Caere (in etrusco Caisra o Cisra, in greco Agylla) fu una città etrusca e poi romana dell'Etruria meridionale, fra le maggiori della regione, sorta sul pianoro tufaceo occupato oggi in minima parte da Cerveteri, nel Lazio settentrionale. Per estensione fu la seconda città etrusca dopo Veio.
Fra il VII e il V secolo a.C. fu uno dei centri più attivi del Tirreno, grazie a un sistema di scali costieri di cui il principale era Pyrgi, allo sfruttamento delle risorse dei Monti della Tolfa e a un artigianato che rielaborò in forme proprie modelli greci e vicino-orientali, esportandoli a sua volta in tutto il Mediterraneo occidentale. Entrò presto nell'orbita di Roma, di cui fu la prima comunità a ricevere la cittadinanza priva del diritto di voto; conquistata nel 273 a.C. e privata di metà del territorio, divenne poi municipio romano, con magistrature proprie e una breve ripresa in età augustea, e conobbe un lungo declino a partire dal II secolo d.C., sopravvivendo come centro minore fino alla tarda antichità. Nel medioevo la popolazione superstite si trasferì nel vicino abitato di Ceri, e il sito antico prese il nome di Caere Vetus, da cui deriva il moderno toponimo Cerveteri. Le sue necropoli, iscritte nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO, costituiscono ancora oggi la principale fonte di conoscenza sulla città.
Toponimo
Il nome etrusco della città è attestato nella forma recente Caisra o Cisra; il grammatico Verrio Flacco riferisce che gli abitanti la chiamavano Cisra. Sulla forma più antica e sul rapporto fra le denominazioni etrusca, greca e latina esistono due ricostruzioni. Andrea Zifferero fa derivare il latino Caere dal greco Chaire, a sua volta adattamento dell'etrusco Cisra. Rex Wallace ricostruisce invece una forma etrusca antica *kaiserie, sulla base del nome personale kaiseriθe su una stele funeraria del VI secolo da Saturnia, della grafia fenicia delle lamine di Pyrgi e dell'aggettivo caisriva- nell'iscrizione funeraria di Venel Tamsnie; da *kaiserie deriverebbe caisri per regolari mutamenti fonetici interni all'etrusco, mentre i Romani avrebbero preso il nome nella forma *caiseri, da cui Caere per evoluzione interna al latino, senza mediazione greca.
Le tradizioni antiche
Le notizie antiche sulle origini di Caere non costituiscono un ricordo storico ma una tradizione erudita, elaborata dalla storiografia greca e latina in versioni fra loro divergenti e imperniata su spiegazioni eziologiche del nome. La ricerca moderna se ne occupa come storia di una leggenda, ricostruendone la formazione e la funzione anziché ricavarne dati sulla fondazione dell'abitato.
L'origine pelasgica di Caere era, per contro, nell'antichità una nozione universalmente accolta: Giustino, elencando le città d'Italia di origine greca, si limita a domandare che bisogno vi sia di parlare di Caere.Giustino, Epitome, XX, 1, 12. Ne parlano Plinio, Marziano Capella, Solino, Virgilio, Dionigi di Alicarnasso, Varrone, Strabone, Igino e Stefano di Bisanzio. Dominique Briquel, che ha studiato la leggenda pelasgica italiana nel suo complesso, osserva tuttavia che nessuna di queste testimonianze risale oltre il I secolo a.C., che Varrone è l'autorità più antica invocabile, e che quasi tutte si riducono a brevi allusioni; le poche circostanziate si fondano su una spiegazione del nome della città attraverso il saluto greco chaîre.
Un elemento merita di essere isolato: il nome associato al ricordo dei Pelasgi non è Caere, che corrisponde alla denominazione etrusca, ma Agylla, cioè il nome con cui i Greci designavano la città. L'aneddoto del chaîre, cioè del saluto greco scambiato per il nome della città, è un'eziologia costruita a posteriori, e ricorre in tre forme distinte fra loro incompatibili. Per Strabone e Stefano di Bisanzio i Pelasgi venuti dalla Tessaglia fondano Agylla e sono poi soppiantati dai Lidi divenuti Tirreni: uno degli assedianti chiede il nome della città e una sentinella tessala risponde con il saluto, che i vincitori adottano come presagio.Strabone, Geografia, V, 2, 3. Per Igino a chiedere non sono assedianti etruschi ma viaggiatori romani, e i Tirreni scompaiono del tutto.Igino, ap. Servio, Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, VIII, 597. Per Varrone, infine, non si tratta di un equivoco linguistico ma di una vera e propria leggenda di fondazione: i Pelasgi, assetati, scoprono un corso d'acqua e lo salutano con chaîre, dando poi quel nome alla città.Varrone, ap. Scholia Veronensia, ad Aen., X, 183.
Segni della natura elaborata di queste versioni non mancano: l'interpolatore di Servio introduce un fondatore di nome Pelasgo, che Briquel giudica una svista evidente, mentre l'eponimo Agylla di Igino è verosimilmente un'innovazione dello stesso autore, incline a moltiplicare i fondatori eponimi. Briquel ritiene che la forma primitiva sia quella di Varrone, verosimilmente di origine ceretana e fondata sul valore di presagio favorevole attribuito al nome, e che sia stata rielaborata dallo storico siracusano Filisto, che la inserì nella teoria di una successione fra Pelasgi e Tirreni. Quanto alla diffusione della leggenda, egli la colloca nella cosiddetta fase delfica della politica ceretana, fra la battaglia del mare Sardo e la svolta filocartaginese di Thefarie Velianas: Caere e Spina, sole fra le città etrusche a possedere un tesoro a Delfi, avrebbero diffuso in Grecia l'idea di una propria fondazione pelasgica come giustificazione ideologica del riavvicinamento al mondo greco.
Da questo dossier non si ricavano dunque elementi sulla fondazione dell'abitato, ma indicazioni sull'immagine che la città volle dare di sé al mondo greco e sull'uso che di quell'immagine fecero, due secoli più tardi, gli storici schierati nella polemica intorno a Dionisio.
Le più antiche evidenze archeologiche del pianoro sono di natura funeraria e provengono dalla necropoli del Sorbo e da Poggio dell'Asino: sono scarse, e sulla loro base Orlando Cerasuolo colloca la formazione del centro alla fine dell'età del bronzo, verso la fine del X secolo a.C.; a un'occupazione più antica, di media età del bronzo e circoscritta all'area del Borgo, rimandano soltanto rinvenimenti sporadici.
Alla città si riferisce anche la figura di Mezenzio, che nella tradizione letteraria latina compare in due versioni opposte: per Livio è il re di Caere alleato di Turno contro i Troiani di Enea, mentre in Virgilio e in Licofrone i Ceretani si schierano con Enea e Mezenzio è il tiranno espulso dalla città.Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 2. Alla base della leggenda potrebbe stare un dato epigrafico reale: da una tomba ceretana proviene una coppa di impasto con il nome laucies mezenties, latinizzabile in Lucio Mezenzio, e Carlo de Simone ha proposto che il secondo elemento fosse in origine un termine generico designante una funzione amministrativa, poi assunto come nome individuale.
La denominazione Caere Vetus, da cui il moderno toponimo Cerveteri, non è di età romana ma medievale, e nacque per distinguere il vecchio abitato dal nuovo centro di Ceri.
Storia degli studi
L'identificazione di Cerveteri con l'antica Caere fu stabilita da Leandro Alberti nel 1561, ma la città restò fuori dagli itinerari del Grand Tour. Fece eccezione il porto: gli eruditi Filippo Cluverio e Luca Holstenio avevano già riconosciuto nel Seicento il sito di Pyrgi presso il castello di Santa Severa, mentre l'estensione dell'abitato portuale sarebbe stata determinata solo nel 1957 da Ferdinando Castagnoli e Lucos Cozza.
Fu l'Ottocento delle necropoli a rendere celebre Caere. Nel 1834 si aprirono le prime tombe a camera della Banditaccia e nel 1836 Alessandro Regolini e Vincenzo Galassi scoprirono al Sorbo la tomba intatta che porta i loro nomi, i cui materiali formarono il nucleo del Museo gregoriano etrusco, primo museo dedicato all'Etruria. Seguì mezzo secolo di scavi condotti da proprietari, antiquari e mercanti, culminato nelle campagne di Giampietro Campana (1844-1856), che non registrò i contesti di rinvenimento e pubblicò pochissimo; con la vendita delle sue raccolte i corredi ceretani si dispersero fra Louvre, Ermitage e British Museum. Quegli scavi, condotti senza rilievi sistematici, sono oggi ricostruibili quasi soltanto per via d'archivio. La stessa sorte toccò alle terrecotte dei templi urbani, cavate da scavatori al servizio del commercio antiquario e vendute all'estero: quando Roberto Vighi ne tentò nel 1931 il primo riordino complessivo, dovette lavorare su pezzi dispersi fra Berlino, Copenaghen, Londra e il Museo Gregoriano.
La prima ricerca sistematica fu quella di Raniero Mengarelli, che fra il 1908 e il 1934 scavò centinaia di tombe della Banditaccia e ne presentò i risultati nel volume inaugurale di «Studi Etruschi» (1927). Condusse anche i primi saggi sull'abitato, individuando fra l'altro il santuario detto di Hera e quello del Manganello, ma fu lui stesso a registrare lo squilibrio della documentazione: «dei templi etruschi di Caere nulla si vede», scriveva nel 1936. Alla sua opera si deve anche la prima carta archeologica del territorio ceretano.
Nel dopoguerra la ricerca passò alle istituzioni pubbliche: Massimo Pallottino scavò alla Banditaccia nel 1951 per l'Università di Roma e avviò nel 1957 gli scavi di Pyrgi, proseguiti per decenni da Giovanni Colonna; le prospezioni geofisiche della Fondazione Lerici individuarono senza scavo oltre seicento tombe; Mario Moretti estese l'area visitabile della Banditaccia con il Nuovo Recinto, aperto nel 1977. La scoperta delle lamine d'oro nel 1964 ebbe eco immediata anche negli studi linguistici sul nome della città.
La svolta verso l'area urbana maturò negli anni Ottanta per iniziativa di Mauro Cristofani, direttore dell'Istituto per l'archeologia etrusco-italica del CNR, d'intesa con la soprintendente Paola Pelagatti: si scavò allora a Vigna Marini-Vitalini, dove emerse l'ipogeo di Clepsina, a Vigna Parrocchiale (1983-1989) e, dal 1993, a Sant'Antonio, mentre Giuliana Nardi conduceva la ricognizione sistematica del pianoro. Dopo la sua morte, nel 1997, le indagini sono proseguite fra gli altri con Mario Torelli, Fabio Colivicchi e Vincenzo Bellelli.
Nel nuovo secolo la prospettiva si è allargata all'intero organismo urbano e territoriale: le ricognizioni subacquee coordinate da Flavio Enei hanno restituito i bacini portuali di Pyrgi, con novità che secondo Colonna impongono un nuovo bilancio d'insieme, e dal 2018 il CNR e il Louvre pubblicano la collana Studia Caeretana, il cui primo volume affianca nel titolo città e necropoli. Lo squilibrio documentario non è però colmato: interi settori delle necropoli scavati nel Novecento restano privi di edizione scientifica, come il Nuovo Recinto indagato da Moretti a partire dal 1947, e le fasi tardo-etrusche e romane dei sepolcreti sono ancora poco studiate.
Il territorio e il sistema portuale La città sorgeva su un pianoro di tufo di 150-160 ettari, delimitato dai fossi del Manganello e della Mola, quest'ultimo identificato con il Caeritis amnis ricordato da Virgilio. Il territorio si estendeva a nord fino al corso del Mignone, a est fino all'area delle necropoli rupestri e ai rilievi che circondano il lago di Bracciano, a sud fino al fiume Arrone, a ovest a tutta la fascia costiera. Il confine orientale è il meno determinabile, e il controllo non fu comunque continuo: i centri delle necropoli rupestri gravitarono alternativamente su Caere e su Tarquinia. Una linea di santuari segnava il confine verso Tarquinia, dalla costa lungo il fiume Marangone fin dentro i Monti della Tolfa. Un'analisi comparativa delle estensioni dei centri etruschi, condotta con il modello XTENT, assegna a Caere 160 ettari, seconda soltanto a Veio con 185 e davanti a Tarquinia e Populonia, entrambe a 150, e a Vulci con 126.