Biografia Origini e formazione Salvatore Achille Ettore Lima, detto Salvo, nacque a Palermo il 23 gennaio 1928; era il figlio di Vincenzo Lima (1894-1979), un archivista del comune di Palermo che ebbe problemi giudiziari durante il periodo fascista. Nei primi anni 1950, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza presso l'Università della propria città, trovò un impiego presso il Banco di Sicilia, dove raggiunse il grado di vicedirettore e nel 1955 venne distaccato presso gli uffici della Regione Siciliana e poi in quelli del Comune di Palermo. In seguito alle elezioni amministrative del 1956, Salvo Lima venne eletto consigliere comunale a Palermo e divenne un sostenitore del deputato democristiano e più volte ministro Giovanni Gioia, aderendo alla corrente politica Iniziativa Democratica (poi Nuove Cronache) di Amintore Fanfani nella Democrazia Cristiana e diventando, contemporaneamente, assessore con delega ai lavori pubblici, nell'ambito della giunta comunale guidata dal neo-sindaco di Palermo Luciano Maugeri.
Carriera politica e il "sacco di Palermo"
Il 23 maggio 1958, viene a mancare improvvisamente il primo cittadino Maugeri, durante la carica del suo mandato. Salvo Lima, che fino a quel momento era stato anche vicesindaco, arrivò a ricoprire il ruolo di “sindaco ad interim” dal giorno dopo fino alla sera del 7 giugno, quando poi fu letteralmente promosso a sindaco, dopo delle consultazioni del consiglio comunale di allora. All'età di 30 anni, Lima risulta ancora oggi il secondo sindaco più giovane del capoluogo siciliano a essere eletto: il primato appartiene ad Antonio Starabba, marchese di Rudinì, primo cittadino a 24 anni. In quell'occasione, il consigliere Vito Ciancimino, anch'egli sostenitore di Giovanni Gioia, gli subentrò nella carica di assessore ai lavori pubblici.
Durante il periodo della giunta comunale di Lima, delle 4.000 licenze edilizie rilasciate, 1.600 figurarono intestate a tre prestanome, che non avevano nulla a che fare con l'edilizia; vennero apportate numerose modifiche al piano regolatore di Palermo, che permisero alla ditta di Nicolò Di Trapani (pregiudicato per associazione a delinquere) di vendere aree edificabili ad imprese edili, mentre il costruttore Girolamo Moncada (legato al boss mafioso Michele Cavataio) ottenne, in soli otto giorni, delle licenze edilizie per numerosi edifici; il costruttore Francesco Vassallo (genero di Giuseppe Messina, capomafia della borgata Tommaso Natale) riuscì a ricevere numerose licenze edilizie, nonostante violassero le disposizioni del piano regolatore. Durante la sindacatura di Lima, l'amministrazione comunale concesse la licenza di demolizione della Villa Deliella, capolavoro del Liberty siciliano, i cui lavori iniziarono il giorno stesso per aggirare la legge di salvaguardia dei beni culturali. Questa scelta fu sottoposta a diverse critiche a livello locale e nazionale, di cui la più autorevole fu quella dell'urbanista Bruno Zevi, che in un famoso articolo apparso sul settimanale L'Espresso contestò l'operato di Lima e della sua giunta.Bruno Zevi, Assalto a Villa Deliella, L’Espresso, 3 gennaio 1960.
Nel 1962, Lima divenne inoltre segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Palermo, fino al 1963; dal 1963 al 1964 fu commissario straordinario dell’ERAS (Ente per la Riforma agraria in Sicilia). Per gestire meglio i nuovi incarichi e preparare il terreno a una giunta di centro-sinistra, lasciò la poltrona di sindaco a due suoi fedelissimi: Francesco Saverio Di Liberto, dal 24 gennaio 1963 al 30 giugno 1964, e Paolo Bevilacqua, dal 1° luglio 1964 al 27 gennaio 1965. In occasione della campagna per le elezioni amministrative del 1964, Lima lanciò il celebre slogan «Palermo è bella, facciamola ancora più bella!»Le opere attuate dalla DC a Palermo costituiscono una garanzia per il nuovo impegno del partito, in Il Popolo, 3 novembre 1964., che gli consentì di riscuotere un grande successo elettorale (la D.C. ottenne 37 seggi su 80 al consiglio comunale) e di diventare nuovamente sindaco, questa volta alla guida della prima giunta di centro-sinistra (DC, PSI, PRI, PSDI) nella storia della città di Palermo. Ma, a causa di contrasti con il PSI in materia di pianificazione urbanistica, Lima si dimise il 9 luglio 1966 e si adoperò affinché il suo fedele sostenitore Paolo Bevilacqua fosse eletto di nuovo sindaco.
Attività parlamentare Alle elezioni politiche del 1968, Lima venne eletto alla Camera dei deputati nella circoscrizione elettorale Palermo-Trapani-Agrigento-Caltanissetta con 80.387 voti di preferenza, superando in consensi il suo capo-corrente Giovanni Gioia: perciò lasciò i fanfaniani di Nuove Cronache per passare alla corrente Primavera di Giulio Andreotti,l'era di Lima e Ciancimino Corriere della Sera, 14 marzo 1992 cui aderì a seguito di un accordo con l'onorevole Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti."divideva tutti in uomini e ricchioni" Corriere della Sera, 14 marzo 1992 Grazie al contributo elettorale di Lima, la corrente andreottiana riuscirà ad ottenere rilievo nazionale.
Nel 1972, Lima venne rieletto alla Camera dei deputati con 84.775 voti di preferenza e fu nominato sottosegretario alle finanze nel governo Andreotti II e riconfermato durante i governi Rumor IV e V, mentre nel 1974 venne nominato sottosegretario al Bilancio e alla programmazione economica, durante il governo Moro IV.
Alle elezioni europee del 1979 Lima si candidò con lo slogan «Un amico a Strasburgo» e venne eletto al Parlamento europeo con 305.974 voti di preferenza, venendo riconfermato per altre due legislature.
Influenza sulla vita politica siciliana Nel corso degli anni, l'influenza di Lima si rivelò determinante in ogni aspetto della vita politica siciliana (soprattutto per la scelta del sindaco di Palermo) e, in base alla logica della lottizzazione tra correnti di partito, si estendeva persino alla nomina dei vertici delle aziende pubbliche della sanità e dei trasporti: ad esempio, la U.S.L. 58, la più importante della Regione che comprendeva l'Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo (di cui il fratello Giuseppe fu direttore sanitario dal 1974 al 1988), era considerata un suo "feudo" personaleG.C. Marino, I Padrini, Newton Compton, 2006, pp. 419-438.. Fu inoltre uno dei fautori, attraverso la mediazione del suo fedele sostenitore Michele Reina e in accordo con altre correnti della Democrazia Cristiana (la sinistra di Rosario Nicoletti e i morotei di Piersanti Mattarella), della stagione politica della "solidarietà autonomista" tra DC e PCI, che ebbe il suo banco di prova con la giunta Scoma nel 1976Orazio Cancila, Palermo, Laterza, Roma-Bari, 2009, pag. 478. e si esplicitò nel governo regionale presieduto da Mattarella con l'appoggio esterno del PCI. Quest'esperienza si concluse tragicamente con l'omicidio di Reina il 9 marzo 1979 e quello di Mattarella il 6 gennaio 1980, entrambi per mano di Cosa nostra. Il successore di Mattarella alla Presidenza della Regione Siciliana fu Mario D'Acquisto, braccio destro di Lima, che rimase in carica dal 1980 al 1982. Negli stessi anni, alla guida del Comune di Palermo vi furono due "limiani" di ferro, Salvatore Mantione e Nello Martellucci, che furono sindaci, rispettivamente, dal 1978 al 1980 e il secondo per due mandati dal 1980 al 1983 e poi nel 1984. D'Acquisto e Martellucci furono entrambi costretti a dimettersi a seguito dell'efferato omicidio del prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, con cui avevano a lungo polemizzato circa l'attribuzione dei poteri di coordinamento antimafia.Alexander Stille, Nella terra degli infedeli. Mafia e politica nella prima Repubblica, Mondadori, 1995, pag.123.
Infatti la crescente disapprovazione pubblica all'impressionante ondata di omicidi di mafia commessi a Palermo tra il 1979 e il 1984 indusse la nuova leadership siciliana della Democrazia Cristiana, incentrata sulla corrente demitiana di Calogero Mannino, Sergio Mattarella, Rino Nicolosi e Leoluca Orlando, a fare pulizia nel partito e indebolire l'influenza di Lima. Il sindaco di Palermo Martellucci, uno dei protetti di Lima, fu nuovamente costretto a dimettersi e, dopo un anno di gestione commissariale, fu sostituito da Leoluca Orlando, che avviò una stagione politica di rinnovamento conosciuta come "primavera di Palermo" che mirava appunto ad emarginare la corrente di Lima, accusata di essere vicina a Cosa nostra.Orazio Cancila, Palermo - Laterza, Roma-Bari, 1988, 1999, 2009, pp. 485-492. Nonostante ciò, la corrente di Lima partecipò con propri esponenti alla prime due giunte del sindaco Orlando (il pentapartito del 1985-1987 e l'esacolore del 1987-1989) e dichiarò la propria opposizione alla terza (1989-1990) che vide l'ingresso del P.C.I. in maggioranza ma votò a favore per disciplina di partito.Commissione parlamentare antimafia, Mafia e politica. Relazione del 6 aprile 1993, Roma-Bari, Laterza, 1993, pag. 118.
In occasione delle elezioni europee del 1989, Orlando rifiutò di candidarsi nella stessa lista di Lima e l'anno seguente si dimise dalla carica di sindaco in polemica con gli andreottiani e con la sua stessa corrente, abbandonando quindi la Democrazia Cristiana per fondare il movimento La Rete.Massimo Franco, Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un'epoca, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2008, pag. 180. In quella tornata elettorale, Lima risultò nuovamente rieletto al Parlamento europeo con 305.974 voti di preferenza, la maggior parte dei quali ottenuti nella città di Palermo ma ne perse 15.000 nella provincia, superato di 60.000 voti dal demitiano Calogero Lo Giudice e di 45.000 in più dal sardo Felice Contu.
Agguato e morte
Il 12 marzo 1992, dopo essere uscito dalla sua villa a Mondello per recarsi all'hotel Palace a organizzare un convegno in cui era atteso Giulio Andreotti, Lima era a bordo di un'auto civile Opel Vectra guidata da un docente universitario, Alfredo Li Vecchi, con un suo collaboratore e assessore provinciale, Nando Liggio; un commando con alla testa due uomini in motocicletta sparò alcuni colpi di arma da fuoco contro la vettura bloccandola. Gli altri occupanti del mezzo non furono presi di mira dagli assassini. Lima scese dall'auto di corsa cercando di mettersi in salvo, ma fu subito raggiunto dai killer e ucciso con tre colpi di pistola.
Nel 1998, nel processo per l'omicidio Lima, vennero condannati all'ergastolo i boss mafiosi Salvatore Riina, Francesco Madonia, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Giuseppe Graviano, Pietro Aglieri, Salvatore Montalto, Giuseppe Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Benedetto Spera, Antonino Giuffrè, Salvatore Biondino, Michelangelo La Barbera, Simone Scalici e Salvatore Biondo mentre Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca vennero condannati a 18 anni di carcere e i collaboratori di giustizia Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante (che confessarono il delitto) vennero condannati a 13 anni come esecutori materiali dell'agguato.Processo Lima: 18 ergastoli ai padrini di Cosa Nostra Corriere della Sera, 16 luglio 1998.
Nel 2003 la Cassazione annullò la condanna all'ergastolo per Pietro Aglieri, Giuseppe Farinella, Giuseppe Graviano e Benedetto Spera, mentre confermò le altre condanne.
Controversie Coinvolgimento negli scandali della Prima Repubblica Nel 1967 risultò coinvolto nel cosiddetto "scandalo del Banco di Sicilia" con l'accusa di concorso in peculato per aver percepito indebitamente degli emolumenti come dipendente del Banco ma fu prosciolto da ogni accusa in istruttoria per insufficienza di prove.Gli uomini politici del caso Bazan che forse non saranno processati, Corriere della Sera, 21 agosto 1967.Orazio Barrese, I complici. Gli anni dell'antimafia, pp.153-158.