Treno della vergogna è la locuzione con cui si intende un convoglio ferroviario che nel 1947, partito da Ancona con a bordo profughi dall'Istria, passando per la stazione di Bologna Centrale avrebbe subito contestazioni che, a seconda delle testimonianze, vanno dalla mancata sosta al diniego dell'assistenza ad attacchi verbali o fisici da parte di gruppi organizzati di ferrovieri legati al Partito Comunista Italiano.
In un contesto segnato da pregiudizi politici verso gli esuli giuliano-dalmati, spesso descritti dalla stampa comunista come fascisti in fuga da un avanzato Paese socialista quale era ritenuta la Jugoslavia di Tito, l'episodio di Bologna è il più ricordato e citato tra le manifestazioni di ostilità verificatesi in molte località italiane..
Contesto storico
L'esodo dei profughi giuliano dalmati è stato un fenomeno che coinvolse circa 250 mila italiani e 50 mila croati e sloveni che abbandonarono forzatamente l'Istria e la Dalmazia in seguito alle mutazioni geopolitiche intervenute a seguito della seconda guerra mondiale nell'area adriatica. Tale fenomeno è da considerarsi, pur con le sue peculiarità, all'interno di una cornice europea più ampia, che coinvolse fino a 20 milioni di persone che dovettero abbandonare forzatamente i loro luoghi di origine a seguito della vittoria degli Alleati sulle forze dell'Asse e della conseguente ridefinizione della aree di influenza in Europa.. I prodromi del fenomeno si ebbero a partire dal 1943 con le partenze da Zara devastata dai bombardamenti e in conseguenza alle vicende dell'armistizio dell'8 settembre, mentre la conclusione si ebbe oltre la metà degli anni 1950.
In base agli accordi che istituirono, nel giugno 1945, la linea Morgan, la città di Pola fu assegnata all'amministrazione del Governo militare alleato. Nel 1946, mentre erano ancora in corso le trattative per il trattato di pace tra l'Italia e le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, divenne sempre più chiaro che Pola sarebbe con ogni probabilità entrata a far parte del territorio jugoslavo. Già in questa fase cominciò l'esodo della popolazione italiana, che si svolse sotto il controllo degli Alleati anglo-americani.
In questo contesto, la stampa dell'Unione Antifascista Italo-Slava, organizzazione del Partito Comunista della Regione Giulia (PCRG, sotto il controllo jugoslavo), condusse una campagna contro i profughi italiani. Tra la fine del 1945 e l'inizio del 1946 definì indistintamente i profughi di Fiume come fascisti in fuga dall'epurazione e come personaggi ambigui, raffigurandoli caricaturalmente come ladri di gallineLa Voce del popolo, 3 gennaio 1946, citato in Liliana Ferrari, Fiume 1945-47, in .. Nel luglio 1946, fin dal primo manifestarsi della prospettiva di un esodo di massa da Pola, formulò e diffuse la rappresentazione dei profughi come fascisti, prezzolati o ricchi speculatori Citato in Liliana Ferrari, L'esodo da Pola, in .. Nel linguaggio delle autorità jugoslave, chiunque avversava l'annessione dell'Istria alla Jugoslavia era «nemico» e «fascista», operante «contro il popolo»Gianna Nassisi, Istria 1945-1947, in ..
Il secondo esodo di profughi giuliani, dovuto a più cause tra cui le violenze e sopraffazioni contro la popolazione italiana e favorito dal clima di incertezza creatosi dopo la strage di Vergarolla, divise lo schieramento politico italiano. Nel solco dell'impostazione jugoslava., il Partito Comunista Italiano (PCI) tenne un atteggiamento ambiguo. se non ostile nei confronti dei profughi giuliano-dalmati. Dirigenti e quadri tendevano a vedere gli esuli come nazionalisti, se non fascisti, pronti per essere strumentalizzati dai settori "reazionari" della politica italiana..
Un articolo di Piero Montagnani sull'organo di stampa comunista l'Unità (novembre 1946) differenziava due tipologie di profughi, senza tuttavia fornire elementi pratici per distinguere gli uni dagli altri. Da un lato vi erano «i gerarchi, i briganti neri, i seviziatori ed i profittatori», accusati di sottrarre risorse agli italiani e di fornire «reclute alla delinquenza politica». Dall'altro, coloro da considerare «onesti, veri fratelli», vittime della politica fascista, suggerendo per questi ultimi una soluzione autonoma in accordo con la Jugoslavia. L'esodo fu liquidato come «artificiosamente sollecitato con spauracchi inconsistenti e promesse inattuabili»..
In seno al governo, il ministro comunista Emilio Sereni (1946) chiese di fermare l'afflusso dei profughi per timore che venissero usati come massa di manovra elettorale dalle forze moderate, tesi contrastata dal presidente del consiglio Alcide De Gasperi, che definì l'esodo "spontaneo" e dovuto agli atti del governo jugoslavo..
L'esodo da Pola si intensificò dopo la firma del trattato di pace il 10 febbraio 1947. Nello stesso mese, una circolare interna del PCI invitò a non «gettare fra le braccia della reazione» i profughi, mentre il dirigente comunista Luigi Longo, in un articolo pubblicato su l'Unità del 14 febbraio 1947, esortò i militanti del partito a prestare solidarietà ai profughi adducendo a causa dell'esodo la sola propaganda anticomunista anziché le politiche del governo jugoslavo, e chiedendo l'allontanamento dei «profughi stranieri in maggioranza fascisti, cetnici, ustascia».. In seguito la stampa comunista continuò sulla linea polemica.
Il 15 settembre 1947, Pola passò formalmente all'amministrazione jugoslava con l'entrata in vigore del trattato. Un articolo di Mario Montagnana su Rinascita (settembre 1947), muovendo dalla negazione dell'oppressione esercitata dal regime jugoslavo sugli italiani quale causa determinante dell'esodo., suddivideva i profughi in tre categorie: in primo luogo gli elementi compromessi con il fascismo, poi gli speculatori e infine la gente onesta ma «tratta in inganno» dalla propaganda reazionaria, citato in , e ..
La storica Cristiana Colummi osserva che l'articolo di Montagnana, il quale a suo giudizio reca «gli elementi principali della linea ufficiale dei comunisti italiani» sulla questione, proponeva una visione rigida e ideologizzata, fondata sul presupposto che in Jugoslavia si stesse instaurando un regime più democratico di quello esistente in Italia. La studiosa sostiene che l'etichetta "fascista" (usata anche dalle autorità jugoslave) rispondesse a una logica politica immediata piuttosto che all'effettiva realtà delle cose, visto che l'esodo di chi si era oggettivamente compromesso col regime fascista si era esaurito tra il settembre 1943 e il maggio 1945. Colummi rileva che, anche quando ammetteva che tra gli esuli vi fosse "gente onesta", Montagnana non riconosceva loro nessuna dignità. Questa impostazione contribuì a radicare l'immagine del "profugo-fascista" e a generare episodi di ostilità da parte dei militanti comunisti, in un clima di generale ignoranza, da parte della popolazione italiana, dei veri motivi che avevano causato l'esodo..
L'impostazione dell'intervento di Montagnana fu mantenuta dalla stampa comunista ancora nell'aprile 1948.. La svolta intervenne nell'estate dello stesso anno, con la rottura Tito-Stalin e l'espulsione della Jugoslavia dal Cominform: il PCI e il Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste (nuovo nome assunto dal PCRG), schieratisi con Stalin, mutarono radicalmente linea sull'esodo, abbandonando la precedente posizione filojugoslava che aveva costituito il presupposto della valutazione negativa sugli esuli.. Senza alcuna espressa revisione autocritica delle posizioni precedenti, la stampa comunista iniziò a rappresentare gli esuli come vittime del regime di Tito, superando l'infondata equazione "esule = fascista"..
I viaggi della nave Toscana
La preparazione Il quotidiano cattolico bolognese L'Avvenire d'Italia il 2 febbraio pubblicò le dichiarazioni del vescovo Baldelli riguardo alla pianificazione dell'esodo; sulla pagina di cronaca di Bologna si legge il suo appello ad una calorosa accoglienza dei profughi, con richiesta di mobilitazione dei sacerdoti e di tutti i fedeli e l'annuncio di un punto di ristoro gestito dalla Pontificia Commissione di Assistenza ai profughi (PCA, ente che nel 1953 muterà denominazione in Pontificia Opera di Assistenza) presso la stazione ferroviaria.
Anche il quotidiano conservatore bolognese Il Giornale dell'Emilia inviò a Pola un inviato, Federico Zardi, che pubblicò quotidianamente sei articoli, tra il 31 gennaio e il 5 febbraio, descrivendo il clima di lutto nella città istriana e raccontando una festa d'addio, con un ballo notturno intitolato "Veglione Tricolore", organizzata dalla Lega Nazionale.
I primi due viaggi da Pola e l'accoglienza a Venezia Il primo convoglio marittimo da Pola fu organizzato tramite il piroscafo Toscana verso Venezia e partì il 3 febbraio 1947. Il 4 febbraio i giornali riportarono il suo arrivo. Il Tempo scrisse: «In vista di Venezia dopo otto ore di navigazione, gli esuli si sono tutti riversati sul ponte a salutare con delle effusioni la terra della loro patria», e «I veneziani dai vaporini, dalle gondole e dalle rive hanno risposto con pari effusione».
La calorosa accoglienza è riportata anche dal quotidiano veneziano Il Gazzettino: a Venezia si scrive che organizzazioni e privati cittadini raccolsero denaro e vestiario mentre il Comune stanziò due milioni di lire per i profughi, accolti dal Prefetto, dai responsabili delle organizzazioni d'aiuto e dal sindaco Giovanni Battista Gianquinto, uno dei sindaci comunisti che accolsero i profughi nei Comuni da loro amministrati con dimostrazioni di solidarietà.
I viaggi da Pola ad Ancona La partenza della terza ondata di profughi da Pola verso Venezia era prevista per il 10 febbraio 1947, giorno della firma del Trattato di Parigi, ma fu impedita dal coprifuoco imposto dalle autorità anglo-americane: quel giorno il generale di brigata Robert de Winton, comandante della 13ª brigata di fanteria britannica, era stato ucciso a colpi d'arma da fuoco da Maria Pasquinelli.
Il 15 febbraio partì, con a bordo 2156 profughi, la quarta ondata sul Toscana, stavolta diretta ad Ancona. Tra i profughi si manifestò malcontento per il cambio di destinazione, costretti ad un ulteriore viaggio per raggiungere le località designate nell'Italia settentrionale; pertanto fu organizzato un collegamento ferroviario speciale. La nave approdò ad Ancona nel pomeriggio del 16 febbraio. La stampa locale e quella di riferimento degli esuli lodarono la città per le manifestazioni d'accoglienza al porto.
Il Toscana non fece altri viaggi da Pola prima del 21 febbraio, quando trasportò mille persone, la metà dei precedenti, a causa delle avverse condizioni meteorologiche e della voce secondo cui le forze anglo-americane non avrebbero più lasciato Pola a seguito di una possibile revisione del trattato di pace, che si ipotizza, in considerazione di un telegramma inviato dal CLN alla Presidenza del Consiglio dei ministri, fu propagata dalla fazione filo-jugoslava. Il 22 febbraio L'Arena di Pola pubblicò un articolo intitolato "Il ciclo delle operazioni d'esodo si sta chiudendo", stimando le persone partite ed altre in procinto di partire.
Il Toscana lasciò Pola per l'ultima volta il 20 marzo (con 10 trasferimenti complessivi), con meno di quattrocento persone: la maggior parte degli esuli ormai preferiva il servizio di linea per Trieste.
Lo storico Roberto Spazzali ha ricostruito le partenze di febbraio 1947 nei giorni 3, 7, 11, 15, 21 e 26 del mese, mentre altre fonti li datano al 2, 7, 11, 16, 21 (posticipato dal 19), 26.
Le testimonianze nel tempo si sono accresciute di dettagli grazie ai racconti di vari esuli, tra i quali Lino Vivoda; egli ed altri esuli si lamentarono, negli anni successivi, della mancanza di attenzione da parte degli organi di stampa del tempo.
Testimonianze sul treno a Bologna