Rapito da Cosa nostra all’età di dodici anni, dopo che il padre, il mafioso Santino Di Matteo, aveva cominciato a collaborare con la giustizia, fu tenuto in ostaggio per 779 giorni e, pochi giorni prima del quindicesimo compleanno, assassinato per strangolamento e sciolto nell’acido su ordine del boss corleonese Giovanni Brusca, all'epoca capo del mandamento di San Giuseppe Jato.

Biografia Le origini e il contesto familiare Giuseppe Di Matteo nasce a Palermo il 19 gennaio 1981, figlio primogenito di Mario Santo Di Matteo, detto Santino e noto con il soprannome di 'mezzanasca', e di sua moglie Franca Castellese. I Di Matteo erano una famiglia mafiosa da diverse generazioni: si pensi che . Santino Di Matteo aveva assimilato i codici e le mitologie di Cosa nostra attraverso i racconti dei membri maschi della famiglia e, durante l’infanzia del piccolo Giuseppe, aveva servito l’organizzazione criminale come alleato dei Corleonesi, coprendo l’inizio della latitanza di Giovanni Brusca nelle tenute di famiglia, commettendo numerosi omicidi e fornendo supporto tecnico e logistico per la preparazione dell’attentato di Capaci.Cfr. al riguardo le dichiarazioni dello stesso Brusca in Saverio Lodato, Ho ucciso Giovanni Falcone. La confessione di Giovanni Brusca, Milano, Mondadori, 2006: “La mia latitanza [c]ominciò il 31 gennaio 1992, quando la Cassazione confermò le condanne del ‘maxi processo’ (...). All’inizio abitavo ad Altofonte, un paese tra San Giuseppe Jato e Palermo, nella casa di Mario Santo di Matteo”. Pochi mesi dopo, Di Matteo parteciperà “alla strage di Capaci sino (…) ai preliminari (…): i telecomandi … li confezionammo, li assemblammo e li provammo da Mario Santo di Matteo, in contrada Rebottone, ad Altofonte, in aperta campagna. Facevamo tutte le prove che volevamo: di telecomandi … e di esplosivi e … anche di velocità (…). Le prove di velocità (…) le avevo fatte [anche] con l’auto di Di Matteo (…). Poi non ci fu più bisogno di lui”.

La madre di Giuseppe proveniva, invece, da una famiglia non mafiosa. Di origini contadine, aiutò la famiglia nel lavoro dei campi prima di seguire dei corsi di formazione professionale come infermiera e dattilografa. Vincitrice di concorso dapprima in ospedale, quindi al Tribunale e poi alle Poste, lavorò per dieci anni come infermiera all’ospedale psichiatrico di Palermo prima di passare all’ospedale di Altofonte, dove, pur mantenendo la sua qualifica, svolse funzioni amministrative come addetta alle relazioni con il pubblico.

L’infanzia fino al rapimento

Il nonno paterno, anch'esso di nome Giuseppe Di Matteo ed anch’egli, come Santino, affiliato a Cosa Nostra, strinse con il nipote un legame affettivo intensissimo ed esclusivo: oltre a esaudire sempre i suoi desideri, andando a volte contro le volontà dei genitori (come quando gli permise di guidare l’agognato motorino di piccola cilindrata e gli impartì i primi insegnamenti per guidare l’auto), lo seguì e assecondò nella precocissima, tenace e irresistibile passione per i cavalli. A tale riguardo è tramandato che “la sua attrazione preferita erano fin da piccolissimo i cavalli di plastica, di stoffa, a dondolo per poterci salire” e che fu poi nella tenuta del nonno che giocò per la prima volta con una cavallina. “Non aveva ancora sette anni quando aveva sfilato in costume da cavallerizzo durante la festa patronale per le vie del paese, a poco più di nove aveva fatto la prima gara”. Il suo primo cavallo apparteneva al nonno, mentre il secondo – un esemplare da competizione per il salto a ostacoli del valore di trentacinque milioni di lire – fu un omaggio delle potenti famiglie mafiose della zona ai Di Matteo padre e nonno.

Oltre a praticare l’equitazione a livello agonistico, il piccolo Giuseppe “passava ore” a seguirla in televisione. “Aveva studiato il metodo equestre che aveva fatto scuola nel campo, quello di Federico Caprilli (…) [e] il suo sogno era quello di saltare a piazza di Siena con i colori della Nazionale. La gara che lo appassionava di più era la ‘potenza’, una serie di salti a eliminazione in cui vinceva chi riusciva a saltare più in alto”. “Al galoppatoio lo conoscono tutti. Ha già vinto alcune gare e tantissimi premi: è il più piccolo ed è molto promettente. È la mascotte del maneggio di Villabate”. Al XXVIII Concorso Ippico Internazionale di Marsala (22-28 maggio 1992), vince la coppa a cui teneva maggiormente.

A proposito il fratello minore di Giuseppe, Nicola, ricorda: “un giorno arrivò Giovanni Brusca, a me e mio fratello Giuseppe regalò un Nintendo, è ancora a casa da qualche parte, quanto ci abbiamo giocato nei due mesi che rimase a casa nostra con la sua compagna. Allora non sapevo che fosse un mafioso latitante, non sapevo neanche del ruolo di mio padre”.

La giocosità e affettuosità del piccolo Giuseppe è attestata anche dai ricordi scolastici dell’amica Mariella, con cui aveva organizzato scherzi e partecipato a escursioni e gare. Mariella racconta così di quando per scherzo avevano nascosto le merende di tutti i compagni di classe e di quando, sul pullman che li portava in gita scolastica ad Agrigento avevano cantato le loro canzoni preferite. Quella di Giuseppe era Vita mia di Amedeo Minghi, ma Giuseppe amava molto anche le canzoni della tradizione popolare siciliana, come Si maritau Rosa, di cui cantava a squarciagola il ritornello. La stessa Mariella ricorda, infine, come grazie al sostegno dell’amico ella aveva trovato la forza di partecipare alla gara di mezzofondo che si era tenuta ad Altofonte nei primi anni novanta alla presenza del loro compaesano Salvatore Antibo, negli anni ottanta uno dei corridori di fondo migliori del mondo.

Il sequestro e l’omicidio

Anche l’alimentazione e l’igiene personale del ragazzino furono lungamente e gravemente trascurate, al punto che solo dopo quasi due anni dal rapimento gli vennero tagliati per la prima volta i capelli, gli venne dato del latte al mattino e qualche pasto caldo. Quando, dopo due anni e più di sequestro, Giuseppe fu immobilizzato per essere strangolato, uno degli esecutori materiali dell’omicidio notò che “ormai … non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… … sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro”.

Il giudice Sabella, che condusse le indagini e istruì il processo, ha potuto ricostruire le condizioni di prigionia, ; ampie citazioni direttamente dagli atti del processo. Dopo aver trascorso la prima notte del sequestro in un nascondiglio improvvisato all’interno di un capannone a Lascari, dove il bimbo non disponeva di un bagno, Giuseppe fu trasferito in diversi nascondigli nella provincia di Agrigento.Cfr. perciò Martino Lo Cascio, Il giardino della memoria. I 779 giorni del sequestro Di Matteo. Messina, Mesogea, 2016, pp. 29-35, 38-47 Sono “mesi di celle umide, pareti scrostate, latrine improvvisate, giacigli sporchi e puzzolenti. Mesi di corde, catene, cappucci. Di giorno qualcuno, con il viso coperto dal passamontagna, gli porta da mangiare. Non lo tengono digiuno, ma gli danno sempre le stesse cose, pizza fredda e panini. Panini e pizza. Ogni tanto gli fanno una foto, un filmino o gli fanno scrivere sotto dettatura qualche biglietto (…): messaggi da mandare ai familiari” per ricattarli.

Tra la fine dell’estate del 1994 e l’agosto del 1995, viene spostato dapprima in una masseria adibita a deposito per le olive nelle Madonie, quindi in una abitazione a Castellammare del Golfo, da lì nel magazzino di un limoneto, a Campobello di Mazara, e poi ancora in un covo nei pressi di Erice. Tutti questi ambienti sono nascondigli improvvisati.Cfr. al riguardo Lo Cascio, cit., pp. 57-62, 75-80. In particolare, a Castellammare del Golfo, la sua cella è “un bagno dove c'è appena lo spazio per appoggiare a terra un materasso”Sabella, cit. p. 170 e Giuseppe riceve il cibo e, quando è il caso, dei “bigliettini scritti” attraverso “uno sportellino in basso” che è stato ricavato nella porta e che ricorda una “gattaiola”Ibidem. A Campobello di Mazara, invece, la cella è un “locale zeppo di casse, con una stanzetta e un séparé dove è stata ricavata una sorta di latrina”Ivi, pp. 170-171..

Dall’agosto del 1995, infine, Giuseppe viene tenuto nei sotterranei di un casolare in località GiambascioCfr. al riguardo Lo Cascio, cit., pp. 99-111., presso San Giuseppe Jato, in un ambiente sotterraneo . La cella è dotata di una porta di ferro con spioncino e il passaggio dal pianterreno al sotterraneo è garantito da un montacarichi perfettamente mimetizzato.

Il casolare, confiscato alle mafie, è oggi un centro di valorizzazione del territorio e un luogo della memoria e dell’impegno contro le mafie e reca il nome di Giardino della Memoria. A Giuseppe Di Matteo sono dedicati inoltre due presidi antimafia della rete associativa antimafia Libera (il primo a Saluggia, in provincia di Vercelli, e il secondo nella Valle dello Jato, in Sicilia) e, in ricordo della sua grande passione per l’equitazione, due centri ippici, uno nel Parco dei Nebrodi e uno a Portella della Ginestra, anch’esso “sorto sui terreni confiscati” alla mafia.

L’impatto sociale e l’influenza culturale

In interviste concesse a Sandro Ruotolo per il giornale online Fanpage.it, Santino Di Matteo ha ricordato come i crimini commessi contro suo figlio Giuseppe da parte di Cosa nostra abbiano finito col danneggiare profondamente l’organizzazione criminale, facendole perdere consenso e turbando coscienze.Cfr. per esempio https://youmedia.fanpage.it/video/aa/WTijJuSwiAMxiOMH/u1/

Entrata in depressione per aver subito due aborti e per la vergogna di essere sorella di Pino Marchese, “il primo ‘corleonese’ pentito ed il collaboratore di giustizia più odiato dalla famiglia Riina”Sabella, Cacciatore, op. cit., p. 64., la donna rimane “profondamente turbata, come gran parte del popolo di Cosa nostra, dalla storia del piccolo Giuseppe Di Matteo”Ibidem.. Si convince così “che non avere figli sia una sorta di castigo di Dio, una punizione per il rapimento di quel ragazzino innocente eseguito dagli uomini di suo marito. Il boss giura alla moglie che il bambino non è stato ucciso. E in effetti, in quella data, dice la verità. Ma lei non gli crede. E, tra mille tormenti, si toglie la vita”.Ibidem.

Lo stesso responsabile del fatto Giovanni Brusca, una volta divenuto collaboratore di giustizia, ha dichiarato di sentirsi consapevole che, pur essendosi reso autore e/o mandante di un numero di omicidi e crimini così alto da non riuscire nemmeno a ricordarlo, nessuno di essi gli avrebbe attirato addosso così tanto ribrezzo e provocato così tanto disagio quanto l'uccisione del piccolo Giuseppe: “Sono diventato ‘il mostro’ per avere commesso questo delitto. Forse non lo sarei diventato se mi fossi limitato a uccidere il dottor Falcone e sua moglie … Nelle aule dei processi … la mia ricostruzione, se possibile, è stata ancora più minuziosa, più puntigliosa più ricca di particolari che per tutti gli altri crimini … Ogni volta che in dibattimento mi hanno rivolto domande su Giuseppe Di Matteo ho perso la calma, spesso il mio autocontrollo, la mia sicurezza espositiva. Serve a qualcosa vergognarsi quando si è fatto uccidere un ragazzino che poteva essere tuo figlio? Non lo so. So, di sicuro, che per me sarebbe meglio non parlarne”Saverio Lodato, op. cit..