Il Mercato Vecchio era una zona di Firenze che venne demolita, assieme al vecchio Ghetto, tra il 1885 e il 1895 per la creazione di piazza della Repubblica, nell'ottica del cosiddetto "risanamento" cittadino.

Storia

In questo sito si trovava l'antico foro romano di Florentia. La zona aveva un valore altamente simbolico, poiché era il centro geografico della città dove si intersecavano il cardo e il decumano. In corrispondenza di questo incrocio si ergeva forse una colonna che in seguito fu sostituita dalla colonna dell'Abbondanza, ancora esistente.

In epoca alto medievale la zona continuò ad essere un punto di ritrovo, divenendo presto il luogo di mercato più importante della città. Era caratterizzato da due chiese antichissime, di epoca paleocristiana, dette Santa Maria in Campidoglio e Sant'Andrea. Il mercato fu istituzionalizzato solo dopo l'anno Mille. Tipicamente rispetto anche ad altre città italiane si veniva così a definire lo spazio pubblico destinato ai commerci, al quale si contrapponeva una piazza del Duomo destinata agli affari religiosi e una piazza del Comune (piazza della Signoria) destinata alla politica e agli affari civili. Nel Medioevo ebbero le proprie case in questa zona alcune delle più antiche famiglie nobili e notabili di Firenze: gli Amieri, i Nerli, i Medici, i Tornaquinci, i Tosinghi, i Caponsacchi, gli Ubaldini, gli Alfieri Strinati, ecc. Queste famiglie, proprietarie di case-torri, finanziarono nel 1270 una nuova lastricazione della piazza nei tratti antistanti le rispettive residenze. Questo intervento andava sicuramente a sostituire altre lastricazioni che si erano succedute nel tempo sopra le originarie lastre marmoree romane sepolte dalla subsidenzaMaria Sframeli (a cura di), Il centro di Firenze restituito, Editore Alberto Bruschi, Firenze 1989..

Col tempo si rese necessario un secondo mercato, il mercatum de porta Sanctae Mariae, dal nome della porta Santa Maria, dove poi nel Cinquecento venne costruita la loggia del Mercato Nuovo (in contrapposizione al mercato da allora definito "Vecchio").

Un terzo polo commerciale nelle vicinanze era la Loggia del Grano, costruita da Arnolfo di Cambio alla fine del XIII secolo, che poi nella seconda metà del Trecento divenne la chiesa di Orsanmichele. Orsanmichele era la chiesa delle Arti e corporazioni di Firenze poiché in questa zona si concentravano la maggior parte delle sedi corporative: oltre a quelle ancora oggi esistenti del palazzo dell'Arte della Lana, del palazzo dell'Arte della Seta o del palazzo dell'Arte dei Beccai, vi si trovavano a pochi isolati le sedi dell'Arte dei Medici e Speziali, di quella degli Albergatori, dei Linaioli e Rigattieri e degli Oliandoli e Pizzicagnoli.

Dal XIV secolo è ricordato un pozzo sul lato orientale della piazza, in asse con via Calimala, e la Beccheria. Tra Cinque e Seicento l'antico pozzo medievale era stato sostituito da due pozzi sui lati settentrionale e meridionale della piazza, più o meno in posizione simmetrica ai lati della Beccheria.

La piazza esisteva ancora all'epoca di Cosimo I, quando vi fece realizzare da Giorgio Vasari la loggia del Pesce, ma gradualmente lo spazio si era sempre più assottigliato per la costruzione di minuscoli edifici popolari, adibiti a bottega e abitazione, che avevano mutato l'aspetto della zona. Era infatti tipico nel medioevo abitare negli edifici dove si possedeva anche la bottega e il laboratorio. Inoltre la zona era costellata da pozzi, forni, chiesette, torri, logge, abitazioni di legno o in muratura.

Numerosi erano i toponimi della zona legati ad attività economiche: piazza dell'Olio, via dei Pellicciai (poi via Pellicceria), via delle Ceste, piazza delle Cipolle (oggi piazza Strozzi), piazza del Vino, piazza delle Ricotte, piazza della Paglia, piazza dei Marroni, via dei Rigattieri, via degli Stracciaoli, via dei Ferrivecchi; nella loggia dei Tavernai si vendevano vivande.

La demolizione

Già nel 1876 il sindaco Ubaldino Peruzzi nominò una commissione per indagare le condizioni abitative dei quartieri più poveri (i "Camaldoli" in San Lorenzo e in Oltrarno, e il Mercato Vecchio). Il periodo di Firenze Capitale (1865-1871) aveva infatti determinato una crisi di alloggi, saturando i rioni popolari e riempiendo il Comune di debiti dopo lo spostamento degli apparati statali a Roma.

Verso il 1880 il giornalista Giulio Piccini, che si firmava con lo pseudonimo di Jarro, iniziò a denunciare con una serie di articoli, raccolti poi nel libro Firenze sotterranea (1881), il degrado nel quale vivevano gli umili abitanti del centro storico. Il tono fin troppo eloquente e le numerose esagerazioni e distorsioni erano indice certo di una situazione di decadenza, ma non rendevano giustizia alla plurisecolare storia della zona. Il successo del libro (che contò nei primi anni ben quattro ristampe) suscitò l'opinione generale che fosse inderogabile una soluzione al problema, che essenzialmente consisteva nella demolizione dei quartieri degradati. L'intervento si sarebbe inquadrato dopotutto nel contesto del piano del Poggi, che aveva eliminato le mura per creare quei boulevard che sono i viali di Circonvallazione, rispondendo alle nuove esigenze della borghesia di decoro, di pulizia, di passeggio. Si trattava di un proseguimento, in scala più ampia e razionale, di alcuni interventi sporadici di "abbellimento" cittadino iniziati già all'epoca dei Lorena, quali l'ampliamento di via dei Calzaiuoli (1842) e di via Tornabuoni (1857), e la creazione del lungarno Nuovo (1853).

Non si può trascurare il lato speculativo dell'operazione (il cosiddetto "affare del centro"), che ottenne il trasferimento dei ceti umili fuori dal centro storico nell'ottica della creazione di abitazioni, edifici ad uso commerciale e rappresentativo per la ben più remunerativa alta società cittadina. Molti storici indicano come le ragioni economiche fossero il vero motore dello sventramento, rispetto al quale le oggettive esigenze di salute pubblica, di sicurezza e di decoro ne avrebbero costituito solo la copertura ideologica.

Già nel 1881 il comune incaricò una commissione di rilevare lo stato degli immobili e delle condizioni di vita degli abitanti della zona del Mercato Vecchio, che rilevò il preoccupante degrado e spianò la strada all'opera di risanamento massiccio; quell'anno si ebbero le prime demolizioni delle strutture del Mercato, con i commercianti trasferiti al nuovo mercato di San Lorenzo già dal 1874. A questo punto, una volta eliminati i miserabili edifici del mercato si era riscoperta la piazza cinquecentesca, con la loggia del Pesce del Vasari e forse, secondo per esempio il parere di Piero Bargellini, sarebbe stato auspicabile che i lavori si fossero interrotti lì. Ma il centro era ormai gravato da forti interessi economico speculativi, che reclamavano edifici in grande pompa, nuovi di zecca per rappresentare l'emergente ceto borghese, per cui l'area delle demolizioni si ampliò notevolmente, arrivando a coprire l'area tra piazza degli Strozzi, via de' Vecchietti, via de' Pecori, via de' Calzaiuoli, piazza della Signoria e via Porta Rossa. Il progetto definitivo di Risanamento venne approvato il 2 aprile 1885: entro giugno tutta la popolazione della zona era stata evacuata e tutte le proprietà erano state generalizzatamente espropriate.

I lavori procedettero con solerzia dal 1888, demolendo gli edifici del Ghetto, di via degli Speziali e di Calimala. Molte furono le antiche testimonianze architettoniche del passato che vennero sacrificate senza troppa esitazione: chiese antiche, case-torri, sedi di Arti.

Al posto della struttura urbana medievale sorse una maglia stradale regolare, caratterizzata dalla sezione costante di 12 metri, sulla quale vennero eretti i grandi palazzi, con i caffè, gli hotel e i portici, l'arco trionfale e il grande spazio di piazza Vittorio Emanuele II, oggi piazza della Repubblica.

È restato famoso il commento che il pittore macchiaiolo Telemaco Signorini, grande amante degli aspetti pittoreschi e popolari di questa parte di città che soleva ritrarre spesso nelle sue opere, lasciò in risposta a un impiegato comunale che gli chiedeva se, durante la demolizione del mercato, avesse gli occhi lagrimosi per quelle "porcherie" che venivano giù: «No, piango sulle porcherie che vengono su».

Il ghetto

Qui si trovava anche il ghetto ebraico, dove Cosimo I e il figlio Francesco dal 1571 avevano obbligato a risiedere gli ebrei in città, già soprattutto stanziati in Oltrarno, nell'area intorno all'ex-sinagoga di via de' Ramaglianti.

Il ghetto fu disegnato dall'architetto Bernardo Buontalenti. Occupava un'area quadrata al centro della città delimitata a est da via dei Succhiellinai (ora via Roma), a sud dalla piazza del Mercato Vecchio (adesso piazza della Repubblica), a ovest da via dei Rigattieri (ora via Brunelleschi), e a nord dal chiasso di Malacucina (adesso via Tosinghi). L'accesso al ghetto era garantito da due porte, una su piazza del Mercato e una su via dei Succhiellinai. Su una di queste porte (Francesco Bigazzi dice "in faccia a via della Nave") si trovava uno stemma mediceo e l'iscrizione: «COSMVS MED. MAG . ETRVRIÆ DVX / ET SERENISS. PRINCEPS F. SUMMÆ IN AMONES / PIETATIS ERGO HOC IN LOCO HÆBREOS A CHRISTIANORVM / CŒTV SEGREGATOS NON AVTEM EIUECTOS VOLVERVNT / VT LEVISSIMO CHRISTI IVGO CERVICES DVRISSIMAS / BONORVM EXEMPLO PRÆBERE DOMANDAS FACILE / ET IPSI POSSINT ANNO D . M.DLXXI». Vi si riconosceva che gli Ebrei fossero segregati dai cristiani ma non cacciati dalla città, né sparsi nelle abitazioni, affinché per l'esempio dei "più buoni" si fossero piegati più facilmente ad abbracciare il Vangelo.

Il ghetto era composto da un gruppo di alti edifici raccolti attorno alla piazza della Fonte, dove un pozzo forniva l'acqua agli abitanti del quartiere. Nel ghetto c'erano due sinagoghe: una di rito italiano (edificata nel 1571) e uno di rito levantino (edificata alla fine del XVI secolo).

Nel 1670 la zona nord del ghetto fu distrutta da un incendio e dei lavori di ricostruzione si approfittò per estendere il ghetto - già sovraffollato - fino all'attuale via de' Pecori. Nel 1750 agli ebrei fu concessa la proprietà degli edifici del ghetto, che rimase in vigore fino all'epoca napoleonica.

Una ricostruzione in plastico dell'aspetto dell'antico ghetto si trova al museo ebraico del tempio maggiore israelitico di Firenze.

Architetture scomparse

Nelle demolizioni andarono perse 26 antiche strade, 20 tra piazze e piazzette, 18 vicoli; furono abbattuti 341 immobili ad uso abitativo, 451 botteghe e vennero allontanate 1778 famiglie per un totale di 5822 persone.

Il Mercato Vecchio aveva il suo cuore in un edificio basso e lungo a forma di ovale rettilineo con una tettoia piuttosto aggettante che fungeva anche da riparo per i compratori e le bancarelle che si disponevano su entrambi i lati. Altri negozi e bancarelle si dispiegavano nella piazzetta attorno.

Tra gli edifici di notevole rilevanza storica andarono perduti la torre dei Caponsacchi, la torre degli Amieri, il vecchio Monte di pietà dei Pilli (già in via Monalda), ecc. Vi si trovavano inoltre le case anticamente abitate da importanti famiglie: le prime dei Medici, quelle degli Strozzi, dei Sassetti, dei Della Luna, dei Lamberti, dei Tosinghi, degli Anselmi, dei Brunelleschi, dei Vecchietti, dei Tornaquinci, ecc.

Numerose furono le sedi delle Arti perdute per sempre: dei Medici e Speziali, degli Albergatori, dei Rigattieri, degli Oliandoli e Pizzicagnoli e dei Linaioli e Rigattieri; in quest'ultima esisteva ancora la nicchia del tabernacolo dei Linaioli, capolavoro di Beato Angelico e Lorenzo Ghiberti, oggi nel Museo nazionale di San Marco.