Allievo prediletto di Marcello Malpighi, con lui condivise la passione per l'indagine e il rigore scientifico. Fu maestro del celebre Giovanni Battista Morgagni da Forlì, quindi anch'egli romagnolo, che ce ne ha lasciato una biografia.

Biografia Infanzia e studi

I genitori Pompeo Fini e Caterina Tosi, di umile origine, erano nati a Valsalva, una località nell'alta valle del Santerno. Si trasferirono a Imola allorché presero servizio presso una nobile famiglia. Successivamente adottarono il nome del villaggio di origine. Antonio Maria nacque a Imola il 17 gennaio 1666 nella parrocchia di sant'Agata e venne battezzato il giorno seguente in san Cassiano. Ricevette fin da bambino un'educazione cristiana, grazie anche all'aiuto dei padri gesuitiLuigi L. Barbieri, Il Dottor Maria Valsalva e la sua manovra, Editrice CLUEB Bologna, 1990, p. 46. Il giovane Valsalva era docile, disciplinato e di intelligenza poliedrica, anche se non fu difficile capire a quale tipo di studi fosse particolarmente inclinato; infatti sezionava uccelli o altri piccoli animali con un interesse superiore a quello che si confaceva alla sua età, studiando poi con grande cura le interiora. Viste le sue qualità, fu mandato a studiare all'Archiginnasio di Bologna, illustre per fama e per l'alta qualità dei professori. Infatti nella scienza medica e nell'anatomia, la materia che gli stava più a cuore, fu seguito da Marcello Malpighi, che a quel tempo era considerato il migliore in quel campo. Studiò assiduamente e con dedizione, si laureò "magna cum laude" il 6 giugno del 1687 a soli 21 anni, con una tesi dal titolo Sulla superiorità della dottrina sperimentale e a questo principio si affidò per tutta la sua vita di scienziato.

Attività professionale Valsalva si accorse però che tutti gli studi che aveva fatto “più che un'esatta nozione del vero davano solo l'immagine della verità”op. cit. p. 47; per ricercare i sintomi delle malattie, il loro decorso e l'efficacia della terapia non bastava esaminare attentamente i malati ma occorreva studiare le alterazioni delle parti ammalate sui cadaveri oppure sezionare anche animali vivi ed eseguire su di essi esperimenti. Scrisse innumerevoli appunti su tutto ciò, ma sempre meno di quello che fece realmente, visto che talvolta fu impedito da malattie che fatalmente contraeva dalla dissezione di corpi in putrefazione, perdendo addirittura il senso dell'olfatto a causa dell'incredibile sopportazione del fetore.

Tuttavia il suo amore per lo studio dell'anatomia non gli fece trascurare tutto ciò che si richiede per essere un buon medico chirurgo, né trascurò le ricerche chimiche che, anzi, gli furono di grande aiuto: si occupava dei medicamenti, della loro natura e delle loro capacità curative, studiò inoltre malattie ritenute incurabili, indagandone i prodromi proprio con la guida dell'anatomia. A quel tempo infatti fare la diagnosi di una malattia era difficile perché ci si basava solo su metodi induttivi; erano usati l'ispezione e la palpazione, non facendo ancora parte del bagaglio medico la percussione e l'ascoltazioneop. cit. p. 72. Esercitava la chirurgia più secondo il suo giudizio che per le nozioni ricavate dai libri; di fronte al malato non teneva un comportamento immutabile, ma si regolava secondo le circostanze, dando prova della sua prudenza e del suo coraggioop. cit. p. 49. Ippocrate infatti dice che “il medico che conosce sa anche curare”op. cit. p. 50.

Filantropo In quanto lettore di anatomia formò personalità mediche valide, alcuni suoi allievi divennero stimatissimi medici, altri docenti universitari. Nella sua scuola accoglieva non solo coloro che gli erano stati segnalati da amici e notabili, ma anche studenti gravati dalla povertà ma intelligenti e vogliosi di apprendere. Ad esempio, fece di due suoi domestici due buoni chirurghi e impartì a diverse ostetriche nozioni tali da agevolare il parto e da salvare molte madri e altrettanti figli. Ritenendo la medicina una missione e non una fonte di guadagno, aiutava economicamente coloro che erano affetti da malattia e da miseria, visitandoli gratuitamenteop. cit. p. 55. Incarichi Il nome di Valsalva era tanto conosciuto che i suoi consigli erano molto apprezzati anche nelle diagnosi di grande difficoltà, non soltanto tra i bolognesi, ma in tutte quelle città che avevano sperimentato la sua opera quali Parma, Piacenza, Mantova, Ravenna, Forlì, Rimini, Imola e tante altreop. cit. p. 51.

Uomo di grande valore e di sincera umiltà, gli furono affidati dal Senato la salute e l'approvvigionamento alimentare della città: all'inizio del secolo a lui spettava il controllo delle lettere e delle merci provenienti da luoghi di sospetta pestilenza e dodici anni dopo doveva invece impedire, per quanto poteva, il diffondersi di una malattia che aveva colpito il bestiameop. cit. p. 52. Dal 1697-98 al 1722-23 fu nominato dal Sommo Consiglio della città ”incisore pubblico di anatomia” e ciò gli permise di esporre le singole parti da lui preparate nel Teatro Anatomico, cosa che non era stata concessa a nessuno prima d'allora. Dal 1705 fino alla morte fu “pubblico lettore e ostensore di anatomia” e qualche anno dopo fu nominato lettore onorario di chirurgia e di anatomia chirurgica pratica. Nel 1697, solo dopo dieci anni dalla laurea, divenne primario medico dell'Ospedale Sant'Orsola e il 10 ottobre dell'anno seguente fu eletto chirurgo, posto che tenne con grande abilità fino alla morteop. cit. p. 71.

Stimato da tutti, fu invitato più volte dai suoi concittadini di Imola a ritornare in patria, conferendogli l'onore di far parte della Nobile Magistratura dei Pacifici e offrendogli anche un premio annuale. Ma egli non accettò, non perché non fosse affezionato alla sua patria né per non sembrare incoerente con il rifiuto opposto ad altre importanti città che avevano fatto offerte maggiori, ma soltanto per non sembrare ingrato verso Bologna, la città da cui aveva ricevuto cultura e famaop. cit. p. 53.

Problemi di salute e morte L'animo forte e coraggioso, mai però precipitoso e imprudente, di Valsalva trapelava anche dal suo aspetto fisico: aveva la fronte alta e ampia, occhi neri e vivaci, un volto sereno non privo di austerità e mani solide e agili all'occorrenza. Il corpo era snello da giovane, ma negli ultimi sei, sette anni fu aggravato dall'obesità a causa di malattie che lo portarono alla morte. Dapprima infatti la tosse, da cui era stato affetto da giovane, incominciò ad aggravarsi, causando sete e secchezza delle fauci e costringendolo a ingerire una quantità notevole d'acqua; da ciò derivò un'insonnia notturna e ovviamente una sonnolenza diurna. Cambiarono anche le sue abitudini alimentari, incominciò a mangiare a dismisura e a vomitare dopo il pranzo. A questo si aggiunsero lancinanti dolori addominali notturni a livello del colon, che furono erroneamente interpretati come coliche renali, finché si arrivò a comprendere che si trattava di una malattia diversa: apoplessia, complesso sintomatico caratterizzato da abolizione della coscienza, della sensibilità e della motilità, dovuto a emorragia cerebrale con distruzione di sostanza cerebraleProf. Emanuele Lauricella, Dizionario Medico, Casa Editrice USES, III edizione, 1981, p. 68). Infatti, la sera del 2 febbraio del 1723 ebbe all'improvviso una paralisi facciale e da lì a poco, nonostante l'immediato soccorso di medici e di presenti, morì. Ebbe un funerale degno della sua persona e fu sepolto nella chiesa di San Giovanni in Monte, a Bologna. I monumenti che gli furono dedicati dai canonici della chiesa, dagli amministratori dell'Ospedale degli Incurabili e dell'Università sono la testimonianza del rimpianto che lasciò dopo la sua morteLuigi L. Barbieri, Il Dottor Antonio Maria Valsalva e la sua manovra, Editrice CLUEB Bologna, 1990, p. 58. Un altro monumento fu posto a Imola, nella chiesa di San Domenico, luogo che Valsalva, se fosse morto nella sua città, aveva scelto per essere tumulato. Fu la moglie a occuparsene. Ella era sempre stata rispettosa del marito e lo fu ancora di più nel rispettare i suoi desideri anche dopo la morte, non lasciandosi corrompere né da lusinghe né da offerte in denaro; sapeva infatti che egli avrebbe voluto lasciare i suoi strumenti chirurgici all'Ospedale degli Incurabili e la raccolta dei pezzi anatomici, soprattutto quelli dell'organo dell'udito a cui aveva lavorato per ben sedici anni pubblicando anche il “ De aure humana tractatus ”op. cit. p. 62, all'Istituto dell'Accademia delle Scienze, e adempì la sua volontà. Si erano sposati nel 1710 e avevano avuto sei figli: due maschi e quattro femmine. Valsalva non lasciò eredi maschi, perché morirono in età infantile come anche la più giovane delle figlie.

Attività scientifica

Fin dai primi anni si dedicò con successo all'anatomia settoria e alla chirurgia sul malato, introducendo importanti innovazioni sia nello strumentario sia nelle tecniche chirurgiche. Introdusse la tecnica di sutura delle arterie per arrestare l'emorragia provocata dalle amputazioni, sostituendola alla più antica e cruenta cauterizzazione. Fu uno dei fondatori della chirurgia splenica e delle vie urinarie: eseguì infatti per primo, appena laureato, la splenectomia e la nefrectomia in animali che sopravvissero all'interventoop. cit. p. 86. Capì il grande valore dell'ostetricia e della ginecologia, lasciando numerose schede e appunti nonostante non esistesse l'insegnamento di questa materia a quel tempo.

Ha lasciato molte opere relative alla cardiologia. A lui si deve la descrizione dei seni dell'Aorta, chiamati appunto seni di Valsalva, cioè lievi allargamenti della grande arteria che nasce dal ventricolo sinistro del cuore e di quella polmonare nell'area delle valvole semilunari. I seni di Valsalva sono sede di aneurismi congeniti dovuti a perdita della continuità tra la tonaca media del bulbo aortico e l'anulus della valvola aortica e interessano il seno coronario destro nel 63% dei casi. All'esame ecocardiografico possono essere dimostrati da echi particolari nel tratto di efflusso, oltre ad apparire più ampi e a parete più sottileop. cit. p. 87. La maggior gloria di Valsalva in campo cardiologico fu il metodo da lui ideato proprio per la cura di questi aneurismi. Il principio su cui era basata questa terapia era fondato sul concetto che il sangue fosse la causa della dilatazione aneurismatica e che pertanto diminuendone la massa e la violenza sarebbe stato possibile rallentare il processo di sfiancamento della parete del vaso. Quindi una terapia intesa a favorire l'ipotensione arteriosa e cioè assoluto riposo, applicazione di compresse fredde e di ghiaccio sull'aneurisma, quando era possibile, dieta ipocalorica per molto tempo e salassi.