Il termine laogai (, abbreviazione di , in cinese "riforma attraverso il lavoro") si riferisce, propriamente, a una particolare forma di lavoro forzato della Repubblica Popolare Cinese. Il termine è anche usato in modo generalizzato per indicare le diverse forme di lavoro forzato previste dal sistema giuridico e carcerario cinese, che include anche il laojiao () e il jiuye (letteralmente "personale addetto al lavoro forzato", ma viene da alcuni considerato una forma indiretta di reclusione). Lo stesso termine laogai, in senso invece restrittivo, viene talvolta usato per indicare un campo di concentramento. Secondo un'indagine del 2008 della Laogai Research Foundation, nella Repubblica Popolare Cinese sono presenti 1422 laogai.
Le condizioni di vita dei forzati e il loro impiego come forza lavoro sono spesso indicati come lesivi dei diritti umani. A questo proposito occorre tener presente che la Convenzione 105 dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) del 25 giugno 1957 che chiede l'abolizione della condanna ai lavori forzati non è mai stata ratificata dalla Cina fino al 2013, quando la Corte Suprema cinese abolisce i Laogai insieme con la politica del figlio unico.
Diverse fonti sostengono che nei campi di lavoro vengano comunemente applicati la tortura, la rieducazione politica e che vi sia un alto grado di mortalità dei prigionieri riconducibile a maltrattamenti di vario tipo* intervista del 5 maggio 2005 su PeaceReporter di Paolo Pobbiati, presidente di Amnesty International Amnesty denuncia: con le Olimpiadi aumentano le violazioni ai diritti umani su AsiaNews.com memorandum di invito ad abolire i Laogai di Amnesty International. Documenti di condanna del sistema dei laogai sono stati prodotti da diversi governi e parlamenti (vedi paragrafo Denunce politiche internazionali).
Denunce molto gravi sono riportate anche nelle opere di Harry Wu (un dissidente cinese che ha passato molti anni in queste carceri, per poi fuggire negli Stati Uniti) e da altri dissidenti ed ex prigionieri. Tali denunce riguardano anche crimini come il traffico di organi dei reclusi.
Note terminologiche Il termine laogai si è diffuso in Occidente soprattutto in seguito alla pubblicazione dei libri di Wu. Tuttavia, riferimenti a questa parola si trovano già in Communist China: The early years 1949-1955 di Frederick A. Praeger (1964), Red Guard: The Political Biography of Dai Hsiao-ai (Gordon A. Bennett e Ronald N. Montaperto, 1972) e in La porta proibita di Tiziano Terzani (1984), che lo usa come sinonimo di "campo". Espressioni come "campo di concentramento"Peng Yinhan (Dalu jizhongying - The mainland concentration camp), Pu Naifu (The scourge of the sea - A true account of my experiences in the Hsia-sa village concentration camp), Commissione Internazionale contro il regime concentrazionario (Libro bianco sul lavoro forzato nella Repubblica Popolare Cinese, 1958) o "gulag cinese"Hongda Harry Wu (Laogai: the chinese Gulag e Bitter winds: a memoir of my years in China's Gulag), Kate Saunders (Eighteen layers of hell: stories from the chinese Gulag), Wang Xiaoling (L'allodola e il drago - Sopravvissuta nei gulag della Cina) sono usate da diversi autori, soprattutto ex prigionieri.
Definizioni ufficiali Documenti ufficiali del Partito Comunista Cinese datati 26 agosto 1954 menzionano il laodong gaizao come "un processo di riforma dei criminali attraverso il lavoro, essenzialmente un metodo efficace per eliminare i criminali e i controrivoluzionari". Il termine laojiao (laodong jiaoyang - rieducazione attraverso il lavoro) si trova in documenti del 3 agosto 1957. Nel 1988, il Ministero di Giustizia descrisse gli scopi del sistema dei laogai in questo modo: "lo scopo principale dei laogai è quello di punire e riformare i criminali. Per definire concretamente le loro funzioni, essi servono in tre campi: punire i criminali e tenerli sotto sorveglianza; riformare i criminali; utilizzare i criminali nel lavoro e nella produzione, creando in tal modo ricchezza per la società". Secondo il tifa, che elenca i termini utilizzabili e pubblicabili in Cina, è illegale chiamare i laogai cinesi "campi di concentramento" o anche semplicemente "campi"; questi termini possono riferirsi ai campi nazisti, sovietici, o della Cina nazionalista.
Tipi di condanna La condanna al laogai (in senso stretto) richiede un processo ufficiale e viene applicata a soggetti riconosciuti dalla legge come criminali; i detenuti sono privati dei diritti civili e non ricevono salario.
La condanna al laojiao ("rieducazione attraverso il lavoro") è riservata a coloro che hanno compiuto reati minori, per cui non sono legalmente classificati come criminali. I condannati conservano i diritti civili e percepiscono un modesto salario. Il sistema del laojiao viene spesso attaccato come lesivo dei diritti umani e civili. A questo tipo di condanna è infatti associato un iter giudiziario semplificato (e quindi potenzialmente più arbitrario), che permette alle amministrazioni e alla polizia locali di recludere persone senza processo. I detenuti "laogai" e "laojiao" non raramente vivono negli stessi complessi e lavorano insieme, e si distinguono soprattutto perché i primi indossano un'uniforme e hanno i capelli rasati.
Il sistema dei jiuye ("personale addetto al lavoro forzato") riguarda invece l'assegnamento di un lavoro all'interno di una struttura carceraria. Anche il jiuye viene considerato con sospetto da molte fonti occidentali. Sebbene esso non implichi formalmente l'incarcerazione dell'individuo (che rimane teoricamente libero e percepisce uno stipendio regolare), la condizione del personale jiuye (che spesso è costituito da persone obbligate a prestare servizio nei campi) viene spesso descritta come "semi-carceraria". I lavoratori possono vivere insieme con le loro famiglie all'interno o nei pressi dei complessi carcerari, e spesso sono ex-detenuti provenienti dal laogai. Esisterebbe il detto: "laogai e laojiao hanno una fine; jiuye è per sempre".
Storia L'antica Cina fece uso del lavoro forzato per oltre 2.500 anni, sfruttando anche in tempo di pace sia civili sia criminali. Lavoratori forzati furono impiegati nella costruzione della Grande Muraglia e del Grande Canale. Già molto prima della rivoluzione, il lavoro forzato veniva inteso come "rieducativo" in un'accezione forte, ovvero volto a instillare nel lavoratore l'etica confuciana. Durante il periodo nazionalista il lavoro forzato perse molta importanza, con l'eccezione della leva militare durante la guerra col Giappone. Mao Zedong tornò ad applicarlo in modo sistematico, nel contesto della sua visione sociale e politica, come strumento adatto da una parte alla rieducazione dei controrivoluzionari, dall'altra a garantire che anche i detenuti contribuissero come i cittadini liberi alla produzione. Il legame fra l'antico "dispotismo orientale" e la visione di Mao è ben rappresentato dal fatto che lo stesso Mao dichiarò esplicitamente di ispirarsi ai princìpi del Signore di Shang, della dinastia Qin, secondo il quale "la popolazione deve essere obbligata a lavorare"Jonathan Spence, Mao Zedong, pag 21-23, 71. I detenuti furono spesso mandati in campi nelle regioni di confine, che avevano anche funzioni militari difensive.
Nel periodo maoista, e prima delle riforme di Deng (1978-1992), i laogai furono largamente usati per reprimere le opposizioni al regime. Gli stessi processi erano spesso solo una formalità, avendo la difesa solo il compito di invocare la clemenza della corte. Il sistema giudiziario non era infatti basato sul concetto di diritto, e insistere troppo nella dichiarazione di innocenza portava a un inasprimento della pena: "clemenza con chi confessa, severità con chi resiste". In origine, il laojiao si è anche distinto dal laogai per l'incertezza della durata della pena, al punto che alcuni detenuti arrivavano a commettere crimini più gravi per passare al laogai (con pene di durata fissata). La situazione è cambiata nel 1982, quando la durata massima della condanna al laojiao è stata stabilita in tre anni.
Il numero dei prigionieri e l'uso dei campi è stato intensificato durante alcune fasi politiche o produttive quali la Campagna dei cento fiori, il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione Culturale.
Nei primi anni, i detenuti "controrivoluzionari" costituivano il 90% dei reclusi; negli anni ottanta, circa la metà dei detenuti negava di aver commesso alcun crimine; negli anni novanta, la percentuale di detenuti politici si è ridotta fino al 10%. Nel periodo maoista (1949-1976) i condannati al laojiao erano reclusi solitamente per 20 anni, mentre nel periodo denghista (1978-1992) la durata non superava i 10.Philip Williams & Yenna Wu (The Great Wall of Confinement: The Chinese Prison Camp) pp. 2, 25, 53.
Condizioni di vita Quello che conosciamo delle condizioni di vita nei laogai proviene quasi esclusivamente da detenuti fuggiti o scarcerati e rifugiatisi all'estero. Fra le testimonianze che descrivono i laogai in modo più critico, paragonandoli ai gulag e ai lager, ci sono The thirty-sixth way (1969), Prisoner of Mao (1973), Red in tooth and claw (1994) e Zuppa d'erba (1996). Alcuni temi ricorrenti in queste opere sono:
descrizioni di lavoro forzato a ritmi disumani (fino a 18 ore al giorno, con l'obbligo di rispettare determinate quote produttive); uso della denutrizione e della tortura come sistemi punitivi e coercitivi; appello alla delazione fra prigionieri; sedute periodiche di "critica" e "autocritica", in cui i detenuti si accusano a vicenda, o si auto-accusano, di comportamenti criminali, a scopo rieducativo.
L'insieme di questi elementi configura anche un contesto generale di violenza fisica e psicologica coordinate che corrispondono al concetto di lavaggio del cervello.
Philip Williams e Yenna Wu (The Great Wall of Confinement, 2004) hanno paragonato le testimonianze dei prigionieri cinesi con quelle raccolte in Arcipelago Gulag di Solženicyn e con Un mondo a parte di Gustaw Herling. Gli autori riconoscono numerose somiglianze sotto diversi aspetti: condizioni delle baracche e di lavoro, maltrattamenti, delazione, denutrizione, scarsa igiene e malattie.
Uso della tortura Secondo il rapporto annuale 2006 di Amnesty InternationalRapporto annuale 2007 - Cina di Amnesty International in Cina sono impiegati torture e maltrattamenti quali "calci, percosse, scosse elettriche, sospensione per gli arti superiori, incatenamento in posizioni dolorose e privazione del cibo e del sonno." Questa informazione non viene riferita in modo specifico ai laogai, ma genericamente a "molte istituzioni statali". L'uso della tortura nei laogai è testimoniato dai praticanti del Falun Gong, che riportano numerosi altri metodi (vedi sotto Laogai e Falun Gong). Pratiche dello stesso tipo sono documentate negli anni novanta da Harry Wu e nel 1958 dal Libro bianco sul lavoro forzato nella Repubblica Popolare Cinese della Commissione Internazionale contro il regime concentrazionario. Philip Williams e Yenna Wu spiegano che i metodi di tortura recenti differiscono poco da quelli tradizionali, applicati durante la dinastia Qing. Il libro Huo diyu di Li Baojia del 1906 descrive e mostra graficamente tali metodi.
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