spronandole alla passione di Cristo, alla preghiera, basandosi ad esempio sulle sue esperienze ascetiche. Il suo monastero ebbe scambi culturali e spirituali con altre case dell'Osservanza, in una vera e propria rete di monache-umaniste tra le quali spicca ad esempio Camilla da Varano, ossia suor Battista da Camerino. Come Santa Chiara, Eustochia viveva la consacrazione a Dio con estrema povertà, sull'aiuto del prossimo e nella fervente preghiera. Una sua supplica al Crocifisso mostra da quale desiderio di soffrire fosse animata: Per rafforzare la fede delle religiose e la completa dedizione a Dio, Eustochia scrisse un libro sulla Passione, in seguito andato perduto e successivamente ritrovato. Annotava le grazie ricevute in una sua agenda e leggeva continuamente le Laudi di Iacopone da Todi, cantandole assieme ad inni religiosi alla Madonna e a Cristo. Tra i suoi libri c'era il Monte de la orazione, un trattato ascetico scritto in toscano e in siciliano, e quelli di teologia. La sua costituzione permetteva di nascondere i disturbi che affliggevano il suo corpo: fu protagonista di diversi eventi prodigiosi durante la vita e dopo il suo trapasso.
La morte Ammalatasi nel 1468, dall'anno dopo fu afflitta da un'altra e più grave infermità che l'afflisse fino al 1481 con violenti mal di testa, al momento della sua morte, avvenuta il 20 gennaio 1485, nel monastero c'erano già 50 consorelle. Queste furono le sue parole a loro rivolte prima di morire:
Dopo la morte, in odore di santità, fu riesumata più volte. Il corpo manifestava una perfetta conservazione e stato esteriore, come se dormisse, emanando un profumo soave. All'inizio si notarono due rivoli di sangue uscire dalle sue narici e avvenne anche che il corpo trasudasse. Le consorelle avvertirono anche dei segnali, come battiti e rumori, interpretandoli come se stesse comunicando la sua volontà da parte di Dio di non voler essere sepolta e da allora si prese la decisione di esporla alla venerazione, come avviene ancora oggi. Anche i rumori, come tocchi di campana, colpi alle porte e finestre e profumi soavi avvengono tutt'ora e sono interpretati come segnali di approvazione o disapprovazione delle decisioni che da allora si prendono nel convento.
Appena dopo il decesso, le consorelle le dedicarono la biografia Leggenda della Beata Eustochia, utile per tracciare le notizie della sua vita e tramandata in due manoscrittiUno di Perugia, Biblioteca comunale, ms. 1108; l'altro alla Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara, ms. II 199. e pubblicata per la prima nel 1903 da G. Macrì, sulla scorta di una copia poi dispersa durante il terremoto del 1908, col titolo La leggenda della beata Eustochia da Messina (Smeralda Calefati-Colonna) scritta da suor Iacopa Pollicino, sua prima compagna e riproposta nel '42 unendo i due codici.
I miracoli Già in vita ma soprattutto dopo la morte, ad Eustochia vengono attribuiti diversi miracoli. Poco dopo la morte il corpo della santa si mosse piegando le dita della mano destra in atto di benedire una sua consorella. Da allora le dita sono rimaste in tale posizione. Si tramanda che la santa abbia ricevuto le stimmate, che sia guarita miracolosamente dalla peste del 1478-79 e che guarì dal morbo le sue consorelle. Nel 1615 ci fu una crisi sismica e le consorelle rimisero, su forte richiesta delle Autorità, il corpo nell'oratorio nel suo stallo d'origine, pregando la santa. Ad un certo punto le sue labbra si schiusero intonando il primo verso del salmo dell'ufficio che le sorelle continuarono commosse: da quel momento in poi le scosse di terremoto terminarono.
Il corpo incorrotto Nel 1690 l'allora arcivescovo di Messina annotò alla S. Congregazione un esame sul corpo di Eustochia, da lui diligentemente esaminato. Tra i particolari che annotò vi fu quello della mano destra cui due dita erano distese in segno di benedizione, le braccia che si sollevavano e si abbassavano, il naso definito bellissimo, il corpo integro e ricoperto di pelle, pur avendo la carne disseccata al tatto. Il suo corpo ha resistito ai terremoti del 1783, del 1908 ed alla seconda guerra mondiale quando, in particolare, un ordigno colpì il monastero cadendo vicino ai piedi della santa, senza esplodere.
Culto Da un decreto del senato di Messina del 1777 avviene ogni anno l'offerta di "38 libbre di cera lavorate" e la visita al suo tempio il 22 agosto e il 20 gennaio, tradizione ripresa nel 1957 dopo un'interruzione negli anni 1860-70.
Il suo corpo, ancora incorrotto dopo più di cinque secoli, è conservato in una teca di vetro, in posizione eretta, nel Monastero di Montevergine di Messina.
Eustochia fu beatificata il 22 agosto 1782 da Pio VI che ne approvò il culto "ab immemorabili". Ripresa la causa di canonizzazione nel 1966, il 21 marzo 1985 sono state dichiarate "eroiche" le sue virtù; dopo poco più di due anni (22 giugno 1987) Giovanni Paolo II comunicò la propria decisione di canonizzarla, confermata il 3 dicembre dall'Arcivescovo S. E. Mons. Ignazio Cannavò e ufficializzata da Giovanni Paolo II l'11 giugno 1988, durante una sua visita a Messina nella Chiesa di Montevergine. Il papa la definì la Santa in piedi.
Ora viene ricordata il 20 gennaio:
Pubblicazioni su Eustochia XV secolo