La miniatura carolingia fu una delle più importanti manifestazioni della cosiddetta Rinascenza carolingia; riguarda la produzione libraria miniata degli scriptoria annessi ai palazzi imperiali e ai centri monastici fondati da Carlo Magno, nel periodo compreso tra l'VIII e il IX secolo, quando cioè nell'Europa continentale s'interruppe la produzione di miniatura in stile insulare che aveva precedentemente dominato l'arte miniatoria in favore di un ritorno a modelli antico-romani e paleocristiani.

Anche la scrittura venne riformata e resa più leggibile, con caratteri ben distanziati e ordinati, come nella minuscola carolina.

Nel panorama dell'arte carolingia, la miniatura fu una delle arti verso cui maggiormente agì la spinta alla renovatio. Il libro rivestì infatti un'importanza fondamentale nell'organizzazione dell'Impero, essendo veicolo delle leggi scritte e del recupero del sapere antico. Per questo gli imperatori stessi furono grandi committenti di opere librarie, insieme ai personaggi ecclesiastici e laici variamente legati alla corte.

Appaiono contemporaneamente due modelli di illustrazione:. il primo, di ispirazione bizantina, in cui sono raffigurati principalmente ritratti di Evangelisti o degli stessi imperatori, con pagine colorate con tinte brillanti ed estese dorature, di solito inserite all'interno di cornici architettoniche e staccate dallo sfondo. Insieme alla ricca decorazione del margine e delle iniziali questo stile fece da modello per l'ulteriore sviluppo della miniatura in occidente. il secondo, usato per la rappresentazione di scene per lo più bibliche, denotava una maggiore libertà espressiva rispetto al tipo precedente distaccandosi dalla scuola bizantina.

Cronologicamente, si distinguono invece tre fasi. Una prima fase riguardò il monastero di Corbie, a nord di Parigi, in Piccardia, nel quale si iniziarono a produrre codici (come il Salterio di Corbie, della Biblioteca municipale di Amiens) caratterizzati da una equilibrata sintesi tra testo e immagini, derivata dalla scuola irlandese, con iniziali ornate da personaggi e mostri fantastici. Una seconda fase si registrò con la committenza di Ludovico il Pio, tramite la quale per la prima volta si cercò di penetrare l'arte antica anche riproducendone i caratteri stilistici. Ne sono un esempio gli Evangeli dell'Incoronazione (inizio del IX secolo. Una terza fase è rappresentata da un gruppo di codici provenienti forse da Reims (vangeli di Ebbone, ante 823, e il Salterio di Utrecht), dove si riscontra un'innovativa vitalità espressiva, come per esempio nelle vivide figurette dei codici di Ebbone (cacciatori, letterati, scalpellini, animali simbolici, piante, ecc) o nelle scenette del Salterio di Utrecht, dallo stile narrativo efficace.

L'importanza della miniatura carolingia è poi amplificata dal fatto che le opere di pittura murale del tempo (si è infatti dedotto che tutte le chiese, come i palazzi, fossero ricoperte di affreschi) sono in gran parte perdute e spetta pertanto agli splendidi manoscritti miniati, fortunatamente numerosi, testimoniare la vitalità e gli indirizzi culturali prevalenti nelle arti pittoriche dell'impero carolingio.. A prescindere da tale considerazione, è però evidente che «il pittore di corte, colto e raffinato, in questa età storica non è il pittore murale, è il miniatore, colui che decora con preziosità il testo a disposizione dei monaci o dei più o meno raffinati principi e cortigiani.».

Il libro in età carolingia e la sua tradizione Al tempo di Carlo Magno, tanto quanto dei suoi predecessori merovingi e dei suoi successori, il libro era un oggetto di lusso, la cui produzione richiedeva molto lavoro e materiali costosi, appannaggio quindi delle classi sociali più abbienti. Tutti i manoscritti carolingi furono scritti su pergamena, poiché la carta, più economica, non giunse in Europa che alla fine del XIII secolo. Le opere più rappresentative, come l'Evangeliario di Godescalco, l'Evangeliario di San Medardo di Soissons, l'Evangeliario dell'Incoronazione o l'Evangeliario di Lorsch, furono scritte con inchiostro d'oro o d'argento su pergamena tinta di porpora. Le miniature venivano eseguite a gouache, raramente tramite disegno al tratto. Le coperte di questi oggetti erano costituite da placche d'oro o d'avorio, fissate con legature in oro, decorate con pietre preziose.

Ci sono giunti circa 8.000 manoscritti datati tra l'VIII e il IX secolo.. È difficile stimare le perdite dovute alle incursioni normanne, alle guerre, all'iconoclastia, agli incendi, all'ignoranza o al reimpiego dei materiali. Gli inventari giunti sino a noi ci informano sulle consistenze delle biblioteche più importanti. In epoca carolingia il numero dei volumi conservati nell'abbazia di San Gallo passò da 284 a 428 unità,. l'abbazia di Lorsch ne possedeva 690. alla fine del IX secolo e quella di Murbach 335. I testamenti forniscono notizie sulle biblioteche private: es. i 200 codici lasciati da Angilberto all'abbazia di Saint-Riquier, tra i quali l'Evangeliario di Saint-Riquier, rappresentano uno dei più grandi fondi librari dell'epoca.. Non si conosce la consistenza della biblioteca di Carlo Magno, venduta alla sua morte in base alle disposizioni testamentarie. Nella biblioteca di Aquisgrana sono conservate tutte le opere importanti, tra cui molti libri romani, greci e bizantini..

Non tutte le opere librarie venivano miniate e alcune lo erano solo in parte, pertanto l'analisi storico artistica si focalizza solo sui pezzi più famosi. I libri liturgici più sontuosi avevano poi una destinazione d'uso particolare: dismettevano la normale funzione liturgica e venivano conservati tra i tesori della chiesa ed esposti, come le reliquie, solo in occasioni speciali.. Aperti raramente e conservati entro scrigni o armadi chiusi, non hanno subito nel tempo aggressioni da parte di agenti esterni; la stessa pergamena è supporto particolarmente durevole. Per queste ragioni molti manoscritti carolingi miniati sono giunti sino a noi in buono stato di conservazione e i documenti frammentari sono rari. Il numero dei manoscritti perduti dovette essere significativo, come si deduce dalle copie sopravvissute di miniature perdute. In alcuni casi il modello ci è noto perché citato nel libro che lo riproduce, come nel caso del "Salterio aureo" della regina Ildegarda, datato al primo periodo carolingio..

Se le coperture in oro difficilmente riuscirono a sfuggire al reimpiego, quelle in placche d'avorio sopravvissero più facilmente ma sono oggi spesso conservate come reperto a sé stante, separato dal volume che anticamente proteggevano. Delle cinque placche che formano la coperta dell'Evangeliario di Lorsch (oggi conservate nei Musei vaticani) quella inferiore è un originale tardoantico reimpiegato, come si può dedurre dall'iscrizione presente sul verso.. Le sole coperte in avorio che è possibile datare con certezza e collegare ad una commissione di Carlo Magno sono quelle del Salterio di Dagulfo, descritte con precisione nella dedica, conservate al Museo del Louvre. La miniatura è strettamente correlata con la scultura in avorio. Le opere di piccolo formato e facilmente trasportabili acquisirono un ruolo importante nella trasmissione dell'arte antica e bizantina. La scultura carolingia a grandezza naturale ha lasciato invece solo pochi frammenti, mentre la gioielleria, per le stesse ragioni degli avori, ci è stato trasmesso meglio. In relazione alla miniatura, è interessante la copertina del Codice aureo di Sant'Emmerano, della scuola di corte di Carlo il Calvo.

Influenze Miniatura merovingia

La rinascita carolingia si sviluppò in un vero e proprio "vuoto culturale". da uno specifico centro di propagazione: il Palazzo di Aquisgrana, la nuova residenza imperiale "fissa" voluta da Carlo Magno. La miniatura merovingia, dal nome della dinastia reale precedente i Carolingi in Francia, i Merovingi, era stata infatti puramente ornamentale, priva cioè sia d'un contesto culturale originante sia d'un approccio programmatico. Le capolettera disegnate con righello e compasso, le immagini del titolo con archi e una croce formano spesso l'unica forma di illustrazione nei codici. Dall'VIII secolo appaiono ornamenti zoomorfi "invadenti": es. nei manoscritti del cenobio femminile di Chelles, intere righe sono occupate da lettere/disegni d'animali. Contrariamente alla miniatura insulare (v.si seguito) contemporanea, dagli abbondanti ornamenti, lo stile merovingio tende a una chiara organizzazione del foglio. Uno degli scriptorium più antichi e produttivi del regno, in quel periodo, fu il Monastero di Luxeuil, fondato nel 590 dal monaco irlandese Colombano di Bobbio, distrutto nel 732, e quindi strettamente legato alla produzione libraria insulare. Fu l'Abbazia di Corbie, fondata nel 662 da Batilde, regina-vedova di Clodoveo II (r. 639–657), a sviluppare un proprio stile di miniatura prettamente "merovingio", con decorazione composta da iniziali zoomorfiche dai vivaci colori. Oltre a Luxeuil e Chelles, l'Abbazia di San Vincenzo (Laon) fu un centro di produzione libraria in epoca merovingia. Dalla metà dell'VIII secolo, questi scriptoria furono comunque tutti fortemente influenzati dalla miniatura insulare: es. il c.d. "Evangeliario di Treviri", prodotto nell'Abbazia di Echternach, mostra chiaramente la collaborazione di scribi e miniatori sia irlandesi sia merovingi.

Miniatura insulare

Fino alla Rinascita carolingia, le isole britanniche furono il principale baluardo della prima eredità romano-cristiana. Ivi si creò, mescolando tendenze artistiche celtiche ed anglosassoni, uno stile precipuo, la c.d. "Arte insulare". Caratterizzato da un'espressività vigorosa che privilegia l'ornamentazione e resta rigorosamente bidimensionale, contrasta con il suo antinaturalismo il linguaggio artistico delle forme antiche.. È solo eccezionalmente che le miniature insulari riprendono elementi di forme classiche, come nel Codex Amiatinus (Inghilterra meridionale, intorno al 700) o nel "Codice aureo di Canterbury" (metà dell'VIII secolo).

Attraverso la missione proveniente dall'Irlanda e dall'Inghilterra meridionale di Colombano di Bobbio, il continente europeo fu fortemente segnato dal monachesimo insulare. I monaci irlandesi fondarono nel VI-VII secolo in tutta la Francia, la Germania e financo l'Italia una fitta rete di abbazie che impropriamente furono chiamate "abbazie scozzesi". Tra queste spiccano Annegray, Luxeuil (abbazia matrice da cui si irradieranno centinaia di fondazioni monastiche insulari, le prime esistenti in Europa, in tutto il regno franco), San Gallo, Fulda, Würzburg, Sant'Emmerano a Ratisbona, Sant'Irmina a Treviri, Echternach e Bobbio. Nell'VIII-IX secolo arrivò una seconda ondata, questa volta di missionari anglosassoni. Le peregrinazioni dei monaci insulari portarono nel continente molti manoscritti miniati (es. l'Evangeliario di San Gallo, prodotto nelle isole nell'VIII secolo ma presente nella biblioteca di San Gallo già nel IX secolo) che esercitarono una forte influenza sugli stili locali, soprattutto nella scrittura e nell'ornamentazione. Mentre in Irlanda e in Inghilterra la produzione di libri crollò in gran parte a causa delle incursioni vichinghi dalla fine del VIII secolo, la produzione di miniature in stile insulare continuò per qualche decennio sulla terraferma. Accanto alle opere prodotte dalla corte carolingia, originò infatti un ramo continentale dell'arte insulare, promosso dai monaci migrati in territorio franco per sfuggire ai norreni, che, nella seconda metà del IX secolo, arrivò ad influenzare la produzione carolingia originando la c.d. "Scuola franco-sassone" (v.si seguito) che riprendeva elementi della miniatura celtico-anglosassone, in particolare nel frontespizio.

Arte antico-romana