IL 2º Reggimento Volontari Italiani è stata una delle dieci unità militari di fanteria del Corpo Volontari Italiani comandato da Giuseppe Garibaldi che operò per l'invasione del Trentino nel 1866 durante la terza guerra di indipendenza contro l'impero Austroungarico.
La struttura organizzativa Il Reggimento era ordinato con una forza di combattimento di quattro battaglioni, di quattro compagnie ognuno più la banda musicale. Ogni compagnia schierava circa 200 uomini.
Nel suo insieme tra ufficiali, sottufficiali e truppa contava 3.492 uomini. Molti erano quelli che provenivano dal Veneto, dal Trentino, dalla Toscana, dal mantovano, dal bresciano (la 5ª compagnia era composta da bergamaschi, la 6ª invece era formata interamente da volontari bresciani e per questo motivo era stata soprannominata “La Bresciana”, la 7ª da nizzardi e l'8ª da lecchesi, valtellinesi e pavesi) mentre alcuni ufficiali avevano addirittura fatto parte della spedizione dei Mille.
Dall'elenco pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia riguardante le nomine degli ufficiali del Corpo dei Volontari Italiani risulta che ai vertici dei quattro battaglioni del Reggimento vi erano: il maggiore Amos Ocari di Castelmassa, comandante del 1º battaglione, il maggiore Luigi Castellazzo di Pavia, del 2º, il maggiore Numa Palazzini di Bergamo, del 3º e il maggiore Cesare Bernieri di Torino, del 4º.
L'equipaggiamento e l'armamento L'equipaggiamento e l'armamento del 2º Reggimento seguiva quello del Corpo Volontari Italiani.
Il comandante del Reggimento Il 21 maggio il Ministero della Guerra conferiva al luogotenente colonnello Pietro Spinazzi il comando del 2º Reggimento Volontari Italiani in formazione a Como. Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant'anni d'età. Proveniva dai ranghi dell'esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l'irresistibile richiamo di Garibaldi.
A parte i pettegolezzi di quei tempi circolanti nelle alte sfere militari che lo dipingevano incompetente per quel ruolo, lo Spinazzi vantava un curriculum professionale di tutto rispetto per aver partecipato fin da giovane ai primi moti mazziniani del 1831. Nel 1849 era stato comandante dei parmensi e nel 1859 capitano dei “Cacciatori delle Alpi” nel 3º reggimento, 2º battaglione, 5ª compagnia al comando diretto di Nino Bixio.
Nel 1860, durante la campagna meridionale, fu comandante dall'agosto in poi dell'ex brigata Tharrena sempre agli ordini di Nino Bixio e per il valore dimostrato il 1º ottobre nella presa di Maddaloni fu elogiato ufficialmente dallo stesso. Terminata la campagna ottenne di essere integrato nell'esercito regio e quando, nell'aprile del 1866, si aprirono i bandi di reclutamento per gli ufficiali in vista della guerra con l'Austria, prestava servizio a Genova in un reggimento di fanteria.
Lo Spinazzi era un militare di tutto rispetto. Forse mancava, come sostengono alcuni storici, di autorevolezza e carisma nei confronti dei suoi superiori e dei sottoposti: difetto che pagò caramente, come vedremo più avanti, dopo la battaglia di Bezzecca quando fu ingiustamente arrestato per ordine di Garibaldi e sottoposto al giudizio di una commissione d'inchiesta, per non aver contribuito con le sue forze allo scontro del 21 luglio. L'11 giugno lo Spinazzi subì una strana aggressione.
Racconta l'episodio nelle sue note memorie: “Era un uomo truce in volto e di aspetto sinistro. Lo richiesi se mi conosceva, rispose di no; donde venisse da Firenze; ove avesse preso il pugnale di cui era munito, disse di averlo comprato a Monza […] Quantunque apparentemente fosse in mal arnese, possedeva denaro in buon lato, e, persuaso che fosse un sicario, ordinai fosse rimesso ai RR. Carabinieri a Milano”.Pietro Spinazzi, Ai miei amici: Parole di Pietro Spinazzi, L. Tenente Colonnello comandante il 2.o Regg. Volontari Italiani nella campagna del 1866., Stabilimento tipografico di Genova, 1867.
Il processo al colonnello Mentre sul piano a Bezzecca infuriava la battaglia, il colonnello Pietro Spinazzi, sordo all'appello di Garibaldi, rimaneva inoperoso sul monte Nota “con quattro compagnie stanche (la 1ª, 2ª, 10ª, e 12ª), sfinite di forze, con malati i soldati e senza munizioni”.
Spinazzi nonostante il fragore dello scontro e del tiro intenso dell'artiglieria che si doveva pur sentire in distanza anche sul monte bresciano, decise di non intervenire con i suoi uomini. Egli, a sua difesa, negò e spergiurò sempre di non aver mai udito rumori di sorta, solo qualche fucilata, così come di non essere mai stato avvisato da qualcuno di quello che avveniva pochi chilometri più in là. Solo nel pomeriggio cominciò senza fretta a scendere nella valle sottostante. Lasciò come presidio sul monte una forza consistente di sei compagnie del 10º reggimento e si diresse alla volta di Pieve di Ledro in attesa di eventi, ove era già accampato il capitano Luciano Mereu con le solite tre compagnie.
“21 luglio. Non essendoci avuti i viveri solo a notte inoltrata del 21, fu differita la partenza ad oggi. Si misero all'alba in marcia due compagnie per Molina e quattro per Pieve e Bezzecca […] Trovammo Bezzecca già abbandonata dagli austriaci” scrive Amos Ocari nel suo diario.Amos Ocari, Diario, in "Alba Trentina". Rivista mensile n. 9, 1917, tipografia Società Editrice Rovigo.
Questa volta l'esasperazione di Garibaldi, nei confronti dello Spinazzi, aveva raggiunto il culmine e la carriera militare di costui aveva ormai le ore contate. Accompagnato dal capitano Ettore Filippini, si recò prontamente a rapporto da Garibaldi a Tiarno di Sotto. Fu un colloquio dai toni cordiali, a suo dire, nel quale illustrò tutte le operazioni precedenti, tanto che il Generale congedandolo gli affidò una nuova missione notturna di particolare importanza: la ricognizione segreta sul monte Linsino, ove si supponeva fossero concentrate un gran numero di forze nemiche; l'operazione sarà poi condotta con successo dal maggiore Luigi Castellazzo al comando della 10ª compagnia del tenente Osvaldo Bussi.
In realtà Garibaldi, nonostante le apparenze, non era rimasto soddisfatto delle spiegazioni del suo alto ufficiale e, il giorno dopo, si avviò a Pieve di Ledro per incontrare nuovamente lo Spinazzi e approfondire ulteriormente lo spinoso argomento. Fu una conversazione imbarazzante fra i due soldati. Garibaldi lo racconta nelle sue “Memorie” in questo modo: “Il 22 io feci una gita in carrozza sino a Pieve di Ledro, ove trovai il colonnello Spinazzi con parte del 2º reggimento. Si osservi che Pieve è a un tiro di carabina da Bezzecca. Chiesi a quel colonnello da quanto tempo si trovava in quella posizione, e mi rispose da tre giorni. Io rimasi confuso e domandai perché non avea preso parte al combattimento del giorno antecedente. Mi disse per mancanza di munizioni. Lo lasciai, ed ordinai al generale Ernesto Haug che lo arrestasse”.Giuseppe Garibaldi, Le memorie, Nella redazione definitiva del 1872, a cura della reale commissione, Bologna-Rocca S. Casciano, 1932.
Il giudizio del Generale diventa poi durissimo: “Nel contegno del colonnello Spinazzi pare vi fossero sintomi di demenza, poiché la condotta antecedente di quel capo, per quanto sapessi, non era stata vigliacca; poi, per codardo che possa essere un uomo, non poteva, con parte d'un reggimento che aveva valorosamente combattuto, rimanersi indifferente ad un chilometro da Bezzecca, ove la pugna durò dall'alba sino alle due pomeridiane, ove il cannone avea ruggito per nove ore, ed erano accanitamente impegnati dodicimila uomini da una parte e dall'altra […] Pare però che lo Spinazzi non si trovasse il 21 a Pieve di Ledro, bensì sul monte Nota che domina ad ostro quel paese (ciò che conferma la mia opinione di demenza in quello sventurato ufficiale), e che sul monte Nota riunisse un consiglio de' suoi ufficiali, i quali decisero di marciare verso il campo di battaglia, ove finalmente, per troppa lentezza, giunsero tardi. Il 2º reggimento con un capo attivo poteva compiere una parte gloriosa in quella giornata. Esso si trovava appunto alle spalle del nemico, quando questo occupava Bezzecca, ed impadronendosi delle alture a levante, che dominano quel villaggio, avrebbe completato un trionfo che poteva costare agli austriaci la loro artiglieria e molti prigionieri. Basta portarsi sul luogo per capacitarsi della veridicità della mia asserzione. Al contrario, quel bel reggimento rimaneva inoperoso, senza giovarci menomamente”.
Chiamato a rapporto, il giorno 23, presso la sede del Quartier Generale di Storo, gli fu notificato l'arresto di rigore, l'avvio del giudizio di un consiglio di guerra, sostituito nei giorni seguenti da una commissione d'inchiesta e il cambio del comando di reggimento con il colonnello Giovanni Acerbi. L'annuncio della sanzione disciplinare cadde, come una tegola, sulla testa del povero Spinazzi che, al riguardo, scrive: “Attonito, penso, esamino il mio passato e non so darmi ragione di tale fatto. Mi si ordina di deporre la sciabola e mi si fa condurre dal deputato Pianciani”.
Affranto, giorni dopo prese carta e penna lagnandosi con Garibaldi per l'accaduto: 1866 luglio 28, Storo. “Generale. Ho esaminato la mia condotta nella giornata del 21 corrente, ed ho la coscienza di poter dire francamente di non meritare il di Lei sdegno, né le umiliazioni cui sono costretto subire. Il mio Generale, che sprezza le basse passioni e le personalità, vorrà accordarmi di essere ascoltato, ché ogni accusato ne ha il diritto. Sempre suo. Pietro Spinazzi”.
Garibaldi non ascoltò la supplica, anzi il 31, dalla canonica di Creto, sede del Quartier Generale, emanò le direttive per l'insediamento della commissione d'inchiesta: 1866 luglio 31, Creto. Quartier Generale “Comando Generale del Corpo Volontari Italiani. Siccome il luogotenente colonnello Spinazzi cav. Pio comandante il 2º Reggimento Volontari Italiani durante il fatto d'armi del 21 corrente si trovava con parte del suo reggimento in Pieve di Ledro ove avvenne il combattimento, e non si mosse, il sottoscritto comandante in capo il corpo dei volontari Italiani ordina una commissione d'inchiesta allo scopo di esaminare la condotta del sopraccitato signor tenente colonnello Spinazzi sia stata militarmente regolare. La Commissione è composta dai signori: Il generale Ernesto Haug comandante la 1ª brigata Volontari-Presidente; colonnello cav. Benedetto Cairoli comandante il Quartier Generale; luogotenente colonnello cav. Giovanni Cadolini comandante il 4º reggimento; luogotenente colonnello cav. Luigi La Porta comandante il 7º reggimento; luogotenente colonnello Menotti Garibaldi comandante il 9º reggimento; luogotenente colonnello Giuseppe Missori comandante il Corpo delle Guide. Il luogotenente colonnello Missori eserciterà le funzioni di relatore. Non appena la Commissione d'Inchiesta avrà esaminato i suoi lavori presenterà i verbali prescritti, a questo Comando Generale in duplice copia. Giuseppe Garibaldi. Per copia conforme. Il sottocapo di Stato Maggiore Enrico Guastalla”.
Il 28 agosto, a Brescia, ebbe inizio la prima seduta della commissione coordinata, a seguito della ricusazione giuridica dell'imputato, dal generale Vincenzo Giordano Orsini in sostituzione di Ernesto Haug. Il dibattimento non si limitò ad analizzare le fasi del mancato apporto alla battaglia di Bezzecca, ma indagò minuziosamente su tutto l'operato del colonnello chiedendo spiegazioni in particolare sul trasferimento da Magasa alla Val di Ledro, sul mancato assedio del Forte d'Ampola e la disubbidienza agli ordini del generale Ernesto Haug.