Il tacitismo è lo studio e l'imitazione, dal punto di vista stilistico o ideologico, delle opere dello storico latino Publio Cornelio Tacito.

Con il termine tacitismo si indica, in particolare, una corrente storiografica dei secoli XVI-XVII, che fece riferimento alle opere di Tacito per interpretare il proprio tempo e trarne insegnamenti etici e politici. Il tacitismo fu un fenomeno largamente presente nel periodo della Controriforma, per il quale il machiavellismo e la teoria della ragion di Stato, avversati dalla Chiesa di Roma per il loro carattere sovversivo e amorale, venivano celati sotto il riferimento all'opera di Tacito.Vedi: Una parte della critica non condivide questa interpretazione. Secondo il discepolo di Toffanin Rocco Montano, ad esempio: «Del movimento del tacitismo, cioè della speculazione politica che formulò, sulla base di Tacito, del ritratto di Tiberio dato dallo storico latino, i princìpi della scienza politica si è detto, e si dice, che fu una forma di machiavellismo camuffato. Poiché, si dice, durante la Controriforma, non si poteva far riferimento all’opera invisa di Machiavelli, si traevano da Tacito i princìpi di una politica cinica e priva di scrupoli, gli stessi che erano nel Principe. [...] Certamente il ritratto che dà Tacito di Tiberio rivela un maestro di crudeltà, astuzia, abilità politica, inganno rispetto al quale Cesare Borgia, che Machiavelli aveva presentato come “imitabile”, come modello del principe, appare come un rozzo novizio. Ma la differenza, essenziale, è che Tacito non magnifica Tiberio, anzi lo giudica con la più dura severità morale. Solo uno spirito intrinsecamente malvagio e privo di moralità potrebbe essere indotto a fare di Tiberio un modello da imitare. I lettori, i teorici della Controriforma videro messa a nudo, negli Annali, tutta la gamma della astuzia, iniqua o meno, praticata da Augusto e Tiberio. Essi sapevano che in molti casi anche la crudeltà, la forza, l’inganno sono necessari. Ma furono ben lontani dal trarre insegnamenti di negazione dei princìpi morali nella politica. Rilevarono ciò che era giustificabile e ciò che non lo era. Formarono una teoria politica fondata sulla piena consapevolezza delle dure necessità della politica, ma anche cosciente del fatto che il politico deve di volta in volta valutare l’esempio offerto, trovare ciò che è più conforme alle esigenze del popolo e a una politica più sana, più realistica. Scipione Ammirato, Virgilio Malvezzi si servono di Tacito per una analisi assai più penetrante del fatto politico di quella dei Machiavellici e sono decisamente antimachiavellici.» Rocco Montano, Il superamento di Machiavelli: l'idea dello Stato e della politica dal '500 a Vico, Napoli, Vico Editrice, 1977. Il termine tacitismo in questa accezione è una parola d'autore, coniata da Giuseppe Toffanin nell'opera Machiavelli e il tacitismo, pubblicata nel 1921.

Storia

Antichità

Tacito era ben noto ai suoi contemporanei; Plinio il Giovane, uno dei primi ammiratori della sua opera, si congratulò con lui per la sua precisione e predisse che le sue Historiae sarebbero state immortali: solo un terzo della sua opera, tuttavia, è sopravvissuto fino a noi e, per giunta, in un numero esiguo di manoscritti; dipendiamo da un unico manoscritto per i libri I-VI degli Annales e da un altro per l'altra metà superstite (libri XI-XVI) e per i cinque libri delle Historiae rimastici.Grant, Michael, Latin Literature: an anthology, Penguin Classics, London, 1978 p.378f Le opere di Tacito sono state sicuramente utilizzate dagli storici del II e dei primi anni del III secolo, come Cassio Dione, che fa uso di Tacito nel suo resoconto dell'esplorazione della Britannia ad opera di Agricola, e Egesippo, che usò Tacito nel suo racconto della grande rivolta ebraica.Mendell, 1957, pp. 226, 228–229. Il suo latino difficile e il suo stile ellittico, tuttavia, furono imitati solamente da Ammiano Marcellino, che realizzò una continuazione delle sue opere.Mellor, 1995, p. xix; Mendell, 1957, p. 228. La sua popolarità diminuì con il tempo: i suoi ritratti a tinte fosche dei primi imperatori non potevano essere visti con favore nella Roma sempre più autocratica del Basso Impero, e il suo evidente disprezzo per l'ebraismo e il cristianesimo (entrambi pericolosi culti stranieri agli occhi di un aristocratico romano del I secolo) lo rese impopolare tra i primi Padri della Chiesa.Mendell, 1957, p. 226; Mellor, 1995, p. xix. Lo scrittore del III secolo Tertulliano, per esempio, lo accusò di aver inventato la leggenda che gli Ebrei adoravano la testa di un asino nel Santo dei Santi e lo chiama "ille mendaciorum loquacissimus", 'il più loquace dei bugiardi'.Tertulliano, Apologeticum, 16.

Nel IV secolo sono stati individuati sparsi riferimenti alla sua vita e al suo lavoro. Flavio Vopisco, uno dei presunti Scriptores Historiae Augustae, lo cita due volte (Aureliano 2.1, Probo 2.7.) e lo nomina tra i disertissimos viros, gli uomini più eloquenti. Ammiano Marcellino, come accennato, iniziò le sue Storie dove Tacito aveva finito le sue. Girolamo lo conosceva e Sulpicio Severo utilizzò i suoi Annales come fonte per i passaggi su NeroneMendell, 1957, pp. 228–229. o, secondo Arthur Drews, il passaggio delle Cronache di Sulpicio Severo fu in seguito inserito negli Annales. Dal V secolo in poi solo pochi autori sembrano conoscerlo: Sidonio Apollinare, che lo ammira, e Orosio, che a volte lo deride come uno sciocco e altre volte prende in prestito passaggi delle sue opere (compresi molti che sarebbero altrimenti andati perduti).Mendell, 1957, pp. 229–232; Mellor, 1995, p. xix. Cassiodoro e il suo discepolo Giordane (metà del VI secolo) sono gli ultimi autori antichi a fare riferimento a Tacito; Cassiodoro utilizza parti della Germania e Giordane cita l'Agricola, ma entrambi conoscono l'autore solo come Cornelio.Jordanes, Getica, 2.13; vedi Mendell, 1957, p. 232; Mellor, 1995, p. xix.

Dopo Giordane Tacito scomparve dalla letteratura per circa due secoliIntero o in parte lo possederono solo i monasteri di Montecassino, Fulda, Corvey., e solo quattro riferimenti certi alla sua opera compaiono fino al 1360. Due provengono da monaci franchi della Rinascita carolingia: gli autori degli Annales Fuldenses usarono gli Annales di Tacito, e Rodolfo di Fulda prese in prestito passi della Germania per la sua Translatio Sancti Alexandri.Mendell, 1957, pp. 234–235, confonde Rodolfo con Eginardo, nelle opere del quale compaiono alcuni dei riferimenti incerti; Haverfield, 1916, p. 200; Schellhase, 1976, p. 5, dà tutti e quattro i riferimenti elencati qui. Alcune opere di Tacito erano conosciute fin dal 1100 nell'Abbazia di Montecassino dove compaiono gli altri due riferimenti: Pietro Diacono utilizzò l'Agricola nella Vita Sancti Severi, e Paolino Veneto, vescovo di Pozzuoli, citò passi degli Annales nel suo De mapa mundi.Mendell, 1957, pp. 236–237; Schellhase, ibid. Reminiscenze di Tacito compaiono nella letteratura francese, inglese, tedesca e italiana dei secoli XII-XIV, ma in nessun caso una dipendenza diretta da Tacito può essere provata con certezza.Mendell, 1957, pp. 234–238 e Schellhase, 1976, ibid., ne esaminano alcuni; vedi anche Haverfield, 1916, passim. Fu solo quando Giovanni Boccaccio portò il manoscritto contenente Annales 11-16 e Historiae da Montecassino a Firenze, nel decennio 1360-1370, che Tacito iniziò a riconquistare terreno negli ambienti letterari.

Rinascimento italiano

Gli sforzi di Boccaccio ridiedero lustro all'opera di Tacito, che da allora cominciò a diffondersi nei circoli dei primi umanisti, Coluccio Salutati, Leonardo Bruni, Sicco Polenton. Tuttavia gli umanisti dei secoli XIV e XV preferivano lo stile regolare di Cicerone e la storiografia patriottica di Livio, che era di gran lunga il loro storico preferito.Whitfield, 1976, passim.

L'editio princeps delle opere di Tacito, contenente i libri XI-XVI degli Annales, I-V delle Historiae, il De origine et situ Germanorum e il Dialogus de oratoribus, venne pubblicata nel 1470, presso la tipografia veneziana di Wendelin von Speyer. Sotto papa Leone X fu scoperto nell'Abbazia di Corvey il codice Mediceo I contenente i primi libri degli Annales, editi da Filippo Beroaldo il Giovane a Roma nel 1515 e da Alessandro Minuziano nel 1517 a Milano insieme con il resto delle opere di Tacito.

All'inizio del XVI secolo, dopo l'espulsione dei Medici da Firenze, il loro ritorno, e le guerre d'Italia, Tacito tornò a d'attualità tra i teorici del repubblicanesimo classico. Niccolò Machiavelli fu il primo a vedere in Tacito un modello politico e letterario. Una citazione dagli Annales (13.19) appare nel capitolo 13 del Principe ("fu sempre opinione e sentenzia delli uomini savi, quod nihil sit tam infirmum aut instabile quam fama potentiae non sua vi nixa").Mellor, 1995, pp. xx–xxi, 6–7; Burke, 1969, pp. 164–166; Schellhase, 1976, pp. 67–68. Il principe idealizzato ha una certa somiglianza con il Tiberio di Tacito; alcuni (in particolare Giuseppe Toffanin) hanno sostenuto che Machiavelli abbia fatto un uso maggiore di Tacito di quanto non traspaia dalle sue opere.Il rapporto tra Tacito e Machiavelli è stato spesso messo in luce. Già Hamelot de la Houssaye, nel suo commento al Principe, affermava che non si poteva condannare o approvare l'uno dei due scrittori senza l'altro («de sorte que si Tacite est bon à lire pour ceux qui ont besoin d’apprendre l’art de gouverner, Machiavel ne l’est guère moins: l’un enseignant comment les Empereurs Romains gouvernaient, & l’autre comment il faut gouverner aujourd’hui.»). E Giusto Lipsio, nei suoi Politicorum libri sex (1589), pur esaltando come fonte del suo pensiero Tacito, («quia plus unus ille nobis contulit, quam ceteri omnes») non nasconde la sua ammirazione per Machiavelli («unius tamen Machiavelli ingenium non contemno, acre, subtile, igneum: et qui utinam Principem suum recta duxisset ad templum illud virtutis et honoris») In realtà Machiavelli probabilmente non aveva ancora letto i primi libri degli Annales, che furono pubblicati solo dopo la stesura de Il Principe.Whitfield, 1976, p. 286. Toffanin non esclude l'ipotesi che Il Principe, che fu pubblicato solo nel 1532, possa essere stato ritoccato da Machiavelli dopo la lettura dei primi libri di Tacito.

Dopo la condanna di Machiavelli all'Indice dei libri proibiti, i filosofi politici dei paesi cattolici utilizzarono frequentemente l'autore romano al posto del filosofo fiorentino, e l'imperatore Tiberio come maschera del principe ideale. Autori come Francesco Guicciardini consideravano l'opera di Tacito un manuale per la costruzione di uno stato dispotico. Seguendo questa linea di pensiero, i filosofi della Controriforma e dell'età dell'assolutismo videro nelle sue opere una fonte inesauribile di regole e principî da impiegare nell'azione politica. Nei Ragguagli di Parnaso di Traiano Boccalini, ad esempio, Tacito è considerato «padre della prudenza umana e vero inventor della moderna politica» (I 84). Ancora a fine secolo Emanuele Tesauro avrebbe invitato i suoi lettori ad aprire gli Annales e le Historiae, «nuova scuola politica» in cui Tacito «insegna con quai massime si governi un principe accorto, ma cattivo, e con quai massime si debba governare un buon cittadino verso un tal principe» (La filosofia morale [...], Torino, Per B. Zavatta, 1672, l. XVII 15, p. 446)..