Figlio di Andrea Bellomo ed Isabella Ungaro, accusato di crimini di guerra e fucilato dagli inglesi, nel 1951 fu decorato dalla Repubblica Italiana con la medaglia d'argento al valor militare.

Biografia Prima della guerra Ufficiale di carriera proveniente dall'Accademia Militare, Bellomo si era particolarmente distinto durante la prima guerra mondiale con il grado di capitano di artiglieria, ottenendo la decorazione di croce di cavaliere dell'Ordine militare d'Italia. Mite nell'aspetto, era in realtà temuto da colleghi e sottoposti per il carattere spigoloso, poco incline ai compromessi; i superiori, invece, l'apprezzavano per l'acume intellettuale, per il vivace spirito d'iniziativa e per i solidi valori morali sempre dimostrati. Lasciò il servizio attivo da comandante del distretto militare di Benevento nel 1936.

L'operazione Colossus ed il rifiuto di eseguire fucilazioni

Fu richiamato in servizio il 15 gennaio 1941 per esigenze belliche, con il grado di generale di brigata, e gli fu affidato l'incarico di comandante del presidio militare di Bari. Anche in questa veste, il generale Bellomo ebbe la possibilità di mettere in mostra spiccate doti militari. Guidò personalmente le ricerche di un gruppo di incursori inglesi che, paracadutatisi nelle campagne nei pressi di Calitri (AV) nella notte tra il 10 e l'11 febbraio 1941, avevano distrutto con cariche esplosive il ponte-canale Tràgino e danneggiato il ponte-canale Ginestra dell'Acquedotto pugliese (operazione Colossus).

In soli tre giorni di ricerche, i bersaglieri e i carabinieri (coadiuvati dalla popolazione civile) agli ordini del generale Bellomo riuscirono a catturare tutti i 35 uomini del commando, che vennero poi rinchiusi nel campo di prigionia di Torre Tresca (BA). Dopo la cattura, Bellomo si rifiutò di comandare l'esecuzione dei sabotatori richiesta dal federale locale e dai superiori richiedendo ai superiori stessi un ordine scritto che, essendo illegale non arrivò mai. Vedasi in merito i lavori di Oreste Bovio e Fiorella Bianco citati sotto. Trattenne come "preda bellica" la Colt Pocket mod. 1903 del maggiore comandante il commando britannico.

I fatti di Torre Tresca e le inchieste La notte del 30 novembre 1941, due ufficiali inglesi - il capitano George Playne e il tenente Roy Roston Cooke - riuscirono a fuggire dal campo di prigionia, ma furono ricatturati alcune ore più tardi. Riportati a Torre Tresca, trovarono ad accoglierli il generale Bellomo e il capitano Sommavilla che vollero farsi mostrare dai due ufficiali il punto esatto da cui erano evasi e le modalità di evasione. Infatti il controspionaggio italiano sospettava l'esistenza di una rete spionistica inglese che si avvaleva dell'aiuto di ufficiali italiani. In quell'occasione, i due ufficiali inglesi - secondo la ricostruzione italiana - avrebbero approfittato dell'oscurità per tentare nuovamente la fuga.

A quel punto Bellomo ordinò di aprire il fuoco: il capitano Playne fu raggiunto alla nuca da un solo colpo che gli risultò fatale, mentre il tenente Cooke fu ferito ad un gluteo. L'inchiesta interna avviata dall'Esercito Italiano e condotta dai generali Luigi De Biase (comandante del IX corpo d'armata di Bari) e Enrico Adami Rossi (comandante della difesa territoriale di Bari) avvalorò la tesi fornita dal generale Bellomo, surrogata anche dalle dichiarazioni e dalle testimonianze degli altri militari presenti all'accaduto, ovvero che il generale Bellomo avesse dato ordine di sparare solo dopo la fuga dei due ufficiali inglesi.. Qualche mese più tardi, si indagò di nuovo sull'accaduto, questa volta con una nuova inchiesta sollecitata dal governo britannico che affidò l'incarico alla Legazione svizzera a Roma e alla Croce Rossa. Anche questa nuova inchiesta pervenne alle medesime conclusioni della precedente.

Il salvataggio del porto di Bari

Il 26 luglio 1943 Bellomo fu nominato comandante della CLI Legione CCNN "Domenico Picca". Il 9 settembre 1943, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 a Bari, il generale Bellomo venne fortuitamente a conoscenza della notizia che il generale tedesco Sikenius aveva mandato dei guastatori per distruggere le principali infrastrutture portuali della città pugliese. Bellomo raccolse alcuni nuclei di militari italiani presso la caserma della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e della Guardia di Finanza..

A questi si affiancarono dei genieri del 9º Reggimento guidati dal sottotenente Michele Chicchi.. Con questi ridotti nuclei attaccò i guastatori tedeschi che avevano già preso posizione nei punti nevralgici della grande struttura. Costretti sulla difensiva, i tedeschi furono obbligati ad una ritirata da due attacchi condotti dal generale Nicola Bellomo e infine alla resa. Bellomo fu anche ferito durante questi scontri.. Bellomo riuscì anche a coinvolgere i civili nella difesa della città, tanto che ragazzi di Bari vecchia affrontarono i tedeschi con armi in parte fornite dallo stesso Bellomo, tra cui alcune casse di bombe a mano Ritiratisi i tedeschi, gli inglesi poterono successivamente sbarcare a Bari in completa sicurezza, usufruendo di infrastrutture portuali pienamente efficienti.

Il processo e la condanna Il generale Bellomo mantenne la sua carica fino al 28 gennaio 1944, quando la polizia militare britannica lo arrestò nel suo ufficio "per aver sparato o fatto sparare contro due ufficiali britannici, causando la morte di uno di essi e il ferimento dell'altro". Al momento dell'arresto, non esistevano a carico del generale elementi precisi in mano agli inquirenti inglesi. Solo il 5 giugno 1945 (dopo circa un anno dall'arresto) il tenente Roy Roston Cooke presentò una denuncia scritta e circostanziata contro il generale stesso, il quale, nel frattempo, era stato più volte trasferito tra i campi di concentramento alleati di Grumo Appula, di Padula e di Afragola (il campo 209). Solo il 14 luglio 1945 gli fu comunicato il deferimento dinnanzi alla Corte Marziale e accusato di aver sparato con la propria Colt Pocket contro i due ufficiali inglesi, nonostante Bellomo avesse sempre negato - sotto giuramento - di aver mai usato l'arma in quel frangente. Lo stesso Bellomo ricostruì così gli avvenimenti:

La corte, il 28 luglio 1945, dopo poco più di un'ora di camera di consiglio pronunciò la sentenza di condanna a morte, eseguita mediante fucilazione presso il carcere di Nisida. Bellomo rifiutò di inoltrare richiesta di grazia. Il generale Bellomo fu l'unico ufficiale italiano fucilato, per "crimini di guerra", a seguito di una sentenza emessa da un tribunale militare speciale britannico.

Il tentativo di riabilitazione Nel 2005 l'allora sottosegretario alla Difesa Rosario Giorgio Costa durante una celebrazione della giornata della Forze Armate annunciò l'intenzione di aprire un processo di riabilitazione di Bellomo.

La città di Bari gli ha dedicato via Generale Nicola Bellomo, vicino al Policlinico Cotugno.

Aspetti controversi sull'operato della Corte Marziale britannica L'operato della Corte Marziale britannica è considerato controverso: essa non si avvalse delle due precedenti inchieste svolte l'una del Regio Esercito italiano e l'altra dalla Croce Rossa su input dello stesso governo britannicoIvan Palermo, Il caso Bellomo, su Storia illustrata n° 157, Dicembre 1970 pag. 80:"...non vennero trovate le due inchieste che scagionavano Bellomo" e non fu permesso al generale Enrico Adami Rossi chiamato dalla difesa ma prigioniero degli americani, di poter testimoniareIvan Palermo, Il caso Bellomo, su Storia illustrata n° 157, Dicembre 1970 pag. 82: "Bellomo aveva chiesto la testimonianza dei generali che avevano condotto l'inchiesta italiana: Adami-Rossi e De Biase. Il primo era prigioniero degli americani e non fu autorizzato a deporre...", mentre la testimonianza del generale De Biase, raccolta da un ufficiale dei carabinieri, non fu accettata poiché mancante della formula del giuramento.Ivan Palermo, Il caso Bellomo, su Storia illustrata n° 157, Dicembre 1970 pag. 82: "L'ufficiale dimenticò di far giurare il testimone. Sicché la deposizione De Biase non fu accolta dai giudici..." Non si diede peso alle contraddittorie dichiarazioni del tenente Cooke (prima asserì che le sentinelle italiane gli spararono da distanza, poi ritrattò dicendo che fu il generale Bellomo in persona a sparare a bruciapelo a lui e al capitano Payne).Fernando Riccardi, "La tragica fine del generale Bellomo", articolo in Storia del Novecento, n° 109, novembre-dicembre 2010, Ma. Ro. Edizioni, pag 41: "Si basarono soltanto sulle dichiarazioni contraddittorie del tenente Cooke che, dopo aver più volte cambiato versione, affermò di aver visto Bellomo sparare al capitano Playne."

Bellomo fu inoltre accusato dai quattro militari italiani che avevano partecipato all'arresto del tenente Cooke e del capitano Playne che raccontarono versioni contrastanti tra loro. Il sottotenente Stecconi testimoniò di essere disarmato e che Bellomo aprì il fuoco senza dare alcun ordine.Ivan Palermo, Il caso Bellomo, su Storia illustrata n° 157, Dicembre 1970 pag. 82, testimonianza del sottotenente Stecconi: "Io non partecipai all'azione e non ero armato. Mi trovavo al fianco del generale quando questi aprì il fuoco contro i prigionieri. Prima di sparare il generale non diede alcun ordine." Il soldato Gigante sostenne invece che fu dato l'ordine di fare fuoco ma di non aver fatto fuoco.Ivan Palermo, Il caso Bellomo, su Storia illustrata n° 157, Dicembre 1970 pag. 82, testimonianza del soldato Gigante: "Quando i prigionieri furono fuori della baracca il generale ordinò: Adesso ammazzateli tutti, fuoco. Ma io non ho sparato." Il soldato Olivieri raccontò anch'esso di aver ricevuto l'ordine di sparare ma di aver sparato in aria.Ivan Palermo, Il caso Bellomo, su Storia illustrata n° 157, Dicembre 1970 pag. 82, testimonianza del soldato Olivieri: "Il generale urlava come un forsennato. "Prima di scappare di qui morirete" disse ai prigionieri. Io non ho tirato sui prigionieri. Ho sparato in aria, solo per obbedire all'ordine di fuoco." Il soldato Curci sostenne anch'esso di aver sparato in aria e accusò anche Sommavilla.Ivan Palermo, Il caso Bellomo, su Storia illustrata n° 157, Dicembre 1970 pag. 82, testimonianza del soldato Curci: "Il generale gridò prima "Fuoco", poi aggiunse "Attenzione scappano". Spararono prima Bellomo e il capitano Sommavilla, poi gli altri. Io ho sparato in aria." Testimoniarono tutti e quattro di non aver sparato ai prigionieri e che fu lo stesso generale ad uccidere il prigioniero, ma Bellomo era armato con la pistola mentre le ferite sul corpo dei due fuggitivi erano causate da proiettili di fucile.Ivan Palermo, Il caso Bellomo, su Storia illustrata n° 157, Dicembre 1970 pagg. 82-83: "Dunque nessuno sparò sui prigionieri; eppure, come risulta dai referti medici, sia Playne sia Cooke furono feriti da proiettili di fucile. E Bellomo e Sommavilla sempre che abbiano sparato, avevano solo la pistola."

In un suo libro Peter Tompkins - referente dell'OSS a Roma nel 1944 - sostiene, riprendendo le conclusioni di Ruggero Zangrandi, che il generale Bellomo fu vittima delle macchinazioni di Badoglio e dei monarchici che volevano eliminare un testimone pericoloso dei giorni della fuga del dopo 8 settembre: Commenta invece Eugenio Di Rienzo citando Emilio Gin:

Il Ricordo Il 28 aprile 2023 il sindaco di Bari ed il comandante delle forze operative Sud dell'Esercito, alla presenza anche dei familiari del generale Bellomo, scoprivano sull'isola di Nisida una targa ricordo nel luogo della fucilazione, recuperando altresì l'originaria lapide posta nel sito della prima tumulazione e piantando un albero d'ulivo donato da cittadini del barese.

1ª Lapide: Morire vuol dire sopravvivere con queste parole il generale NICOLA BELLOMO eroico difensore di Bari si immolò su questa isola l'11.9.1945 orgogliosamente consapevole di dare col proprio sacrificio gloria al Suo nome ed all'Esercito Italiano

2ª Lapide (28.04.2023):