I fatti di Genova del 30 giugno 1960 furono una serie di scontri seguiti al corteo indetto dalla Camera del Lavoro e appoggiato dall'opposizione di sinistra il 30 giugno 1960 per protestare contro la convocazione a Genova del sesto congresso del Movimento Sociale Italiano.
Il governo Tambroni
Tra il febbraio e il marzo 1960 in Italia cadde il governo Segni II, a causa di tensioni interne alle forze politiche che lo sostenevano dovute alla possibile apertura ai socialisti. Ad Antonio Segni venne chiesto di provare a costituire un nuovo esecutivo, ma i suoi tentativi non ebbero successo.
Il 21 marzo l'esponente democristiano Fernando Tambroni, già ministro del Bilancio e (ad interim) del Tesoro nel precedente governo e noto per appartenere all'area di sinistra della DCE Tambroni disobbedì al ghostwriter Gronchi, articolo del Corriere della Sera del 12 giugno 1999., ebbe dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi l'incarico di formare il nuovo governo.
Il 4 aprile Tambroni ottenne la fiducia alla Camera per il suo governo (un monocolore democristiano, soprannominato dalla stampa "monocolore d'affari", il cui scopo principale sarebbe stato quello di elaborare le politiche finanziarie dello Stato), ma con una maggioranza di pochi voti di scarto (300 voti a favore su 593 presenti in aulaAlessandro Benna, Lucia Compagnino, 30 giugno 1960 - La rivolta di Genova nelle parole di chi c'era, Fratelli Frilli Editore, ISBN 88-7563-117-4, p. 16 e seguenti.).
La fiducia al governo fu quindi votata anche dai deputati missini. Questa circostanza causò le dimissioni dei ministri appartenenti alla sinistra della DC Giorgio Bo, Giulio Pastore e Fiorentino Sullo.
Quando fu chiaro che i voti missini erano stati determinanti per il governo, Tambroni fu oggetto di feroci critiche e di accuse di filo-fascismo e, su richiesta del direttivo del partito (l'11 aprile), dovette dimettersi. Dopo nuovi tentativi da parte di Amintore Fanfani di formare il governo con una maggioranza diversa, si arrivò al 21 aprile, quando il presidente Gronchi decise di respingere le dimissioni di Tambroni. Il 29 aprile il governo Tambroni ottenne la fiducia anche al Senato, nuovamente grazie all'appoggio esterno del MSI (128 voti favorevoli e 110 contrari). Nel frattempo montava l'opposizione contro il governo, accusato da sinistra di aprire le porte ai neofascisti.
La decisione di Tambroni di dimettersi era stata accolta negativamente dal MSI, che ne aveva appoggiato il governo: la conseguenza immediata fu il ritiro dell'appoggio dei missini in molte delle giunte locali a guida democristiana che si reggevano sui loro voti (prima tra tutte Roma, oltre ad altre 30 amministrazioni locali appoggiate dal MSI).
Anche il PCI poco prima, aveva appoggiato assieme al MSI la giunta regionale siciliana, presieduta dall'esponente democristiano dissidente Silvio Milazzo (decisione che era stata difesa in parlamento da Togliatti). La portata dei due eventi era diversa, da un punto di vista nazionale: il milazzismo era considerato un fatto di rilievo regionale (pur con evidenti riflessi sull'intero quadro politico italiano), mentre col governo Tambroni i missini entravano direttamente nel gioco politico nazionale.
Il sesto congresso del MSI In questo frangente la decisione, presa dal Movimento Sociale Italiano il sabato 14 maggio 1960, di convocare il sesto congresso per il 2 luglio a Genova, città decorata di medaglia d'oro della Resistenza e da cui era partita l'insurrezione del 25 aprile, fu considerata come un'occasione per indebolire il governo TambroniPiero Ignazi, Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano, Bologna, Il Mulino, 1989, p. 93: "L'occasione per mettere in difficoltà Tambroni è offerta dalla decisione del MSI di tenere il proprio congresso nazionale a Genova dal 2 al 4 luglio".. Il precedente congresso missino si era svolto a Milano, città anch'essa decorata con la medaglia d'oro, senza nessuna protesta (a Milano i missini appoggiavano la giunta comunale fin dal 1956). Inizialmente la convocazione del congresso missino al teatro Margherita, in via XX Settembre, non suscitò alcun tipo di reazione in cittàIndro Montanelli, L'Italia dei due Giovanni, Rizzoli editore, Milano, 1989, pp. 129-130..
La situazione genovese A Genova sia la situazione politica sia quella sociale erano molto tese, anche a causa della recente chiusura di diverse industrie, tra cui l'azienda meccanica Ansaldo-San GiorgioAlessandro Benna, Lucia Compagnino, 30 giugno 1960 - La rivolta di Genova nelle parole di chi c'era, Fratelli Frilli Editore, ISBN 88-7563-117-4, p. 18 e seguenti.. Nonostante si fosse nel pieno di quello che è stato definito il "boom economico", le lotte sindacali contro le chiusure e le riduzioni di personale in generale si protraevano in città da circa un decennioGiugno 1960, Genova brucia la rivolta nell'anno del miracolo, articolo de la Repubblica, edizione di Genova, del 26 maggio 2010..
Politicamente fino ad allora la città aveva visto la Democrazia Cristiana come partito di maggioranza relativa, seppur con una percentuale di voti inferiore alla media nazionaleIl voto a Genova, pubblicazione dell'Ufficio Statistica del Comune di Genova, p. 31 e segg.. Nelle elezioni del 1958, per la Camera dei deputati, a Genova la DC aveva ottenuto voti (pari al 33,7%, contro il 42,4% nazionale), seguita dal Partito Comunista Italiano con voti (24,7%, contro il 22,7% nazionale) e dal Partito Socialista Italiano con voti (20,8%, contro il 14,2% nazionale); in quella tornata elettorale il Movimento Sociale Italiano era risultato il quinto partito cittadino, con voti (4,9%, a livello nazionale era il quarto partito, con il 4,8% dei voti).Il voto a Genova, pubblicazione dell'Ufficio Statistica del Comune di Genova, pp. 13 e 14 Queste elezioni furono le uniche il cui l'MSI ebbe un risultato percentuale a Genova migliore della media nazionale.
Dopo le elezioni comunali del 1960 venne eletto sindaco per la terza volta il democristiano Vittorio Pertusio. Tra i partiti che avevano ottenuto dei seggi in consiglio comunale, la DC aveva ottenuto voti (33,3% e 27 seggi), il PCI voti (26,2%, 22 seggi), il PSI voti (21,1%, 17 seggi), il PSDI voti (7,7%, 6 seggi), il MSI voti (4,8%, 4 seggi), il PLI voti (3,9%, 3 seggi) e il PRI voti (1,3%, con 1 solo seggio).Il voto a Genova, pubblicazione dell'Ufficio Statistica del Comune di Genova, p. 75
Il 25 maggio 1960 la giunta guidata da Pertusio si dimise, a causa dell'impossibilità di raggiungere una maggioranza per l'approvazione dei bilanci, per via del voto contrario del MSI. A Pertusio subentrò il 1º giugno il commissario straordinario Nicio Giuliani, che rimase in carica fino all'8 febbraio 1961.
Nelle elezioni politiche del 1963 il PCI divenne partito di maggioranza in città, con un forte aumento dei voti (passato in città dal 24,7% del 1958 al 30,8% del 1963, su scala nazionale dal 22,7% al 25,3%), e un vero e proprio crollo dei voti cittadini per la DC (passata in città dal 33,7% al 25,8%, su scala nazionale dal 42,4,7% al 38,3%). La posizione di primo partito cittadino per il PCI fu confermata nelle successive elezioni comunali del 1964 (dove il PCI ottenne il 31,7% dei voti e 26 seggi, contro il 27,4% e 22 seggi della DCIl voto a Genova, pubblicazione dell'Ufficio Statistica del Comune di Genova, p. 77, ma da cui seguì la formazione di una giunta con sindaco nuovamente il democristiano Pertusio), e in generale in tutte le consultazioni successive.
La reazione della sinistra, dei movimenti e delle associazioni genovesi
Il 2 giugno 1960 il senatore comunista Umberto Terracini (che era stato presidente dell'Assemblea costituente), durante un discorso tenuto a Pannesi, nel comune di Lumarzo (in Val Fontanabuona, in provincia di Genova), nella ricorrenza della Festa della Repubblica, invitò le forze che si rifacevano ai valori della Resistenza a organizzare una riunione contro il congresso del MSI, ritenuto una provocazione contro Genova.
Il 5 giugno l'Unità, nella sua edizione genovese, pubblicò una lettera-appello scritta da un operaio, in cui si chiedeva che la città prendesse posizione contro l'annunciato congresso del MSI.
Il 6 giugno, su iniziativa della federazione del PSI, i rappresentanti locali dei partiti comunista, radicale, socialdemocratico, socialista e repubblicano, dopo essersi riuniti per decidere una posizione comune sul congresso, stamparono un manifesto in cui, denunciando il congresso missino come "una grave provocazione", lo additavano al "disprezzo del popolo genovese nei confronti degli eredi del fascismo"Indro Montanelli, L'Italia dei due Giovanni, Rizzoli editore, Milano, 1989, p. 130..
Il 13 giugno aggiunse la propria richiesta di non fare svolgere il congresso anche la Camera del lavoro. Due giorni dopo, il 15 giugno, una manifestazione indetta con lo scopo di protestare contro il suo svolgimento vide la partecipazione stimata di persone e si registrarono i primi scontri (poi sedati dai carabinieri), nella zona di via San Lorenzo (strada adiacente all'omonima cattedrale), tra un gruppo di manifestanti e alcuni neofascisti.
Il 24 giugno un comizio di protesta contro il congresso, indetto dalla Camera del lavoro, che si doveva svolgere nella zona del porto, fu vietato dalla Questura, con la motivazione che l'autorizzazione non era stata chiesta coi tre giorni di anticipo previsti dalla legge.
Il 25 giugno, durante un nuovo corteo di protesta organizzato dalle federazioni giovanili del PCI, del PSI, del PSDI, del PRI e dei radicali, a cui aderirono anche i lavoratori portuali, vi furono nuovi scontri, questa volta in via XX Settembre, tra manifestanti e polizia. Nel corso di quel corteo si decise d'indire per il 2 luglio un comizio, nel quale sarebbe intervenuto Ferruccio Parri.
Il 27 giugno 1960 al presidente del consiglio Tambroni fu consegnato, da parte dei dirigenti del MSI, un rapporto, in cui si diceva che il deputato missino ligure Giuseppe Gonella aveva raccolto informazioni che portavano a ritenere il prossimo congresso a rischio di disordini. Secondo questa nota, in parte a causa delle condizioni precarie di povertà e disoccupazione in cui vivevano i lavoratori del porto, in cerca di uno sfogo per il malcontento accumulato, in parte per la configurazione stessa del centro storico, che poteva favorire eventuali scontri, la situazione sarebbe potuta degenerare.Guido Crainz, Storia del miracolo italiano: culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta, Donzelli editore, 2005, ISBN 978-88-7989-945-1, pag. 173 e seguenti. Nella nota il MSI informava Tambroni che era stato ipotizzato dal segretario Michelini di chiedere al governo la proibizione del congresso per motivi d'ordine pubblico, in modo da evitare il pericolo, senza però che si sapesse che la decisione era stata richiesta dagli stessi missini; ma la proposta era stata fermamente respinta dagli altri dirigenti del partito. In conclusione, il MSI rendeva noto d'aver deciso di celebrare il congresso, ma anche di far giungere a Genova "almeno un centinaio di attivisti romani, scelti tra i più pronti a menar le mani": decisione quest'ultima che venne resa pubblica tramite la stampa, e sottoposta a critiche nei giorni successivi agli scontri.