L'italiano regionale della Sardegna si differenzia rispetto a quello standard per aspetti sintattici, fonetici e lessicali per l'influenza delle lingue locali come il sardo, le varianti sassarese e gallurese, l'algherese e il tabarchino.
Storia L'antesignano dell'italiano, ovvero il toscano, si era diffuso un poco nella Sardegna settentrionale durante il medioevo, soprattutto per via della vicinanza geografica con la Corsica, ma anche dell'influenza politica e commerciale esercitata dalle repubbliche marinare. L'influenza del toscano medievale nel corso dei secoli è documentata nel vocabolario della lingua sarda, la quale conserva, oltre a quelli contemporanei dell'italiano, un qual certo numero di prestiti linguistici ormai perfettamente adattati alla fonetica sarda e, perciò, spesso difficilmente riconoscibili. Malgrado ciò, nella Sardegna medievale si registra una netta prevalenza di documenti scritti in lingua sarda, oltre che in quelle iberiche.
La definitiva annessione aragonese portò all'utilizzo ufficiale del catalano prima e dello spagnolo poi fino al XVIII secolo, accompagnato al sardo in second'ordine (ovviamente per i documenti per i quali non era necessario l'uso del latino).
L'italiano come lingua scritta e di cultura venne invece sancito nel momento in cui i Savoia, ricevuta l'isola in cambio della Sicilia nel 1720, imposero in Sardegna tale idioma come lingua ufficiale in Sardegna, nel 1760.
L'italianizzazione dell'insegnamento e dell'amministrazione, nelle intenzioni dei funzionari sabaudi, avrebbe condotto la Sardegna nell'alveo culturale della penisola, attraverso il suo allineamento con la terraferma: infatti, rispetto a un'isola informata ai modelli culturali iberici, nel Principato di Piemonte e nella contea di Nizza l'italiano era già stato ufficialmente adottato due secoli prima attraverso l'Editto di Rivoli, a certificazione di una situazione linguistica de facto preesistente negli Stati sardi di terraferma.
In età contemporanea si assiste, anche in Sardegna, all'utilizzo ormai preponderante della sola lingua italiana, che si sarebbe realizzato in sostanza dalla fine della seconda guerra mondiale in poi con l'alfabetizzazione e i mezzi di comunicazione di massa.
Origini Nel secolo VIII l'egemonia mediterranea dei musulmani e le ripetute incursioni saracene portarono gradualmente all'abbandono dell'isola da parte dei Bizantini e nel secolo IX ebbe inizio l'epoca dei Giudicati.
È in questa fase storica che nell'isola ha inizio l'evoluzione del sardo come lingua ufficiale parlata e, in seguito, scritta: risalgono infatti alla seconda metà del secolo XI i primi documenti redatti in sardo medioevale e antico (la "carta volgare", il "privilegio logudorese" e la "donazione di Torchitorio").
Il secolo XI segnò anche l'inizio delle prime influenze dell'antesignano dell'italiano, il toscano, sulla lingua sarda: nel 1016 le flotte delle repubbliche marinare di Pisa e Genova sconfissero i saraceni e iniziò l'influenza delle due repubbliche, dapprima economica e culturale e in seguito politica. Dal secolo XI al secolo XIV il volgare sardo ottemperava a molte esigenze interne, sociali, culturali e politiche, ma i rapporti commerciali e politici sempre più stretti dei Giudicati con le repubbliche e la Chiesa resero necessario l'uso del latino e anche la lenta introduzione del volgare toscano. In questo periodo ci fu, nell'isola, una forte penetrazione economica e commerciale dei Pisani, a cui faceva seguito l'influenza sociale e culturale degli ordini monastici.
La lingua toscana si diffuse anche grazie anche allo stanziamento di monaci benedettini, camaldolesi e vallombrosiani nell'isola. Un importante documento in volgare toscano è il Breve di Villa di Chiesa, la cui redazione definitiva è del 1304, costituito da un codice di leggi della città mineraria di Villa di Chiesa (attuale Iglesias). Di epoca posteriore è il Breve portus kallaretani, redatto in latino ma pervenutoci nella traduzione toscana (1318-1319). In quegli stessi anni vide la luce un testo in latino, il Liber fondachi, importante inventario dei beni pisani nel Giudicato di Gallura, contenente un inserto in toscano (1317-1318) e l'elenco dei toponimi in sardo e toscano.Francesco Bruni (direttore), Storia della lingua italiana, vol. II, Dall'Umbria alle Isole, Utet, Torino, 1992, 1996, Garzanti, Milano, 1996, p. 579, ISBN 88-11-20472-0.
Nel corso del XIII secolo, i Pisani estesero la loro egemonia in parte dell'isola corrispondente ai territori del comune di Sassari (poi sotto l'influenza di Genova), del Giudicato di Gallura e del Giudicato di Cagliari e, indirettamente, al Giudicato di Arborea, l'unico che rimase indipendente dall'influenza pisana e genovese. Il dominio pisano su questi territori cessò con la realizzazione del Regno di Sardegna e Corsica nella prima metà del secolo XIV, quando ebbe inizio la dominazione catalano-aragonese, a cui fece seguito, nel secolo XV, quella spagnola.
Esiste un qual certo dibattito sull'ipotesi che le varianti meridionali del sardo abbiano subito delle modificazioni nella sua struttura fonetica, come conseguenza dell'influenza culturale e linguistica toscana che dovette portare con sé il controllo diretto di Cagliari e di parte del Campidano da parte di Pisa,Quanti luoghi comuni nella lingua sarda, Roberto Bolognesi, Universidadi de Amsterdam e de Groninga ma è certo che vi fu, nel sardo di tutta l'isola, l'incorporamento di un gran numero di vocaboli di origine toscana che furono individuati da Max Leopold Wagner.Dizionario Etimologico Sardo, Max Leopold Wagner
La commistione tra gli elementi pisani, genovesi, corsi e sardi avrebbe propiziato nella regione del sassarese la nascita e lo sviluppo della lingua omonima. Le origini "pisane" della parlata risalirebbero alle influenze delle repubbliche marinare sulla cittàEnrico Costa, SassariMax Leopold Wagner, "La questione del posto da assegnare al gallurese e al sassarese" in "Cultura Neolatina 3", 1943, pp. 243-267 Considerata anche lingua creola evolutasi da un pidgin. , mentre secondo un'altra ipotesi il sassarese, come il gallurese, sarebbe nato come conseguenza di un consistente flusso migratorio dalla Corsica meridionaleMauro Maxia, Studi sardo-corsi, 2010, come suggerito dai più antichi documenti che ne parlino, le lettere scritte da due gesuiti spagnoli e datate al 1561I Corsi in Sardegna, Mauro Maxia. In questo caso, il fondo toscano del sassarese sarebbe solo indiretto e piuttosto mediato dall'influenza di un corso ormai toscanizzato, importato dalla folta comunità dei vicini isolani residente in città.
La Sardegna nelle Corone d'Aragona e spagnola Per quattro secoli le vicende della Sardegna si legarono a quelle della penisola iberica, più che a quelle della penisola italiana.
La durata plurisecolare e l'influenza del periodo aragonese-spagnolo fu di portata tale che il catalano ed il castigliano sono, dopo il latino, le lingue che hanno avuto il maggiore influsso sul sardo. Purtuttavia, l'internazionalizzazione europea del rinascimento italiano avrebbe determinato la riaccensione di un qual certo interesse da parte degli isolani nei confronti della cultura italiana. Durante quest'epoca, l'italiano era associato ad alcuni strati sociali delle città che mantenevano rapporti commerciali con l'Italia, soprattutto Genova. Della fine del XV secolo è il cosiddetto "codice di Borutta" (Sassari), composto da laudi di carattere religioso redatte in toscanoFrancesco Bruni (direttore), op.cit., 1992 e 1996, p. 587. Va inoltre citata una raccolta di poesie in italiano (Rime diverse, 1595) ad opera di uno scrittore sardo originario di Bosa, Pietro Delitala: le Rime furono influenzate dal Tasso sotto il profilo formale, mentre il mondo poetico evocato ricorda quello petrarchesco.
Nella seconda metà del Cinquecento, nelle più importanti biblioteche sarde i testi stampati in Italia furono numerosi: nel 1573, un inventario effettuato in una delle più prestigiose biblioteche private del regno di Sardegna, quella dell'arcivescovo di Cagliari Antonio Parragués de Castillejo, rivela che il 50% dei libri conservati proveniva da Venezia e da Basilea, il 28% dalla Francia (nello specifico Parigi e Lione), un 7% da altre città italiane (soprattutto Roma), un 8% da alcune città tedesche e un 5,5% dalle Fiandre; pochi sarebbero stati i testi propriamente spagnoli e due soli quelli pubblicati a CagliariBruno Anatra Editoria e pubblico in Sardegna tra Cinque e Seicento, sta in: AA. VV. Oralità e scrittura nel sistema letterario”, Roma, Bulzoni, 1982, p.233-242 e Francesco Bruni, op. cit, 1992 e 1996, p. 589. Ciononostante, secondo le stime della scuola di Bruno Anatra, circa l'87% dei libri stampati nella capitale del Regno era in spagnoloEduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda: dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p.92.
Nonostante tutto, la lingua italiana ebbe una qual certa diffusione presso le classi sarde più colte nel Cinquecento e nei primi decenni del Seicento. Alla riattivazione del tribunale dell'inquisizione nell'isola, la sua gestione venne affidata soprattutto a funzionari spagnoli, giacché si riteneva che i nativi fossero più inclini alla nazione francese e a quella italiana che a quella spagnolaBruno Anatra, Dall'unificazione aragonese ai Savoia, sta in AA. VV. Storia d'Italia vol. X , Torino, Utet, 1984, pp 189-654 e in Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 592. In una sessione parlamentare convocata da Don Alvaro de Madrigal, viceré del regno sardo dal 1556 al 1569, su proposta dello stamento militare si ordinò che gli statuti di Iglesias e Bosa redatti in toscano, nonché i capitoli della città di Sassari redatti in genovese o italiano, fossero piuttosto tradotti in sardo o in catalano. Gli statuti di Sassari sarebbero stati approvati nel 1565 in italiano e un nuovo Parlamento, convocato dal viceré conte d'Elda, fu costretto a reiterare la richiesta nel 1603Francesco Bruni, op. cit. 1992 e 1996, p. 593. Nel 1559, una prammatica di Filippo II ingiunse ai suoi sudditi di non studiare in università straniere: tale misura colpì, fra gli altri, quei sardi che proseguivano gli studi nelle università italiane. Si stima che nel XVI secolo nella sola università di Pisa si laurearono 148 sardi, numero salito a 296 nel XVII secolo.Giuseppe Seche, Vicende e lettura di studenti universitari del XVI secolo. Studenti sardi nell'Università di Pisa, Archivio storico italiano, Vol. 173, Nº. 2, 2015, pp. 313-340 Purtuttavia, tale divieto non riuscì, nelle parole di Francesco Alziator, ad «...arginare questo flusso della gioventù studiosa che dalla Sardegna verso la penisola italiana» si muovevaCitazione da Francesco Alziator, Storia della letteratura di Sardegna, 3 tomi, Cagliari, 1982 p. 137. Citato in Francesco Bruni, op. cit. 1992 e 1996, p. 594. Nel 1567, fu fatto divieto ai gesuiti di usare sia la lingua italiana sia quella sarda nell'insegnamento, ma la vitalità di entrambe continuò a farsi sentire nei collegi. Secondo Bruno Anatra, nel 1598-99 il 77% dei gesuiti presente nell'isola era nativo della Sardegna, mentre il 14% proveniva dalla penisola italiana e il 7,5% era originario di quella ibericaBruno Anatra, op. cit., 1984, p. 505.
La Sardegna sabauda