L'estrazione e la lavorazione dei minerali in Sardegna risale a tempi remoti. Antichi mercanti e conquistatori presero a frequentare le coste dell'isola attirati dalle formidabili ricchezze del sottosuolo sardo. Testimonianza dell'antica lavorazione dei metalli sono i numerosi manufatti risalenti alla preistoria. In epoche più recenti numerosi toponimi, legati in qualche modo all'attività estrattiva (come per esempio: Argentiera, Montiferru, Capo Ferrato per citarne alcuni), testimoniano la secolare continuità di queste attività.

Di seguito la storia delle attività di estrazione nell'isola, divisa per epoche.

Preistoria La lunga storia mineraria della Sardegna ha inizio verosimilmente intorno al sesto millennio a.C. con l'attività di estrazione dell'ossidiana, alle pendici del Monte Arci nella parte centro-occidentale dell'isola. Il Monte Arci fu uno dei più importanti centri mediterranei di estrazione e lavorazione di questo vetro vulcanico, in quest'area, Infatti, sono stati individuati almeno settanta centri di lavorazione e circa 160 insediamenti stabili o temporanei dai quali l'ossidiana veniva poi esportata verso la Francia meridionale e l'Italia settentrionale.

Attorno al terzo millennio a.C., probabilmente importati dal bacino orientale del Mediterraneo, giunsero e si diffusero anche in Sardegna le conoscenze metallurgiche, che raggiunsero in epoca nuragica un elevato livello tecnico. Contemporaneamente alla tecnica metallurgica, si sviluppò anche la tecnica mineraria, consentendo l'estrazione di crescenti quantità di minerali e quindi di metalli. La posizione geografica dell'isola, ma anche il suo patrimonio minerario, attrassero tra il X e l'VIII secolo a.C. i mercanti fenici, ai quali, attorno alla metà del VI secolo, subentrarono i cartaginesi. Fenici e cartaginesi sfruttarono intensamente le ricchezze minerarie, soprattutto nell'Iglesiente, dove sono state rinvenute tracce di escavazioni e scorie di fusione attribuibili a questo periodo. Un'intensa attività metallurgica, sia estrattiva che fusoria, è testimoniata dal punto di vista archeologico, presso i ricchi giacimenti metalliferi del Sarrabus, costituiti da minerali composti da ossidi e solfuri di ferro, rame e piombo. Di epoca preistorica è famosa la miniera di Funtana Raminosa nel comune di Gadoni, nella barbagia di Belvì.

Epoca romana

Nel 238 a.C. inizia in Sardegna l'epoca della dominazione romana. Infatti Cartagine in seguito alla sconfitta subita nella I guerra punica, e alla ribellione dei mercenari stanziati sull'isola, fu costretta a fare formale cessione dell'isola a Roma. È nel 226 a.C. che alla Sardegna fu attribuito lo statuto di provincia di Roma.

Sotto i romani l'attività mineraria crebbe intensamente, soprattutto per quanto riguarda i ricchi giacimenti di piombo e d'argento. Fin dal 269 a.C. la repubblica romana aveva adottato l'argento come base monetaria, mentre il piombo veniva utilizzato nei più svariati campi della vita civile, dalle stoviglie alle condutture dell'acqua. La Sardegna, dopo la Spagna e la Bretagna, costituiva la terza regione, tra i domini di Roma, per quantità di metalli prodotti. La produzione mineraria durante tutto il periodo della dominazione romana è stata valutata in circa seicentomila tonnellate di piombo e mille tonnellate d'argento. L'attività estrattiva dei romani non si limitò solo al bacino dell'Iglesiente (dove peraltro, ancora oggi, esiste un rione chiamato Campo Romano, a ricordo degli antichi insediamenti estrattivi), infatti essi conobbero e sicuramente sfruttarono i ricchi giacimenti argentiferi del Sarrabus, alla cui importanza forse si riferiva il geografo Solino nello scrivere: India ebore, argento Sardinia, Attica melle.L'India è famosa per l'avorio, la Sardegna per l'argento, l'Attica per il miele.

I sistemi dello sfruttamento delle miniere, in epoca romana, consistevano nello scavo di pozzi verticali profondi, anche oltre cento metri; i lavori erano condotti, servendosi di soli utensili manuali e talvolta del fuoco per disgregare la roccia, da minatori liberi, detti "metallari", e dal 190 a.C. circa da schiavi e prigionieri detti damnati ad effodienda metalla. Nell'anno 369 d.C. l'imperatore Valentiniano I decretò che ogni nave che approdasse in Sardegna dovesse pagare un dazio di 5 soldi per ogni metallaro trasportato. Successivamente gli imperatori Graziano, Valente e Valentiniano II vietarono del tutto ai metallari di trasferirsi nell'isola. A questi provvedimenti non doveva essere estraneo il timore che l'eccezionale ricchezza dei giacimenti sardi potesse danneggiare le miniere argentifere iberiche che erano di proprietà imperiale.

In tarda epoca romana la produzione mineraria sarda diminuì considerevolmente; mentre in pochi giacimenti l'attività continuava, per soddisfare le limitate necessità del mercato isolano, molti altri furono abbandonati ed alcuni di questi, come quelli del Sarrabus, furono dimenticati.

Epoca medievale In seguito alla caduta dell'Impero romano d'Occidente le vicende storiche della Sardegna si allontanarono da quelle della penisola italiana. Dopo la breve parentesi costituita dall'occupazione vandalica, l'isola cadde sotto il dominio bizantino.

Così, la produzione mineraria e l'attività metallurgica registrarono una certa rinascita e l'argento tornò ad essere uno dei principali prodotti d'esportazione della Sardegna, sebbene intorno all'anno 700 i traffici commerciali nel Mar Mediterraneo diventassero oltremodo difficili a causa delle scorrerie dei saraceni. Per la Sardegna le continue scorrerie degli arabi lungo le coste costituirono, per un lungo arco di tempo, un pericolo costante, che provoco lo spopolamento di vaste aree costiere e lo spostamento della popolazione verso aree più interne dell'isola.

Sempre più isolata dal centro dell'impero bizantino, la Sardegna conobbe in questo periodo l'affermarsi, per la prima volta nella sua storia di una reale autonomia politico-amministrativa. L'isola si organizzò in quattro regni sovrani ed indipendenti: i Giudicati di Cagliari, Arborea, Torres e Gallura. Della storia mineraria del periodo giudicale, non esistono che pochi documenti, è però lecito pensare che l'attività estrattiva non sia stata del tutto abbandonata. Nel 1131 il giudice Gonario di Torres donò la metà dell'Argentiera della Nurra alla chiesa primaziale di Santa Maria di Pisa, a testimonianza dei legami politici sempre più stretti tra i deboli stati sardi ed il comune toscano.

Al principio dell'XI secolo, infatti, sotto gli auspici della corte papale allora retta da Benedetto XIII, erano intervenute nella storia della Sardegna le due repubbliche marinare di Genova e Pisa in un primo momento alleate contro l'emiro musulmano Museto (Musa) che si era impadronito di alcune aree dell'isola, in seguito concorrenti per il predominio sui deboli stati giudicali. La contesa si risolse a favore di Pisa: la pace del 1087 tra Genovesi e Pisani portò, nel periodo immediatamente precedente la conquista aragonese, al predominio di Pisa su tutta la Sardegna.

Dal punto di vista della storia mineraria il periodo pisano risulta essere molto ben documentato. La famiglia pisana dei conti di Donoratico, impersonata da Ugolino della Gherardesca, dette nuovo impulso all'attività estrattiva nei suoi domini in Sardegna, e segnatamente nell'attuale Iglesiente. Ugolino operò su un territorio di circa cinquecento chilometri quadrati, denominato Argentaria del Sigerro per le ricchezze del suo sottosuolo in minerali d'argento. Egli favorì inoltre il trasferimento nell'isola di maestranze toscane, esperte nel lavoro di miniera, e più generalmente cercò di ripopolare i propri domini. Il principale risultato della politica demografica dei Donoratico fu il sorgere e lo sviluppo del centro abitato di Villa di Chiesa, l'attuale Iglesias.

Nella zona dell'Iglesiente, i pisani ripresero i lavori abbandonati dai Romani aprendo numerose fosse e riportando alla luce gli antichi filoni. L'intensa attività estrattiva, così come la vita politica economica e sociale, venne disciplinata mediante una serie di leggi, raccolte in un codice suddiviso in quattro libri conosciuto con il nome di Breve di Villa di Chiesa. In questo codice la regolamentazione dell'attività mineraria, segnatamente l'estrazione dell'argento, riveste un ruolo di primaria importanza. I delitti contro l'attività estrattiva erano puniti con molta severità: la pena di morte era prevista per coloro che sottraevano argento o minerale argentifero ma anche per i fonditori che estraevano l'argento da minerale rubato.

Chiunque, nel territorio dell'Argentiera poteva intraprendere l'attività estrattiva; non era raro che a tale scopo si costituissero delle compagnie i cui partecipanti (parsonavili) possedevano delle quote (trente) della società. Alcuni soci di queste compagnie, detti bistanti si limitavano ad anticipare il capitale necessario.

I lavori si sviluppavano attraverso lo scavo di fosse, e si sviluppavano in profondità mediante pozzi (bottini) e gallerie, ancora visibili in loc. San Giorgio (Iglesias). Veniva seguito l'andamento del filone di minerale, cosicché l'estensione dei lavori era piuttosto limitata. Per aggredire la massa rocciosa venivano utilizzati picconi, cunei ed altri utensili a mano; quando ciò si rendeva necessario veniva utilizzato il fuoco per disgregare le rocce più dure. La settimana lavorativa iniziava a mezzogiorno del lunedì e terminava a mezzogiorno del sabato. Gli operai lavoravano per 12 ore al giorno e durante la settimana non potevano abbandonare il lavoro. Durante la stagione estiva i lavori venivano sospesi a causa della insalubrità del clima, essendo soprattutto le aree costiere colpite dal flagello della malaria.

È stato calcolato che le miniere sarde abbiano fornito a Pisa circa 15 tonnellate annue del prezioso metallo nel periodo che va dalla fine del XII secolo al principio del XIV secolo. Sotto il comune toscano, nel periodo del loro massimo splendore, le miniere intorno a Villa di Chiesa arrivarono ad occupare 6500 operai.

Negli anni intorno al 1326 Pisa perse i suoi domini in Sardegna a favore della corona di Aragona. La perdita dell'isola ma soprattutto delle sue rimesse in argento, rappresentò l'inizio della decadenza per la città Toscana pressata sul continente dalle rivali Lucca e Firenze. La corona aragonese avocò a sé i diritti inerenti allo sfruttamento dei ricchi giacimenti dell'argentaria al fine di evitare che per le ricchezze minerarie della zona si scatenassero dispute tra i nobili aragonesi.

Il livello dell'attività estrattiva in questo periodo risulta essere notevolmente ridotto se paragonato a quello che si era riscontrato sotto la dominazione pisana.

In seguito alla conquista totale dell'isola, gli aragonesi cercarono di dare nuovo slancio all'attività di estrazione dell'argento: furono alleggeriti i dazi, le tasse e i diritti della corona sui metalli. Tale politica però non riuscì a riportare le miniere sarde al passato splendore. Sotto la dominazione aragonese prima e spagnola poi, l'attività mineraria conobbe una continua decadenza; la Sardegna che per secoli era stata tra le più importanti aree di produzione dell'argento finì per importare il prezioso metallo il quale ormai arrivava in ingenti quantità dai possessi spagnoli del nuovo mondo. Ciò nonostante si può affermare che neppure in questo periodo le miniere sarde cessarono del tutto la loro attività, infatti esisteva pur sempre un piccolo mercato domestico, per lo meno per il piombo.