Durante la sua carriera – discussa e controversa per la sfrontatezza con cui stava tra i pali, per i difficili rapporti con allenatori e dirigenti e per fatti legati alla presunta o effettiva vendita di partite – vestì le maglie di dieci squadre di clubNove sono le squadre di club in cui Moro ha militato, giocando in competizioni ufficiali. Le squadre totali, considerando anche le categorie inferiori, sono tredici. e fece parte della nazionale italiana al .
Considerato uno dei portieri più estrosi e spettacolari della storia del calcio italiano, molto apprezzato per la classe e l'appariscenza dei suoi interventi, era dotato di indubbie capacità fisiche e psicologiche che culminavano nei calci di rigore, la sua specialità: in Serie A riuscì a neutralizzarne 46 su 63..Gli unici portieri ad averne parati di più nel massimo campionato italiano sono Gianluca Pagliuca, Samir Handanovič (24 ciascuno), Andrea Consigli (19) e Luca Marchegiani (17), cfr. È anche ricordato per il suo rendimento altalenante e per le sue inspiegabili papere.
Biografia
Infanzia e adolescenza Giuseppe Moro, figlio di Mosè e Luigia Callegher, nacque il 16 gennaio 1921 a Carbonera, nella periferia di Treviso... Primo di nove figli, di cui una sola femmina, da bambino odiava tutto ciò che riguardava la scuola, tranne un quaderno sulla cui copertina c'era un disegno di František Plánička in tuffo. Tifoso juventino sin da piccolo, con le prime monetine messe da parte comprò un pallone per la somma di dieci lire; andò solo e compiaciuto, visto che nessuno dei compagni volle seguirlo, a calciarlo nel campo del paese..
Frequentò i quattro anni di elementari a Carbonera; poi fu iscritto all'Istituto San Francesco, dove venne bocciato, perché la sua attenzione non era rivolta a quanto avveniva in aula, bensì alle partite di calcio che si svolgevano nel cortile della scuola;All'Istituto San Francesco venivano organizzate delle partite, i cui partecipanti indossavano le divise di Juventus e Ambrosiana. Fu da allora che nacque la sua simpatia per i colori bianconeri. inoltre, anziché fare i compiti per casa, si dedicava alla lettura della Gazzetta dello Sport, di cui era appassionato; fu quindi mandato al Collegio Turazza, dove chiuse il secondo ciclo di studi.. Terminati gli studi, si iscrisse in una scuola per corrispondenza e prese lezioni di armonio – attività che trascurò per impegnarsi esclusivamente nel calcio – per volontà del nonno,. un importante commerciante del posto.
Il padre, come molti dei suoi compaesani, possedeva dei frutteti. Moro, non appagato dagli spazi dei suoi campi, si divertiva girando per gli altri frutteti, rubando frutta, inseguito dai contadini furibondi. Si era procurato una pertica con cui praticava una specie di salto con l'asta sui vigneti: gli stessi contadini, che venivano depredati, lo chiamavano cavalletta per i danni che faceva e per i suoi balzi spericolati.. Un giorno Giuseppe Moro combinò un guaio e suo padre, furioso, lo inseguì, finché il figlio si trovò bloccato in una stanza, senza possibilità di scappare; erano al secondo piano e c'era la finestra aperta: Bepi si gettò nel vuoto, senza riportare alcun graffio, mentre suo padre, emulandolo, si ruppe il femore e rimase immobile per diverse settimane..
La seconda guerra mondiale Quando scoppiò la seconda guerra mondiale Moro fu chiamato alle armi e nel 1942 venne destinato all'Autocentro di Alessandria, svolgendo la mansione di autista aggregato in un reggimento di artiglieria.. A pochi mesi dall'inizio del conflitto mondiale lasciò la caserma di Cristo,Cristo è un quartiere di Alessandria. dove si trovava, e venne spostato in Sicilia, rimanendovi fino allo sbarco degli alleati. A Licata faceva l'autista di un camion dell'officina mobile pesante di assistenza ai carri armati. Gli attacchi aerei dei caccia erano frequenti, anche quando si trovava al volante; così Moro inchiodava il camion, gettandosi dalla cabina e facendo voli improvvisi di diversi metri per mettersi al riparo. A distanza di tanti anni lui stesso reputò questa miscela di terrore, riflessi e atletica un allenamento fondamentale per la sua carriera..
Il 9 settembre 1943, giorno seguente all'armistizio, scappò da Alessandria, dove era rientrato, travestendosi in borghese e indossando un cappellino per coprire i capelli rasati. Saltò su un treno, ma fu riconosciuto da alcuni tedeschi a Mortara, durante una sosta; mentre i tedeschi, distratti, raggruppavano altri italiani, lui si allontanò e balzò sul treno non appena questo ripartì, senza che i tedeschi se ne accorgessero. Grazie all'aiuto di un ferroviere arrivò prima a Milano, da dove successivamente raggiunse una famiglia di conoscenti a Lissone, trovando nascondiglio per un mese e mezzo. Quando si decise ad abbandonare il rifugio si vestì come gli operai addetti allo scarico dei pacchi di giornali alle stazioni e con il treno giunse a Treviso..
La famiglia e le altre attività
Nel 1944 Giuseppe Moro si fidanzò con Maria Tolot,. una ragazza di Vittorio Veneto che l'anno successivo divenne sua moglie. e dalla quale ebbe tre figli maschi e una femmina. La primogenita Mirella, nacque nel 1945; i figli Alberto e Maurizio, nati rispettivamente nel 1947 e nel 1952, sono stati calciatori a livello dilettantistico. L'ultimo figlio Flavio, nacque nel 1967.. Suo cugino Ruggero Moro è stato ciclista professionista tra la fine degli anni trenta e l'inizio degli anni quaranta.
Trasferitosi a Roma nel 1953, si rovinò la vita, cadendo nelle tentazioni che la città gli offrì. Si comprò una fuoriserie, cominciò a frequentare i night e a giocare a poker, sperperando molti soldi.. A Porta Pia comprò per lire un bar, la cui gestione fu fallimentare: trovatosi costretto a lasciarlo in conduzione a un amministratore, perché rientrato in Veneto, la vigilia di Natale 1956 scoprì che l'immobile era stato affittato e poco dopo il locale chiuse per una truffa, portando a Moro un buco complessivo di oltre quindici milioni..
Il suo uso poco accorto del denaro lo portò a ritrovarsi, poco dopo il termine della carriera professionistica, con soli cinque o sei milioni di lire e una casa a Treviso, che fu costretto a vendere, dovendo mantenere moglie e figli senza un lavoro. Nello stesso periodo trovò una squadra di terza divisione fuori Treviso dalla quale percepiva lire mensili, ricoprendo i ruoli di giocatore (attaccante) e allenatore.. Nel 1958 Arturo Silvestri, allenatore del Treviso, gli propose di fare il suo secondo per lire mensili, incarico che accettò. Nella stessa stagione 1958-1959 fece anche l'osservatore per il compaesano Gipo Viani, direttore tecnico del , su concessione del presidente del Treviso Tesser;. esperienza che non durò a lungo per alcune incomprensioni sugli acquisti.All'origine della rottura del rapporto con Gipo Viani ci fu, secondo i fatti narrati da Moro, il mancato acquisto del giovane e promettente Giorgio Mognon, attaccante che conosceva bene da diversi anni, cfr. .
Nuovamente senza lavoro, si rassegnò a vendere caramelle nei paesini della provincia; in quel periodo giocò anche per il Matteotti, squadra dilettantistica di Ponte di Piave, dove parò l'ultimo rigore della sua vita.. Nel 1960, tramite amicizie, andò a Porto Sant'Elpidio, nelle Marche, per allenare il San Crispino in quarta serie, scendendo in campo in tredici occasioni, percependo lire mensili. La stagione successiva gli fu raddoppiato lo stipendio. Al termine della seconda annata non fu riconfermato. Quindi nell'estate 1962 decise di dare l'esame per allenatore al Centro tecnico di Coverciano.
Dopo la prova di educazione fisica, passò a quella tecnica, dove trovò Alfredo Foni, suo allenatore alla , mentre all'esame di medicina non si fece trovare preparato e fu rimandato. Moro, depresso, in grandi difficoltà economiche, pensò al suicidio: scrisse una lettera ad Aldo Bardelli, confidandogli di volersi sparare; quest'ultimo gli rispose subito, scongiurandolo di non fare pazzie, promettendogli che avrebbe parlato con il presidente della federazione. Nel frattempo il San Crispino, dopo quindici giorni di sommosse dei tifosi e firme raccolte, decise di reingaggiare Moro per altri due anni; non godendo di ottimi rapporti con giocatori e dirigenti, Moro accettò controvoglia, solo per estrema necessità di denaro.. Nell'agosto 1964, in preda alla disperazione, si rivolse alla Federazione a Roma e alla stessa AS Roma, in cerca di lavoro, senza fortuna.
Il segretario federale Bertoldi, comprendendo le sue difficoltà, gli donò subito lire, con cui pagò l'albergoMoro raccontò di aver soggiornato quei giorni a Roma con sole duecento lire in tasca, non potendo partire dalla capitale, perché gli mancavano i soldi per saldare il conto dell'albergo. e spedì un contributo per la famiglia. Nei giorni successivi la moglie, tramite missiva, lo informò che in Tunisia erano disposti a offrirgli un posto da allenatore; Monaldi, allenatore italiano a Kef, aveva fatto il suo nome. Ricevuta la conferma dalla Tunisia, Moro fece ritorno a casa, grazie ad altre lire avute da Bertoldi. Il 28 settembre 1964 si ripresentò da Bertoldi che gli consegnò lire e il biglietto per il viaggio aereo.. Allenò per un anno la squadra locale di Ebba Ksour, piccolo villaggio di abitanti, per 150 dinari al mese, pari a circa lire di allora, dovendo soffrire la solitudine.
Al secondo anno in Africa passò all'Olympique Béja, dove incontrò molti italiani e si trovò meglio. Teneva gli allenamenti della prima squadra e anche delle quattro giovanili, fino ai più piccoli, per un totale di 120 giocatori al suo seguito; inoltre si occupava anche delle pratiche societarie: per il suo grande impegno e sacrificio venne apprezzato e seguito da tutti.. Nel 1965 fece ritorno in Italia, nelle Marche, riprendendo la professione di rappresentante di dolciumi, mentre in seguito lavorò, insieme alla moglie, anche in uno stabilimento per la produzione di scarpe. Morì il 28 gennaio 1974, a 53 anni, nella sua casa di Porto Sant'Elpidio, a causa di una malattia incurabile di cui soffriva da oltre un anno.
Una vita disperata Nell'autunno 1965, di ritorno dalla Tunisia, Moro si presentò alla redazione del Corriere dello Sport per incontrare il direttore Antonio Ghirelli, che lo affidò a Mario Pennacchia, il quale accolse il suo sfogo. Per giorni narrò la sua vita e la sua carriera, nel bene e nel male, svelando parecchi particolari scomodi,. molti dei quali riguardanti la facilità con cui le partite venivano truccate negli anni cinquanta. Da questi incontri lo stesso Pennacchia pubblicò conseguentemente un racconto autobiografico in dieci puntate, fra il 16 novembre e il 1º dicembre, dal titolo Una vita disperata, uscito in terza pagina sullo stesso quotidiano, che riscontrò l'apprezzamento da parte dei lettori, i quali dimostrarono solidarietà nei confronti dell'ex portiere;. tutte le puntate furono riprese fedelmente e racchiuse nella biografia La vita disperata del portiere Moro, uscita nel 2011.
Caratteristiche tecniche
Ritenuto uno dei portieri più estrosi e spettacolari della storia del calcio italiano, Moro disponeva di un repertorio inconfondibilmente personale, non ispirandosi a nessun altro collega italiano del passato. Il suo particolare stile coniugava acrobazie e teatralità: nei suoi interventi non si limitava all'efficacia del gesto tecnico, ma cercava gli applausi delle platee, anche sulle palle più insidiose. Quando i tiri non erano troppo impegnativi, invece, compiva salti vistosi, facendo apparire le sue parate più difficili di quanto non fossero realmente.