Deputato del Regno d'Italia per numerose legislature, ricoprì l'incarico di Ministro dei lavori pubblici nel governo Governo di Rudinì IV. Fu tra i principali promotori del progetto dell'Acquedotto pugliese, diventando presidente del Consiglio di Amministrazione del Consorzio per l'Acquedotto Pugliese nel 1906, e svolgendo un ruolo di primo piano nella trasformazione dell'agricoltura del Tavoliere nella seconda metà del XIX secolo.
Biografia Nacque a Cerignola il 24 agosto 1836, primogenito di Federico e Antonia Traversi. La famiglia, estranea alla nobiltà fondiaria, consolidò la propria posizione economica attraverso il commercio dei cereali avviato dal padre Federico, anche grazie ai rapporti instaurati con la famiglia Traversi. Frequentò il Collegio Sant'Antonio dei Padri Scolopi di Maddaloni, istituto che in precedenza aveva assunto la denominazione di Real Collegio e che successivamente divenne il Convitto Nazionale "Giordano Bruno". Gli studi gli fornirono una formazione prevalentemente umanistica, accompagnata da una solida educazione religiosa. Conclusa la formazione, collaborò con il padre nelle attività commerciali e finanziarie della famiglia. Tale esperienza gli consentì di viaggiare in numerosi centri economici europei, ampliando le proprie conoscenze nel campo del commercio internazionale e maturando orientamenti favorevoli al liberalismo economico. Parallelamente partecipò all'espansione del patrimonio fondiario familiare, destinato ad assumere una crescente rilevanza negli anni successivi. L'11 marzo 1858 sposò a Napoli Maria Teresa Rosa Cannone, figlia di Nicola Cannone e sorella di Giuseppe Cannone che per oltre quindici anni sarà assessore e sindaco di Cerignola, nella più lunga ed ininterrotta funzione amministrativa di sempre della città. L'unione consolidò i rapporti tra due delle principali famiglie della borghesia agraria e commerciale di Cerignola, rafforzando una rete di relazioni economiche e politiche che avrebbe caratterizzato la vita pubblica locale nella seconda metà dell'Ottocento.
Attività imprenditoriale Pavoncelli seguì con interesse il processo di unificazione italiana, ritenendo che la nascita di un mercato nazionale avrebbe favorito la libertà degli scambi commerciali e lo sviluppo delle attività economiche. Pochi giorni dopo l'ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli, nel 1860, venne costituita la società "Federico e Giuseppe Pavoncelli", specializzata nel commercio dei cereali. L'impresa disponeva di depositi in diverse città del Regno, di una rete di agenti commerciali e di una propria flotta di velieri destinati al trasporto delle merci. Negli stessi anni Napoli divenne il principale centro delle attività economiche della famiglia dopo Cerignola. I Pavoncelli investirono nel settore immobiliare e ampliarono progressivamente la propria rete di relazioni imprenditoriali e finanziarie, partecipando anche ad iniziative culturali e societarie della città. La crisi agraria degli anni Ottanta dell'Ottocento, provocata dall'afflusso di cereali provenienti dal Nord America, indusse Pavoncelli a promuovere una profonda trasformazione delle aziende agricole familiari. Progressivamente la produzione cerealicola fu affiancata da colture specializzate, in particolare vigneti, oliveti e frutteti, ritenute più redditizie rispetto alla cerealicoltura tradizionale. La riconversione interessò oltre duemila ettari di terreni nel Basso Tavoliere. Vennero realizzati numerosi stabilimenti enologici con annesse cantine nei poderi di Santo Stefano, Torre Giulia, San Martino, Pozzelle, Stornara, Orta Nova e San Domenico oltre ad altri impianti di minori dimensioni a Barletta, dove la famiglia aprì una società destinata alla commercializzazione dei prodotti agricoli. L'organizzazione aziendale integrava produzione agricola, trasformazione industriale e commercializzazione, secondo un modello imprenditoriale che contribuì allo sviluppo dell'agricoltura specializzata nell'area del Tavoliere. Parallelamente furono introdotte innovazioni tecniche e forme di meccanizzazione volte ad aumentare la produttività delle aziende agricole. Nei rapporti con i coloni e gli affittuari Pavoncelli sostenne un'impostazione di carattere paternalistico. Nell'azienda di Torre Giulia progettò la realizzazione di un insediamento dotato di abitazioni, scuola, chiesa e assistenza sanitaria destinato ai lavoratori agricoli, progetto che rifletteva esperienze analoghe già sviluppate nei villaggi operai dell'Italia settentrionale.
Carriera politica Pavoncelli entrò nella vita politica nazionale nel 1870, quando si candidò alle elezioni per la Camera dei deputati nel collegio di Cerignola. In quella occasione fu sconfitto da Ettore Ripandelli, uno dei principali esponenti del liberalismo della Capitanata. Fu eletto deputato nel 1874. Dopo la mancata rielezione del 1878, riconquistò il seggio nelle elezioni del 1882 e venne successivamente confermato in tutte le consultazioni fino al 1909. In seguito alla riforma elettorale del 1882, che modificò la ripartizione dei collegi, nelle elezioni del 1886 e del 1890 risultò il candidato più votato nel collegio di Foggia, precedendo Antonio Salandra.
Personalità complessa e di grande spessore, a Pavoncelli corrisponde, con la stessa efficacia, il ritratto politico che lo storico Francesco Renda ha fatto di Antonio di Rudinì: ”esercitando nel contempo la pratica delle trasformazioni e degli investimenti e quella della semplice percezione della rendita fondiaria aveva due anime e due volti, liberale e reazionario, sensibile e sordo alle esigenze del nuovo mondo che avanza”.
Nel corso della sua attività parlamentare si occupò prevalentemente di questioni economiche, agricole e infrastrutturali. La sua azione politica rifletteva gli interessi della grande proprietà fondiaria meridionale, pur distinguendosi, in alcune circostanze, per posizioni non coincidenti con quelle prevalenti tra i proprietari agricoli del Mezzogiorno. La crisi agraria che investì l'Italia negli ultimi decenni dell'Ottocento, determinata anche dall'aumento delle importazioni di cereali nordamericani, rappresentò uno dei temi centrali del suo impegno parlamentare. Nel dibattito sulla trasformazione dell'agricoltura italiana sostenne la necessità di orientare le aziende verso produzioni specializzate a maggiore valore aggiunto, come la viticoltura, l'olivicoltura e la frutticoltura, ritenendo che tali colture offrissero prospettive economiche più favorevoli rispetto alla cerealicoltura estensiva. La svolta protezionistica del 1887 costituì un momento di particolare rilievo nella sua attività politica. Pavoncelli fu tra i parlamentari meridionali che espressero riserve nei confronti dell'inasprimento della tariffa doganale, ritenendo che la modernizzazione dell'agricoltura dovesse fondarsi soprattutto sull'aumento della competitività delle aziende e sul miglioramento delle infrastrutture piuttosto che sulla protezione del mercato interno. Parallelamente all'attività parlamentare proseguì l'ammodernamento delle aziende agricole di famiglia, introducendo innovazioni tecniche e organizzative che integrarono produzione agricola, trasformazione industriale e commercializzazione. Tale modello imprenditoriale è stato indicato dalla storiografia come uno degli esempi più significativi dell'evoluzione del capitalismo agrario nel Mezzogiorno tra XIX e XX secolo. L'introduzione della meccanizzazione e la trasformazione degli ordinamenti colturali contribuirono tuttavia a modificare profondamente i rapporti di lavoro nelle campagne del Basso Tavoliere. Negli ultimi anni del secolo il territorio di Cerignola fu interessato da un crescente conflitto sociale, favorito dalla diffusione delle organizzazioni dei lavoratori agricoli e dall'intensificarsi delle rivendicazioni salariali. Secondo parte della storiografia, Pavoncelli cercò di svolgere un ruolo di mediazione tra la grande proprietà e il movimento dei lavoratori agricoli, assumendo posizioni più moderate rispetto ai settori più intransigenti della classe agraria locale. Tale orientamento contribuì alla conclusione degli accordi che portarono, nel 1907, alla stipula del primo contratto collettivo di lavoro per i braccianti agricoli del territorio di Cerignola.
Ministro dei Lavori pubblici Nel 1898 fu nominato ministro dei Lavori pubblici nel secondo governo presieduto da Antonio di Rudinì. L'esperienza ministeriale ebbe durata limitata, ma coincise con una fase nella quale il tema delle infrastrutture assumeva un'importanza crescente per lo sviluppo economico del Mezzogiorno. Durante il mandato sostenne l'opportunità di un intervento dello Stato nella realizzazione di grandi opere pubbliche considerate essenziali per la modernizzazione delle regioni meridionali. Tra i principali obiettivi perseguiti figuravano la costruzione dell'Acquedotto Pugliese e l'avvio di interventi di Bonifiche idrauliche a carico dello Stato con la legge Pavoncelli-Lacava 1898 nelle aree agricole della Puglia. Pur mantenendo un orientamento economico di ispirazione liberale, Pavoncelli riteneva che infrastrutture di interesse generale quali reti idriche, strade e ferrovie dovessero essere promosse con il concorso dello Stato, in quanto indispensabili allo sviluppo della produzione agricola e alla riduzione del divario infrastrutturale tra il Mezzogiorno e le regioni settentrionali. L'esperienza ministeriale rappresentò il momento di maggiore rilievo della sua carriera politica e consolidò la sua posizione tra gli esponenti del liberismo meridionale attivi tra la fine dell'Ottocento e l'età giolittiana.
L'Acquedotto Pugliese
Tra le iniziative alle quali Pavoncelli legò maggiormente il proprio nome vi fu il progetto dell'Acquedotto Pugliese, considerato uno degli interventi infrastrutturali più rilevanti per lo sviluppo economico della regione tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Nel dibattito che precedette la realizzazione dell'opera sostenne, insieme ad altri esponenti del liberalismo meridionale, la necessità di favorire lo sviluppo del Mezzogiorno attraverso investimenti infrastrutturali piuttosto che mediante politiche di carattere assistenziale. Tra i principali sostenitori del progetto figuravano anche l'economista Antonio De Viti De Marco, il giurista Alfredo Codacci Pisanelli e Antonio De Tullio, presidente della Camera di commercio di Bari. La legge 26 giugno 1902, n. 245, dispose la costituzione del Consorzio per l'Acquedotto Pugliese. Nel 1906 Pavoncelli ne fu nominato presidente, seguendo le procedure che portarono all'affidamento dei lavori, avviati l'anno successivo. L'acquedotto costituì uno dei principali interventi pubblici destinati a modificare l'assetto economico e sanitario della Puglia nel corso del Novecento ed è generalmente considerato il risultato dell'azione congiunta di amministratori, tecnici e rappresentanti politici che ne sostennero la realizzazione.
Ultimi anni Negli ultimi anni della vita Pavoncelli continuò a esercitare il mandato parlamentare e a dirigere le attività economiche della famiglia. Parallelamente mantenne interessi in numerose iniziative finanziarie e industriali, partecipando al capitale di diverse società operanti nei settori minerario, agricolo, editoriale e immobiliare. Tra queste figuravano la Società Elba, impegnata nello sfruttamento dei giacimenti minerari dell'Isola d'Elba, la Società dei Fondi Rustici e la società editrice del Giornale d'Italia. Gli anni conclusivi della sua attività coincisero con una fase di profonde trasformazioni economiche e sociali nel Mezzogiorno. La crescita delle organizzazioni sindacali agricole e l'intensificarsi dei conflitti nelle campagne modificarono il quadro politico nel quale aveva operato durante gran parte della propria carriera.
Morì a Napoli il 2 maggio 1910.
Eredità