Biografia Luttwak è nato ad Arad in Romania da una famiglia ebraica che dopo la seconda guerra mondiale si rifugiò in Italia per scappare dai sovietici. Durante la sua infanzia Luttwak ha vissuto a Palermo e poi a Milano. Per questo ha mantenuto per l'Italia un interesse e un'attenzione costanti, pur diventando un esperto di geopolitica di fama internazionale. Ha frequentato in seguito il Carmel College nel Regno Unito per un breve periodo. Inoltre ha studiato nella London School of Economics and Political Science e all'Università Johns Hopkins di Baltimora dove ha conseguito un dottorato in economia.

Il suo primo incarico accademico è stato quello di professore all'Università di Bath; nel 2004 è diventato un consulente al Centro Internazionale per gli Studi Strategici a Washington. Ha ottenuto il ruolo di consulente allUfficio del Ministero della difesa statunitense, il National Security Council e al Dipartimento di Stato statunitense. È stato membro del National Security Study Group del Dipartimento della Difesa statunitense e fa parte dell'Istituto delle Politiche Fiscali e Monetarie che fa capo al Ministero del Tesoro. È stato membro, inoltre, della Fondazione Italia USA, del comitato editoriale del periodico francese Geopolitique, delle riviste inglesi Journal of Strategic Studies e del Washington Quarterly. In Italia è comparso di frequente alla televisione e ha partecipato a numerosi seminari. Insieme a Susanna Creperio Verratti è autore di due libri: Che cos'è davvero la democrazia (1996) e Il libro delle libertà (2000).

È noto per l'atteggiamento duro e provocatorio, ben esemplificato dal saggio Give war a chance, nel quale suggerisce l'inutilità delle missioni di pace e delle attività umanitarie delle organizzazioni non governative, poiché queste faciliterebbero il riarmo della fazione più debole. La sua opera più conosciuta è il libro Strategia del colpo di Stato. Manuale pratico (Coup d'État: A Practical Handbook), tradotta in 14 lingue.

La grande strategia dell'impero romano ha provocato varie discussioni tra gli storici. Luttwak è talvolta visto come un dilettante e non come uno specialista della materia, ma il suo libro ha dato origine a molte domande e formato un'intera corrente d'opinione tra gli studiosi riguardo ai rapporti tra esercito romano e barbari alla frontiera. Luttwak si chiede semplicemente: "Come facevano i Romani a proteggere le proprie frontiere?", una domanda che secondo lui ha finito per essere trascurata nella confusione di teorie demografiche, economiche e sociologiche. Sebbene la maggior parte degli esperti rifiuti il suo punto di vista sulla "strategia" romana, il suo libro pubblicato nel 1976 si è rivelato utilissimo per alimentare il dibattito.

Parla italiano, rumeno, inglese, spagnolo, francese e ebraico, e dal 2008 è tra i direttori della Aircraft Purchase Fleet. Nel 2011 gli è stato attribuito il Premio America della Fondazione Italia USA.

Geoeconomia

Luttwak ha contribuito alla discussione teorica sul nuovo modo di porsi degli Stati nella moderna struttura economica globalizzata. Alcuni studiosi pongono l'accento sulla inarrestabile erosione e marginalizzazione del potere degli Stati nazionali con la creazione di una nuova geografia politica ed economica del mondo organizzata secondo il principio di sussidiarietà, . Invece altri come Michael Porter, Jeffrey Anderson e Patrizio Bianchi sono di parere opposto ritenendo che nello Stato-nazione permangano funzioni essenziali e l'attenuazione dell'intervento statale in settori in cui si era indebitamente espanso, come nella gestione diretta dell'economia, finirà per rafforzare lo Stato. A questo secondo filone appartiene Luttwak.

Luttwak sostiene che con la fine della guerra fredda la forza militare abbia perduto d'importanza nelle relazioni tra Stati. Le guerre, soprattutto tra stati avanzati, sono ormai ritenute un'eventualità inattuabile per l'enorme distruttività delle armi moderne e per il loro enorme costo economico. Le importanti evoluzioni nella struttura sociale e demografica e il funzionamento delle democrazie impediscono ai governi l'esercizio indiscriminato dell'azione bellica. Non esistendo più la potenza sovietica da contenere, anche le grandi coalizioni strategiche e militari hanno perso inoltre la loro importanza, coalizioni che in passato erano costituite anche se tra gli alleati vi erano gravi conflitti economici.

Dal punto di vista economico il periodo attuale è caratterizzato dall'esistenza di un capitalismo che non è più minacciato da un'ideologia che ne nega la legittimità e non è più limitato nella sua azione dal frapporsi di frontiere. Luttwak chiama questo capitalismo globale "turbo-capitalismo" o terzo capitalismo, poiché segue il primo della rivoluzione industriale e il secondo del welfare State. In questo contesto lo studioso sostiene comunque che la politica mondiale non è ancora sul punto di cedere totalmente il passo al commercio mondiale ("World Business"), cioè a un libero commercio disciplinato solo da una propria logica di carattere non territoriale. La scena internazionale è ancora principalmente occupata da Stati e blocchi di Stati che attuano una politica rivolta a:

massimizzare il volume di affari nell'ambito dei propri confini fiscali; regolare le attività economiche in modo tale da favorire l'interesse nazionale. Questa attività è svolta spesso con metodiche simili all'arte bellica utilizzando la segretezza e l'inganno, come nel caso degli standard per regolare le caratteristiche di determinati prodotti che sono definiti segretamente consultando i produttori nazionali; costruire infrastrutture e fornire servizi in modo da favorire i propri residenti; favorire lo sviluppo della tecnologia nazionale ponendo a volte ostacoli a quella straniera come per esempio gli ostacoli posti dagli aeroporti statunitensi agli aerei francesi Concorde che causarono un notevole ritardo della loro introduzione nei voli internazionali.

In definitiva gli Stati sono rimasti essenzialmente delle entità territorialmente definite che non possono attuare una politica commerciale che ignori del tutto i propri confini. Inoltre questa politica è supportata da gruppi di interesse economico che, con influenze diverse in ogni singolo Stato, attuano politiche di lobby rivolte a salvaguardare i propri interessi economici e dalle strutture burocratiche dei singoli stati che, in maniera connaturata e autonoma, agiscono per l'interesse dei soggetti nazionali. Con la marginalizzazione del potere militare il conflitto tra gli Stati continua, ma con altre forme e con diversi strumenti ed obiettivi. Nel gruppo dei paesi industrializzati il conflitto diventa economico in tutti i suoi aspetti.

La potenza economica diventa centrale, determinando la gerarchia ed il rango tra gli Stati e le loro possibilità di azione nel contesto internazionale. Luttwak crea quindi il popolare neologismo "geoeconomia" che nella struttura teorica iniziale avrebbe dovuto sostituire la geopolitica o quantomeno diventarne la componente predominante. In maniera molto elegante spiega che la logica della competizione geoeconomica è quella della guerra mentre la grammatica, cioè la tattica, è quella dell'economia. Si tratta in sostanza di un approccio di tipo strategico-militare all'economia, pur con i dovuti distinguo poiché la competizione economica presenta comunque caratteristiche diverse da quella militare. Infatti la geoeconomia è caratterizzata dai seguenti elementi:

non è mai un gioco a somma zero, dove il beneficio di una parte corrisponde a una perdita per l'altra. Non è mai un gioco a eliminazione. I conflitti non tendono mai alla distruzione completa dell'avversario né si concludono generalmente con essa; l'uso solo potenziale della forza a fini dissuasivi svolge un ruolo minore rispetto al significato che riveste la geostrategia; il dilemma della sicurezza del pensiero strategico, molto simile al dilemma del prigioniero, è sostituito dal paradosso della cooperazione secondo cui si ha tanto maggiore interesse a violare gli accordi e regole quanto più gli altri le rispettano; in geostrategia di solito vi è un solo avversario, in geoeconomia sono avversari tutti gli stati o i soggetti geoeconomici su cui si tende a conseguire vantaggi economici indebiti; in geopolitica lo Stato ha il controllo completo dei suoi strumenti e ne conosce la vulnerabilità e la capacità, in geoeconomia questo controllo è solo parziale. Il sistema economico è a responsabilità decisionale diffusa ed è percorso da forze che sfuggono alla volontà e al controllo degli Stati. Gli Stati possono solo attivare un comportamento favorevole ai propri fini mettendosi nella loro logica predisponendo opportuni incentivi.

In questo nuovo modo di iterazione conflittuale tra Stati le cosiddette armi di distruzione di massa, che caratterizzano i moderni armamenti strategici e che rendono drammatico e difficilmente attuabile un conflitto armato tra grandi potenze, sono sostituite da quelle che Luttwak chiama “armi di distruzione commerciale” che consistono:

nelle restrizione delle importazioni più o meno simulate; nelle sovvenzioni alle esportazioni più o meno occultate; nel finanziamento pubblico di progetti a valenza competitiva; nell'educazione e preparazione professionale; nella fornitura di infrastrutture che rendano un differenziale economico in termini concorrenziali; nell'applicazione di embarghi ecc.

Lo studioso romeno-statunitense tiene a precisare che la nuova era, caratterizzata dal conflitto geoeconomico, non è una regressione verso una nuova forma di mercantilismo. L'obiettivo del mercantilismo era quello di massimizzare le riserve auree. In questo contesto le dispute commerciali tra Stati spesso diventavano scontri militari che culminavano sovente in vere e proprie guerre. Un moderno Stato “geoeconomico” invece ha come obiettivo la prosperità economica della sua popolazione (piena occupazione, benessere e alto reddito) e la guerra è considerata poco conveniente per i suoi costi sociali ed economici troppo alti. Pertanto mentre nel mercantilismo l'economia era la causa di molte guerre, nella moderna epoca geoeconomica l'economia non è solo causa di conflitto, ma anche arma e strumento. Queste teorie nascono da un intenso dibattito che era in corso negli Stati Uniti d'America dopo la caduta del Muro di Berlino.

Da un lato c'era la convinzione che la fine della guerra fredda stesse provocando una vera e propria discontinuità nella politica mondiale. Era presente il ricco settore di studio del Japan bashing che attribuiva i successi economici nipponici e le difficoltà statunitensi, soprattutto negli anni ottanta, alle pratiche sleali messe in atto dal governo giapponese. Con la sostituzione della geopolitica con la geoeconomia si auspicava un profondo rinnovamento etico e politico americano, rinnovamento che avrebbe ricostruito le basi economico e sociale della nazione. La rivalità geoeconomica avrebbe costituito la nuova minaccia unificante delle energie del popolo degli Stati Uniti d'America.

In quest'ottica la globalizzazione, il soft power e lideological dominance avrebbero garantito la superiorità dell'Occidente nel mondo e quella degli Stati Uniti d'America nell'occidente a patto che si lasciasse agire liberamente le forze naturali del mercato. L'approccio “militarista” della geoeconomia è stato ripreso da diverse scuole di pensiero molto differenti tra di loro: dai propugnatori della teoria della fine dello stato della guerra e del territorio fino ad arrivare ai critici della globalizzazione liberista. Vi sono aspetti delle teorie di Luttwak su cui tutti gli esperti sono concordi come l'esigenza che vengano perfezionati i sistemi di educazione e formazione professionale e l'adeguamento della forza lavoro alle esigenze della nuova economia, anche in termini di flessibilità e mobilità. L'impostazione geoeconomica luttwakiana è stata oggetto anche di critiche provenienti da diversi studiosi.