Il primo bombardamento di Roma fu un'incursione aerea condotta il 19 luglio 1943 dall'United States Army Air Forces, nell'ambito della campagna d'Italia della seconda guerra mondiale. L'operazione, affidata alla Northwest African Strategic Air Force del Northwest African Air Forces, aveva come obiettivo principale i nodi ferroviari della zona orientale della capitale, ritenuti essenziali per i collegamenti logistici dell'Italia e delle forze dell'Asse impegnate contro l'avanzata alleata nel Mezzogiorno.
Sebbene diretta contro obiettivi militari e infrastrutturali, l'incursione colpì duramente anche numerosi quartieri residenziali, in particolare quello di San Lorenzo, provocando ingenti distruzioni e un elevato numero di vittime civili. Il bombardamento ebbe profonde ripercussioni sull'opinione pubblica italiana e contribuì ad accelerare la crisi politica che, pochi giorni dopo, sfociò nella caduta del fascismo e nell'arresto di Benito Mussolini.
Storia Antefatti Fin dall'entrata del Regno d'Italia nella seconda guerra mondiale, il 10 giugno 1940, la possibilità di sottoporre Roma a bombardamento fu oggetto di un intenso dibattito politico e militare all'interno dei governi e degli alti comandi alleati. Pur rappresentando il principale centro politico, amministrativo e militare italiano, la capitale fu inizialmente esclusa dagli obiettivi strategici dell'aviazione britannica e, successivamente, di quella statunitense. Tale scelta derivava da una pluralità di fattori: l'eccezionale concentrazione di monumenti e opere d'arte, il valore simbolico della città quale capitale della cristianità, la presenza della Città del Vaticano e della Santa Sede, nonché il timore che un bombardamento provocasse una forte reazione dell'opinione pubblica internazionale e dei Paesi cattolici.
Già nel corso del 1940 il governo italiano e la Santa Sede avviarono contatti informali affinché Roma fosse riconosciuta come città aperta, vale a dire priva di obiettivi militari e pertanto sottratta agli attacchi aerei. Negli anni successivi papa Pio XII intervenne più volte, direttamente o tramite il segretario di Stato Luigi Maglione, presso le cancellerie delle potenze belligeranti, auspicando che il patrimonio storico, artistico e religioso della capitale fosse preservato dagli effetti della guerra. Analoghe preoccupazioni emersero anche nella corrispondenza intercorsa tra il presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt e il pontefice, nella quale veniva affrontata la questione della tutela di Roma e del Vaticano durante il conflitto.
Nonostante tali iniziative, la capitale conservava un'importanza strategica di primo piano. Roma ospitava infatti il governo, i ministeri, il Comando Supremo, i principali comandi delle forze armate e numerosi depositi logistici, oltre a costituire il più importante nodo ferroviario dell'Italia centrale. Attraverso gli scali di Roma Tiburtina, San Lorenzo, Roma Ostiense e Roma Prenestina transitavano quotidianamente uomini, armamenti, carburanti e rifornimenti diretti verso il Mezzogiorno e i fronti mediterranei. Per tale ragione gli stati maggiori alleati considerarono progressivamente inevitabile un'azione contro le infrastrutture ferroviarie della capitale, pur consapevoli dell'elevato rischio di colpire anche i quartieri circostanti.
Nel corso del 1942 il progressivo deterioramento della situazione militare dell'Asse modificò definitivamente gli orientamenti strategici anglo-americani. L'intensificarsi della campagna aerea sul territorio italiano e la preparazione dell'invasione della Sicilia resero prioritario interrompere le linee di comunicazione tra l'Italia settentrionale e il fronte meridionale. La conferenza di Casablanca del gennaio 1943 e le successive riunioni degli stati maggiori alleati confermarono l'impiego sistematico dell'aviazione strategica per sostenere le future operazioni terrestri nella penisola.
Lo sbarco in Sicilia, iniziato il 10 luglio 1943, impresse un'accelerazione decisiva ai preparativi. L'avanzata delle truppe anglo-americane rese indispensabile paralizzare il sistema ferroviario romano, attraverso il quale continuavano a transitare reparti e materiali destinati alle forze italo-tedesche schierate nell'Italia meridionale. Il comando della Northwest African Air Force, guidato dal generale Carl Andrew Spaatz e dal generale James Harold Doolittle, predispose quindi una vasta operazione di bombardamento contro gli impianti ferroviari della capitale. Oltre all'obiettivo strettamente militare, una parte della dirigenza alleata riteneva che un attacco su Roma avrebbe contribuito ad accelerare la crisi del regime fascista, ormai gravemente compromesso dagli insuccessi bellici e dalla perdita dell'Africa settentrionale e della Sicilia.
La mattina del 19 luglio 1943, mentre Benito Mussolini era impegnato a Feltre nell'ultimo incontro con Adolf Hitler, durante il quale il Führer tentò invano di convincere il dittatore italiano a proseguire la guerra senza esitazioni, le forze aeree alleate diedero inizio all'operazione contro Roma. L'incursione avrebbe costituito il primo bombardamento su larga scala della capitale italiana e uno degli episodi più traumatici dell'intero conflitto, segnando l'inizio della fase finale della crisi del fascismo e aprendo la strada agli eventi che, nel giro di pochi giorni, avrebbero portato alla destituzione di Mussolini e alla formazione del governo Badoglio I.
Bombardamento
L'operazione contro Roma fu affidata alla Northwest African Strategic Air Force (NASAF), componente della Northwest African Air Forces posta al comando del generale James Harold Doolittle, nell'ambito della campagna aerea alleata avviata a sostegno dell'invasione della Sicilia. Gli obiettivi assegnati consistevano principalmente nei grandi impianti ferroviari della zona orientale della capitale – gli scali di San Lorenzo, Roma Tiburtina, Roma Prenestina e le relative officine – ritenuti essenziali per il trasferimento di uomini, mezzi e rifornimenti verso il fronte meridionale.
La mattina del 19 luglio 1943, poco dopo le ore 11, le prime formazioni alleate raggiunsero Roma provenendo dal mar Tirreno. L'attacco principale ebbe inizio alle ore 11:03 e fu condotto da una massiccia formazione di bombardieri pesanti Boeing B-17 Flying Fortress e Consolidated B-24 Liberator, appartenenti alla United States Army Air Forces, scortati da caccia Lockheed P-38 Lightning. Nel corso del pomeriggio seguirono ulteriori ondate di bombardieri medi North American B-25 Mitchell e Martin B-26 Marauder, incaricati di completare la distruzione degli obiettivi ferroviari già colpiti nella prima fase dell'operazione.
La Regia Aeronautica e le batterie contraeree dislocate attorno alla capitale tentarono di contrastare l'incursione, ma la netta superiorità numerica e tecnologica degli Alleati rese sostanzialmente inefficace la difesa italiana. Le limitate intercettazioni effettuate dai caccia italiani non riuscirono infatti a impedire ai bombardieri di raggiungere gli obiettivi assegnati, mentre il tiro contraereo risultò poco coordinato e incapace di alterare in modo significativo l'azione delle formazioni nemiche.
Complessivamente furono sganciate circa 4.000 bombe, per un peso superiore alle mille tonnellate di esplosivo. Sebbene l'obiettivo dell'operazione fosse costituito dalle infrastrutture ferroviarie, le tecniche di bombardamento dell'epoca, effettuato da elevata quota e in formazione serrata, unite alle condizioni atmosferiche e agli inevitabili errori di puntamento, provocarono un'ampia dispersione degli ordigni sulle aree urbane circostanti. Di conseguenza, accanto agli impianti ferroviari furono gravemente colpiti numerosi quartieri densamente popolati, con pesantissime conseguenze per la popolazione civile.
Il quartiere di San Lorenzo subì le distruzioni più estese. Interi isolati furono rasi al suolo, mentre gravi danni interessarono anche i quartieri Tiburtino, Prenestino, Labicano, Casilino, Tuscolano e Nomentano. Vennero colpiti la Basilica di San Lorenzo fuori le mura, il cimitero monumentale del Verano, il Policlinico Umberto I, la Città universitaria, numerosi edifici scolastici, ospedali, conventi, abitazioni civili e infrastrutture pubbliche. La distruzione della rete idrica e di quella elettrica rese ancora più difficoltose le operazioni di soccorso, mentre numerosi incendi continuarono a propagarsi per diverse ore dopo il termine dell'incursione.
Il numero delle vittime non è mai stato definitivamente accertato. Le stime generalmente accolte dalla storiografia indicano circa 3.000 morti e oltre 11.000 feriti, ma alcune ricostruzioni propongono cifre differenti in ragione delle difficoltà incontrate nell'identificazione delle persone decedute, della presenza di numerosi sfollati non registrati e dell'incompletezza della documentazione prodotta nei giorni immediatamente successivi al bombardamento.
L'incursione ebbe un'immediata risonanza internazionale. Le immagini della capitale devastata e della popolazione impegnata nei soccorsi furono diffuse sia dalla propaganda italiana sia dagli organi d'informazione alleati, contribuendo a fare del bombardamento di Roma uno degli episodi più noti della guerra aerea sul territorio italiano. Per gli Alleati l'operazione rappresentò un successo sotto il profilo militare, avendo temporaneamente compromesso il principale nodo ferroviario dell'Italia centrale; per la popolazione romana essa costituì invece uno degli eventi più traumatici dell'intero conflitto, segnando profondamente la memoria collettiva della città.
Soccorsi e reazioni
Non appena cessò l'incursione, i quartieri colpiti furono raggiunti dai reparti dei Vigili del fuoco, della Croce Rossa Italiana, dell'Arma dei Carabinieri Reali, della Regia Guardia di Finanza, del Regio Esercito, della Regia Aeronautica, oltre che da personale sanitario, religiosi e numerosi volontari. Le operazioni di soccorso furono rese particolarmente difficoltose dalla vastità delle distruzioni, dagli incendi sviluppatisi in diversi punti della città, dall'interruzione delle comunicazioni e dal danneggiamento delle reti idrica ed elettrica. Ospedali, conventi, parrocchie e istituti religiosi accolsero migliaia di feriti e di sfollati, mentre numerosi cittadini parteciparono spontaneamente alla ricerca dei superstiti sotto le macerie.
Tra le vittime dell'incursione figurò il comandante generale dell'Arma dei Carabinieri Reali, il generale di corpo d'armata Azolino Hazon, che perse la vita mentre si stava recando nelle aree bombardate per coordinare gli interventi di soccorso. Per il comportamento tenuto durante l'emergenza gli fu successivamente conferita la Medaglia d'argento al valor militare alla memoria. La sua morte rappresentò una delle perdite più significative subite dalle istituzioni dello Stato durante il bombardamento.
Nel pomeriggio papa Pio XII lasciò il Vaticano e raggiunse il quartiere di San Lorenzo, una delle aree maggiormente devastate. Accompagnato da pochi collaboratori, percorse le strade ancora ingombre di macerie, sostò davanti alla Basilica di San Lorenzo fuori le mura e al Verano, impartì la benedizione ai superstiti, visitò i feriti e dispose l'immediata distribuzione di aiuti economici e materiali alla popolazione. La presenza del pontefice, documentata da numerose fotografie e testimonianze contemporanee, assunse un forte valore simbolico e contribuì a consolidarne l'immagine di pastore vicino alla popolazione colpita dalla guerra.