Nominato commissario liquidatore della Banca Privata Italiana e delle attività finanziarie del banchiere Michele Sindona, fu assassinato l'11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dallo stesso Sindona.

Biografia Origini e formazione Nato da una famiglia borghese di forte impronta cattolica e conservatrice, figlio dell'avvocato Riccardo Ambrosoli (impiegato all'ufficio legale della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde) e di Piera Agostoni, dopo aver ricevuto "un'educazione fondata su una robusta fede cattolica", frequentando il Liceo - Ginnasio Alessandro Manzoni di Milano, Ambrosoli si legò a un gruppo di studenti monarchici e finì per militare nell'Unione Monarchica Italiana. Seguendo le orme del padre, nel 1952, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Milano e, dopo il conseguimento della laurea nel 1958, con una tesi in diritto costituzionale sul Consiglio Superiore della Magistratura, e l'esame da procuratore, iniziò l'attività professionale nello studio dell'avvocato Cetti Serbelloni..

Nel 1962 sposò, nella chiesa di San Babila, Anna Lorenza Gorla, per tutti Annalori. Dal matrimonio nasceranno tre figli: Francesca (nel 1968), Filippo (1969-2009) e Umberto (nel 1971). Dopo alcuni anni di attività, nel 1964 iniziò a specializzarsi nel settore fallimentare delle liquidazioni coatte amministrative e venne chiamato a collaborare con i commissari liquidatori della Società Finanziaria Italiana..

Il crack della Banca Privata

Nel settembre 1974 fu nominato dall'allora governatore della Banca d'Italia Guido Carli commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, guidata sull'orlo del crack finanziario dal banchiere siciliano Michele Sindona, al fine di esaminarne la situazione economica prodotta dall'intricato intreccio tra politica, alta finanza, massoneria e criminalità organizzata siciliana..

I sospetti sulle attività del banchiere siciliano nascono già nel 1971, quando la Banca d'Italia inizia a investigare sulle attività di Sindona nel tentativo di evitare il fallimento degli istituti di credito da lui gestiti: la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria. L'allora governatore Guido Carli, chiaramente motivato dalla volontà di non provocare il panico nei correntisti, decide quindi di accordare un prestito concesso a Sindona dal Banco di Roma, anche in virtù della benevolenza del suo terzo amministratore delegato Mario Barone, cooptato dalla Democrazia Cristiana modificando appositamente lo statuto della banca stessa, che prevedeva solo due amministratori delegati: nel caso specifico, Ventriglia e Guidi.

Tale prestito fu accordato con tutte le modalità e transazioni necessarie e fu incaricato il direttore centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, di occuparsi della vicenda. Le banche di Sindona vennero fuse e prese vita la Banca Privata Italiana di cui Fignon divenne vicepresidente ed amministratore delegato. Contro tutte le aspettative, Fignon andò a Milano a rivestire la carica e comprese immediatamente la gravità della situazione. Stese numerose relazioni, ricostruì le operazioni gravose e il sistema societario messi in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori e ne ordinò l'immediata sospensione. In effetti Sindona, falsificando le scritture contabili e usando la Fasco AG come uno schermo per le sue avventure finanziarie, aveva usato indebitamente la liquidità depositata presso le due Banche milanesi (Banca unione e Banca privata finanziaria) che all'epoca in cui venne nominato Ambrosoli erano state da poco fuse - anche se solo sul piano formale - nella Banca privata italiana, come mostra la Prima relazione del commissario liquidatore redatta da Ambrosoli nel 1975. Archivio Banca privata italiana, presso Archivio Camera di commercio di Milano, 1335. Pubblicata su "Storicamente", 10 (2014), no. 3. DOI:10.12977/stor509

Nel settembre del 1974, Fignon consegnò a Giorgio Ambrosoli la relazione sullo stato della Banca. Fignon continuò nel suo operato, tanto da essere citato anche nelle agende dell'avvocato Ambrosoli, che nulla poteva immaginare di ciò che sarebbe seguito.

Le minacce e le pressioni In questo ruolo, Ambrosoli assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, principiando dalla controllante società "Fasco", l'interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Nel corso dell'analisi svolta dall'avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili, oltre alle rivelazioni dei tradimenti e delle connivenze di ufficiali pubblici con il mondo opaco della finanza di Sindona.

Contemporaneamente a questa opera di controllo Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d'Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell'istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile.

Ambrosoli non cedette, sapendo di correre notevoli rischi. Nel 1975 indirizzò una lettera alla moglie in cui scrisse:

Nel corso dell'indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti di un'altra banca, la statunitense Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie. L'indagine, dunque, vide coinvolta non solo la magistratura italiana, ma anche l'FBI. Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite. Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere. Nella sua indagine sulla banca di Sindona, Ambrosoli poté contare solo su Ugo La Malfa come referente politico, mentre il maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre gli fece da guardia del corpo.

Nonostante le minacce di morte, infatti, ad Ambrosoli non fu accordata alcuna protezione da parte dello Stato. In Bankitalia, poté contare sul sostegno di Paolo Baffi, il governatore, e di Mario Sarcinelli, capo dell'Ufficio Vigilanza, ma solo fino al marzo del 1979, quando entrambi furono incriminati per favoreggiamento personale e interesse privato in atti d'ufficio nel corso di un'inchiesta della magistratura romana: entrambi furono però integralmente prosciolti in istruttoria soltanto nel 1981. Baffi si dimise il 16 agosto 1979, lasciando l'incarico di Governatore a Carlo Azeglio Ciampi, mentre per Sarcinelli fu eseguito il mandato di arresto in carcere. Silvio Novembre, il maresciallo della Guardia di Finanza che fu stretto collaboratore e amico di Ambrosoli, parlerà "dell'isolamento nel quale eravamo costretti a vivere".Silvio Novembre, La fatica della legalità, Micromega 1 - 1995 e pubblicata in "Ambrosoli. Nel rispetto di quei valori", op. cit. p. 94

In questo periodo Ambrosoli ricevette una serie di telefonate intimidatorie anonime nelle quali il suo interlocutore, indicato da Ambrosoli con il termine convenzionale di "picciotto", per via del suo accento siciliano, gli intima, via via sempre più in maniera esplicita, di ritrattare la sua testimonianza resa ai giudici statunitensi che indagavano sul crack della Franklin National Bank, fino a minacciarlo di morte. Solo nel 1997, nell'ambito del processo al senatore Giulio Andreotti, a Palermo, grazie alle rivelazioni del pentito Angelo Siino, l'autore delle telefonate anonime fu identificato in Giacomo Vitale, massone e uomo d'onore, nonché cognato del boss mafioso Stefano Bontate, su La Repubblica il quale poi scomparve misteriosamente inghiottito dalla "lupara bianca" nel luglio 1989. In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979.

Pochi giorni prima di essere ucciso, Ambrosoli incontrò nel suo studio il commissario Boris Giuliano (anche lui assassinato poche settimane dopo), capo della squadra mobile di Palermo che stava indagando sul riciclaggio dei dollari provenienti dal traffico di droga compiuto dalla mafia italo-americana. L'esistenza dell'incontro è testimoniata da un collaboratore di Ambrosoli, l'ex maresciallo della Guardia di Finanza Orlando Gotelli (che in un primo momento la negò) e indirettamente dall’avvocato Giuseppe Melzi, legale dei creditori delle banche di Sindona, e dall'agente americano della DEA Charles Tripodi, in quel periodo collaboratore nelle indagini di Giuliano.Francesco Ingargiola, Salvatore Barresi, Trib. Palermo, V Sez. Pen., Sentenza n.338/1996 del 5 aprile 1996 nei confronti di Contrada Bruno, pp. 642-663.

L'omicidio La sera dell'11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, Ambrosoli fu avvicinato sotto il portone della sua casa, in via Morozzo della Rocca 1, da uno sconosciuto. Questi si scusò e gli esplose contro quattro colpi di 357 Magnum. A ucciderlo fu il malavitoso italo-americano William Joseph Aricò, detto «Bill lo sterminatore», già condannato per rapina, omicidio e sequestro di persona. Il killer fu pagato da Sindona con dollari in contanti ed un bonifico di altri dollari su un conto bancario svizzero; a mettere in contatto Aricò con Sindona era stato il suo complice Robert Venetucci (un trafficante di eroina legato a Cosa Nostra americana) mentre, nei pedinamenti ad Ambrosoli per preparare l'omicidio, Aricò era stato accompagnato da Giacomo Vitale, l'autore delle telefonate anonime..

Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di Paolo Baffi, all'epoca Governatore della Banca d'Italia.

Le indagini giudiziarie

Le indagini sull'omicidio Ambrosoli furono condotte dai giudici istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone (i quali, indagando su Sindona, scoprirono a Castiglion Fibocchi gli elenchi segreti degli affiliati alla loggia massonica P2) e si basarono in gran parte sulla testimonianza di un ex trafficante di droga, Henry Hill (diventato testimone dell'FBI, sulla cui vita reale si basò il famoso film di Martin Scorsese del 1990, Quei bravi ragazzi), che era stato dal 1974 al 1977 compagno di cella di Aricò nel penitenziario di Lewisburg insieme a Robert Venetucci; Hill affermò di aver venduto una pistola ad Aricò, il quale gli avrebbe confidato che l'arma gli serviva per uccidere Ambrosoli su incarico di Sindona.

Il 19 febbraio 1984, Aricò morì in circostanze poco chiare mentre attendeva l'estradizione in Italia per il processo: precipitò mentre tentava di calarsi con alcune lenzuola annodate da una finestra del Metropolitan Correctional Center di Manhattan, dove si trovava detenuto.

Il 18 marzo 1986, a Milano, Michele Sindona e l'italo-americano Robert Venetucci furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato. Restano invece ancora sconosciuti i mandanti, sebbene sia stata più volte accreditata l'ipotesi di Giulio Andreotti.