Il Palazzo delle Esposizioni è un edificio di stile neoclassico, sito in Roma, in via Nazionale. Nato da un progetto di Pio Piacentini del 1877, fu inaugurato il 21 gennaio 1883. L'edificio è di proprietà del comune di Roma, che lo gestisce tramite l'Azienda Speciale Palaexpo. Il palazzo è sede di mostre ed eventi culturali. All’interno si trovano anche una sala cinema da 136 posti, un auditorium di 88 posti e un forum polifunzionale, una caffetteria, un ristorante e una libreria.
Dal 1927 è sede delle mostre della Quadriennale d’Arte. Fino al 2004 il palazzo è stato anche sede degli uffici della Quadriennale di Roma.
Durante l'epoca fascista la sua facciata, in occasione di alcune mostre (Mostra della Rivoluzione Fascista, Mostra Augustea della Romanità), fu temporaneamente modificata per essere adeguata allo stile architettonico dell’epoca. Nel corso del tempo il Palazzo delle Esposizioni è stato più volte restaurato e adeguato funzionalmente nei propri spazi interni. Tra i principali restauri vanno segnalati quelli del 1981-1989 su progetto di Costantino Dardi, e quello del 2003-2007 dello studio ABDR Architetti Associati (Maria Laura Arlotti, Michele Beccu, Paolo Desideri, Filippo Raimondo), in occasione del quale è stato anche ricostruito il volume originario della "serra" vetrata.
Storia
Il progetto di Pio Piacentini
Nel 1874 fu terminata la costruzione della nuova stazione ferroviaria (su progetto di Salvatore Bianchi) e quindi si rese urgente un forte segno di raccordo con il centro della città: via Nazionale, con il marcato disegno di piazza Esedra (allora piazza delle Terme), che riprendeva nel progetto di Gaetano Koch, attuato tra il 1886 e il 1890, il tracciato delle terme di Diocleziano, un riferimento all'antico già proposto da Michelangelo con la costruzione di Santa Maria degli Angeli, diventava un asse viario preminente nel nuovo sviluppo della città. Dalla grande piazza, luogo monumentale di accoglienza per chi giungeva dalla stazione, attraverso l'ampia percorrenza di via Nazionale, con l'attuazione del prolungamento fino a piazza Venezia, ci si ricollegava al cuore storico della città.
L'idea di edificare un Palazzo delle Esposizioni Nazionali di Belle Arti nacque con il proposito di dotare la città di Roma delle strutture necessarie alla sua nuova funzione di capitale con un edificio che ne esaltasse la vocazione culturale, il primo in Italia totalmente dedicato alle Belle Arti, in continuità con il passato e in dialogo con i grandi modelli europei contemporanei.
Al primo concorso, bandito nel 1876, non venne stabilita la designazione dell'area né l'entità della cifra che sarebbe stata stanziata. Si legge: "Il fabbricato per l'Esposizione nazionale predetta dovrà occupare, sopra un'area da designarsi, lo spazio di metri quadrati 4.000, avrà due soli piani e sarà possibilmente circondato da giardini". I quaranta progetti presentati furono esposti al Collegio Romano. L'anno seguente venne bandito un secondo concorso con l'indicazione dell'area di via Nazionale, considerata la collocazione più idonea in quanto asse di collegamento tra la nuova stazione ferroviaria di Roma Termini e il cuore storico della città. Furono presentati settantaquattro progetti.
Dopo molte polemiche e non senza indecisioni all'interno della commissione giudicatrice, vincitore risultò il progetto di Pio Piacentini contrassegnato con il motto Sit quod vis simplex et unum. Piacentini era nato a Roma nel 1846 e nella sua formazione di architetto presso l'Accademia di San Luca, di cui fu poi presidente, assorbì quella tendenza purista che aveva dominato la città sotto Pio IX. Nei suoi progetti, come in quelli di molti altri architetti romani a lui contemporanei, eredi di una cultura accademica, vi è una particolare attenzione più per il disegno che per il contesto urbano in cui l'edificio si dovrà collocare. Per quanto riguarda il Palazzo delle Esposizioni, Piacentini era comunque consapevole del contesto problematico (la ristrettezza dello spazio, il limitato margine di accesso sulla strada, il dislivello per l'abbassamento di via Nazionale, accentuato poi con la costruzione del traforo) e, come vedremo, successivamente cercherà delle soluzioni che non verranno realizzate.
L'edificio appare come una massa imponente, caratterizzata dalla profonda apertura ad arco. L'effetto monumentale è concentrato soprattutto nella parte centrale della facciata, mentre l'arretramento del piano superiore e gli spazi interni sembrano derivare da suggestioni puriste. Il problema dello stile era alla base del dibattito architettonico dell'epoca e il concorso per il Palazzo delle Esposizioni fu appunto caratterizzato da un acceso scontro. "Un edificio senza finestre" fu uno dei motivi di più forte polemica, l'influenza francese preferita all'adesione ad uno stile nazionale causò contrasti all'interno della stessa commissione giudicatrice e sollevò una campagna di stampa aspramente dibattuta.
Tuttavia le contestazioni rivolte al progetto non colgono il carattere più significativo dell'intervento. La mancanza di finestre è voluta per creare all'interno superfici continue che assolvano al massimo le esigenze espositive, le trasparenze delle coperture in ferro e vetro permettono la luce naturale dall'alto che si riteneva la più consona alle funzioni dell'edificio. La simmetria dell'impianto, la convergenza di sei ampie sale verso la rotonda centrale, la specularità delle due parti dell'edificio che ne permettono una rilettura continua e una percorrenza sia orizzontale che verticale definiscono uno spazio aperto e convergente verso il centro, dove il carattere aulico è soprattutto negli elementi decorativi: gli stucchi, il cassettonato dei soffitti, la marmoridea che riveste parte del colonnato. Nella parte posteriore l'edificio era coperto da un'ampia volta in ferro e vetro, uno spazio trasparente che, nell'intenzione del progettista, ricollegava l'interno con i giardini all'esterno verso il Quirinale.
Le statue furono collocate alla fine degli anni ottanta dell'Ottocento e rispondono ad una intenzione decorativa voluta dall'architetto. Si tratta di scultori accademici (Cencetti, Biggi, Aureli, Trabacchi, Ferrari, Galletti e altri) e i soggetti sono altrettanto scolastici: in alto l'arte sorretta dalla pace e dallo studio, sui quattro pilastri del portico architettura, scultura, pittura, arte industriale, lungo le balaustre dodici artisti del passato.
I lavori di costruzione furono avviati nel 1880 e completati nel 1882, l’inaugurazione avvenne il 21 gennaio 1883, alla presenza del re, con una grande cerimonia. La mostra inizialmente riservata ai soli artisti italiani, fu poi allargata alla presenza limitata di alcuni artisti stranieri. L'esposizione aveva un evidente significato politico e testimoniava un clima culturale fortemente accademico e passatista. I soggetti delle opere erano tratti per lo più da episodi di storia romana, enfatizzati nel loro significato simbolico, dalle recenti battaglie risorgimentali, o da temi ispirati alle origini del cristianesimo. L'iscrizione commemorativa sul fronte ricorda:
Le prime Quadriennali
Fin dall'anno successivo all'inaugurazione, il Palazzo delle Esposizioni divenne per oltre tre decenni sede permanente delle mostre della Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti, una associazione fondata nel 1829 con l'ambizione di accogliere gli artisti più rappresentativi che operavano a Roma, insieme ad esponenti del potere, nobili, mecenati, intellettuali e accademici. Una società nata nel clima della Roma papale, prevalentemente rivolta all'ambiente artistico romano, anche se sostenuta da personalità come Bertel Thorvaldsen, Horace Vernet, alla cui presidenza onoraria era stato eletto il re Ludovico II di Baviera. Le mostre rispecchiavano una visione estremamente conservatrice e quindi mancò quella funzione di vetrina internazionale che di lì a pochi anni assunse invece la Biennale di Venezia.
Un tentativo di aggiornamento fu fatto con le quattro edizioni della Esposizione Internazionale d'Arte della Secessione, che ebbero luogo dal 1913 al 1916, con il proposito di documentare, sia pure con un certo ritardo, quanto avveniva all'estero. A Roma non si era in effetti avvertito quel fenomeno di profondo rinnovamento delle concezioni artistiche e delle forme espressive rappresentato in Francia, in Germania, in Austria e in altri paesi europei.
Nel 1927 il Governatorato di Roma deliberò l'istituzione delle Esposizioni Quadriennali d’Arte Nazionale, con sede al Palazzo delle Esposizioni. Nella stessa delibera, oltre ad indicare i membri che avrebbero dovuto far parte del comitato organizzativo presieduto dal governatore, rappresentanti dell’Accademia di San Luca, della Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti, dell'Associazione artistica internazionale e artisti designati da varie istituzioni, viene anche definito lo stanziamento di bilancio: un milione per ogni edizione della mostra. Si fa inoltre riferimento alla volontà di istituire premi e di destinare una somma significativa agli acquisti di opere per la Galleria Nazionale.
Nel 1930 erano iniziati i lavori di ristrutturazione del Palazzo per adeguare gli spazi alle esigenze della mostra. Come si legge nelle cronache dell'epoca e nelle varie sedute della commissione, si rendeva necessario aumentare le sale espositive, realizzare ascensori, modificare i lucernari, provvedere ad un impianto che regolasse il clima interno, perciò si decise di abbattere la serra "brutta e costosa tettoia da stazione ferroviaria". Furono incaricati dei lavori gli architetti Enrico Del Debbio e Pietro Aschieri: al primo si deve la demolizione della serra e la costruzione di un solaio, così da ricavare altre sei sale espositive attorno ad un ambiente centrale. In questo modo l'architetto riprendeva, sia pure in termini più contenuti, l'impianto stesso realizzato da Piacentini per la parte principale dell'edificio, riproponendo al tempo stesso quella specularità che caratterizzava l'intero progetto. L'allestimento di Aschieri, che allestirà anche la seconda edizione della Quadriennale, annullava l'effetto monumentale dell'edificio ricercando un equilibrio razionale, in cui le opere avevano una precisa visibilità e cornice.
La prima Quadriennale, sotto la direzione di Cipriano Efisio Oppo, si inaugurò il 3 gennaio 1931. Le opere vennero selezionate da due giurie composte da artisti, una nominata dal comitato organizzatore e l'altra da rappresentanti degli stessi artisti espositori. I primi premi furono dati ad Arturo Tosi e ad Arturo Martini, importanti retrospettive furono dedicate a Medardo Rosso, ad Armando Spadini e ad Antonio Mancini da poco deceduto. La mostra, che Mussolini definì "storica", ebbe un notevole successo di critica e di pubblico, con oltre 200.000 visitatori, confermando così la definitiva destinazione del palazzo a sede delle Quadriennali.