Biografia Formazione Nato in una benestante famiglia romagnola (il padre Lino era amministratore di una grande tenuta e la madre, Domenica Gentilini, una maestra), la sua formazione si svolse in luoghi diversi. Dopo aver frequentato i primi tre anni della scuola primaria a Mordano e gli ultimi due nella vicina Bagnara, dal 1905 al 1910 frequentò il ginnasio di Imola. Successivamente si iscrisse al Liceo Minghetti di Bologna, per cambiare quasi subito con il Liceo classico "Ariosto" di FerraraArchivio De Felice, «Carte Dino Grandi», Cenni biografici, pag. II (versione digitalizzata).. A 16 anni si identificava nel programma politico della Lega Democratica Nazionale. Conobbe Romolo Murri e Giuseppe Donati, capi del partito.. Ammirava Alfredo Oriani per l'indipendenza di giudizio e la profonda ispirazione patriottica.

Nel 1913 Dino Grandi conseguì a pieni voti la maturità classica. Successivamente s'iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Bologna. Ebbe come maestri Giacomo Venezian, Silvio Perozzi e Giorgio Del Vecchio. Ai primi di novembre del 1913 Grandi lesse sul «Resto del Carlino» un articolo letterario di Giovanni Borelli che lo colpì particolarmente. Decise di scrivere una lettera di risposta e la spedì al quotidiano ravennate «Corriere di Romagna» (13 novembre). Il giornale la pubblicò in prima pagina. Borelli, a sua volta, rispose sul «Carlino» in prima pagina. L'interesse suscitato dal giovane universitario gli aprì le porte del maggiore quotidiano bolognese.. In redazione conobbe Nello Quilici, di cinque anni più anziano e tra i due nacque una sincera e duratura amicizia.

Culturalmente elesse a proprio maestro Giuseppe Prezzolini, fondatore e direttore della rivista La Voce (1908-1916)Dino Grandi , La Storia siamo noi. Intanto Grandi seguiva la politica nazionale e osservava come si muovevano i suoi protagonisti e quali opinioni esprimevano. Il 20 ottobre fu incaricato dal Carlino di seguire i lavori della direzione nazionale del Partito Socialista, riunita a Bologna per giudicare Benito Mussolini. Il direttore dellAvanti! aveva manifestato sull'organo di stampa del partito le proprie convinzioni «interventiste» che ribaltavano la linea ufficiale. Mussolini fondò un proprio giornale e poco tempo dopo fu espulso dal partito. Il 17 novembre, tre giorni dopo l'uscita del Popolo d'Italia, Grandi scrisse una lettera di solidarietà a Mussolini. Gli avvenimenti incalzavano. Il 24 maggio 1915 scattò la mobilitazione nazionale. Il 4 giugno 1915 Dino Grandi compì 20 anni e nello stesso giorno vestì l'uniforme militare..

L'11 marzo 1919 Grandi lasciò il proprio reggimento degli Alpini e gli fu ordinato di recarsi al Ministero della Guerra a Roma per ricevere nuove consegne. Dopo alcuni mesi ottenne il trasferimento a Bologna (Tribunale militare), dove poté riprendere gli studi universitari. In ottobre si laureòDino Grandi, Biografia dal sito della Camera dei deputati. con una tesi in economia politica dal titolo La Società delle Nazioni e il libero scambio.. L'anno seguente, congedato dall'esercito, iniziò la carriera di avvocato, entrò in un affermato studio legale bolognese e aprì un proprio ufficio a Imola. «Deluso dagli esiti di un dopoguerra così diverso dai sogni del "radioso maggio", e ormai rassegnato alla resa dello Stato liberale, la cui classe dirigente gli appariva incapace di rinnovarsi, Grandi si sarebbe probabilmente dedicato solo all'avvocatura o al giornalismo, se non fosse stato fatto oggetto, a Imola, di un attentato da parte di elementi dell'estrema sinistra nell'ottobre 1920»Dino Grandi in Dizionario biografico degli italiani, Volume 58, 2002.. Mentre passeggiava in una via del centro in pieno giorno, due persone gli spararono cinque colpi di pistola e due giorni dopo il suo studio fu completamente devastato da militanti di sinistra. Grandi ne uscì illeso, ma dopo l'aggressione decise che non poteva più osservare la politica, bensì doveva agire. Fino a quel momento non aveva aderito ad alcuna formazione politica..

L'inizio dell'attività politica Si iscrisse nel settembre 1920 al Fascio di combattimento di Bologna, dove assunse in breve tempo un ruolo di primo piano. Gli fu affidata la direzione del settimanale «L'Assalto», l'organo del movimento, e fu eletto nel direttorio. Alle elezioni del 1921 si presentò nella lista dei Blocchi Nazionali: fu eletto alla Camera dei deputati nel collegio Bologna-Romagna (elezione annullata un anno dopo, insieme a quelle di Bottai e Farinacci, perché al momento del voto nessuno di loro aveva ancora l'età necessaria).

Intanto proseguì la sua carriera all'interno della formazione politica di Benito Mussolini. Nel 1921 fu eletto segretario regionale dei fasci di combattimento emiliani. Partecipò alla marcia su Ravenna dell'11-12 settembre 1921S. Carnoli, P. Cavassini, Nero Ravenna. La vera storia dell'attentato a Muty, Edizioni del Girasole, Ravenna 2002, pag. 14.. Al congresso nazionale del 7-10 novembre a Roma Grandi arrivò come leader dell'opposizione insieme a Pietro Marsich. Sul palco del Teatro Augusteo riconobbe la leadership di Benito Mussolini con un palese «fraterno abbraccio», concessioni barattate con la cancellazione del patto coi socialisti dall'agenda fascistaDino Grandi, un gerarca contro Mussolini , Rinascita, 21 settembre 2012.. Mussolini raggiunse così l'obiettivo di sconfiggere le opposizioni interne. Da parte sua, Grandi entrò a far parte della direzione nazionale del neonato Partito Nazionale FascistaMantenne la carica fino all'aprile del 1923..

Il 1922 fu l'anno in cui salì alla ribalta Italo Balbo. Al comando delle sue squadre d'azione, occupò varie città: dapprima la sua Ferrara, poi Rovigo e Bologna. Quindi fu la volta di Ravenna. Il 26 luglio Balbo ordinò la mobilitazione degli squadristi romagnoli e bolognesi e la città venne occupata militarmente. Seguirono conflitti, distruzioni e incendi. Da Roma, dove si trovava, Grandi fu inviato a Ravenna per mediare un accordo coi repubblicani. L'accordo fu trovato ed entro la fine di luglio Ubaldo Comandini, capo dei repubblicani di Romagna, e Grandi firmarono un patto di pacificazione (mentre Balbo non partecipò alle trattative).. La pace fu solo temporanea, perché l'uccisione di un fascista causò la ripresa degli scontri e un nuovo assalto alla città. Seguirono le occupazioni di Ancona, Trento e Bolzano. Grandi non condivise la trasformazione del partito in un esercito e presentò le dimissioni da membro della direzione. Furono respinte, ma da quel momento il deputato romagnolo decise comunque di assumere un basso profilo..

Non partecipò alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922. La nomina di Benito Mussolini a capo del governo lo convinse peraltro che il Paese fosse stato finalmente pacificato. Grandi tornò a Bologna, dove riorganizzò il suo studio di avvocato, deciso a ritornare alla sua professione.. Nelle aule giudiziarie di Romagna ritrovò Ubaldo Comandini, anch'egli avvocato e pubblicista. Nel gennaio del 1923 Benito Mussolini istituì il Gran consiglio del fascismo di cui fece parte. Grandi presenziò solo alle prime sedute, poi non venne più invitato. In quell'anno scrisse la prefazione a La conquista ideale dello Stato di Romolo Murri. In maggio fu commissario straordinario della federazione di Ferrara.

Gli incarichi di governo

Fino al 1924 Grandi limitò la sua partecipazione alla vita politica nazionale, dedicandosi principalmente alla professione. In aprile Mussolini, per intercettare i voti dei moderati e dei liberali, lo fece eleggere alla Camera e tornò nel Gran consiglio del fascismo. Poco dopo le elezioni Grandi si sposò con Antonietta Brizzi, una ricca possidente della provincia bolognese. Dall'unione nacquero Franco (1925-2004) e Simonetta.

Durante la crisi succeduta al delitto Matteotti fu il primo esponente della maggioranza ad intervenire a Montecitorio dopo l'autodifesa di Mussolini, dichiarando il 13 giugno 1924 che “gli aggressori dell’onorevole Matteotti non hanno compiuto un delitto contro il socialismo; essi lo hanno bensì compiuto – e gravissimo – contro il fascismo, contro il tronco essenziale del nostro movimento rivoluzionario”Atti parlamentari, XXVII legislatura del Regno d’Italia, resoconto stenografico dell’Assemblea della Camera dei deputati, 13 giugno 1924, pp. 325-326.. Indi si prestò a recarsi da Aldo Finzi, che stava divulgando l'esistenza della Ceka fascista, per «richiamarlo alla disciplina di gregario del partito, al quale partito avrebbe dovuto portare, se ne avesse avute, le proprie doglianze, senza rivolgersi con lettere ai giornali o ad altri, con memoriali di sorta»Archivio storico del Senato della Repubblica, ASSR, Ufficio dell'Alta corte di giustizia e degli studi legislativi, 1.2.257.1.30, Verbale della testimonianza del sottosegretario all'Interno Dino Grandi (09 gennaio 1925), p. 4.. Infine, il 23 giugno 1924 arringò a Bologna gli squadristi, in una manifestazione di solidarietà a Mussolini che sintetizzò nelle parole: “la rivoluzione è, ormai, diventata lo Stato. Le garanzie della rivoluzione non possono più rimanere attribuite al partito bensì agli organi dello Stato”Il Popolo d’Italia, 25 giugno 1924, p. 8, “Dichiarazioni dell’on. Dino Grandi dopo la grandiosa adunata di Bologna”.. In pari data, Benito Mussolini comandò alla Milizia la smobilitazione “delle Legioni che erano state mobilitate nei giorni scorsi”Il Popolo d’Italia, 25 giugno 1924, p. 8, “La smobilitazione della Milizia”..

Fu nominato il 3 luglio 1924 sottosegretario all'Interno e poi agli Esteri dal 14 maggio 1925 al 12 settembre 1929, con Mussolini ministro ad interim. Fu rieletto alla Camera nel 1929. Quindi divenne ministro degli Esteri dal 1929 al 1932, quando lasciò il suo incarico al vertice del ministero per andare nel mese di luglio a Londra, ove rimase come ambasciatore d'Italia nel Regno Unito fino al 1939.

Dal 1929, anno dei Patti Lateranensi, terminata la sua fase di apprendistato governativo da sottosegretario, si occupò di rappresentare l'Italia presso le altre nazioni. Il Ministero degli Esteri era allora un organismo ancora ottocentesco, liberale (nel senso culturale del termine), e Grandi vi entrò per applicarvi, burocraticamente, i nuovi stili e i nuovi concetti della rivoluzione fascista, in primis dando l'opportunità a chiunque fosse laureato in giurisprudenza, scienze politiche o economia e commercio di partecipare al concorso per l'accesso alla carriera diplomatica, opportunità questa fino ad allora riservata ai rampolli della nobiltà. Grandi si sarebbe presto trovato dinanzi alla necessità di stabilire buoni rapporti con le potenze straniere, in vista di una crisi economica che avrebbe avvinto l'intero globo e certo anche l'Italia, e l'opportunità di poter contare su nuove leve di giovani di talento, cresciuti lontano dagli ambienti nobiliari, gli diede modo di rinnovare la classe diplomatica italiana dalle fondamenta.

L'impostazione che Grandi diede alle relazioni internazionali fu assai differente da quella prevista da Mussolini: se il Duce, nonostante grandi capacità di mediazione, vi si affacciava con aggressività, il suo ministro s'incamminò su una strada di saggia e delicata prudenza. Mentre il capo del Governo pensava a come poter trarre eventualmente vantaggi competitivi dalla crisi, Grandi si fece convinto (e convinse forse anche altri) che la crisi avrebbe potuto creare positivi vincoli di collaborazione fra i grandi Stati europei e che il farsene promotore avrebbe accresciuto il prestigio italiano sino all'ammissione dell'Italia nel novero delle potenze, obiettivo comunque perseguito dal fascismo di tutte le correnti e sempre più facile da raggiungere man mano che la crisi riduceva i disvalori economici fra gli Stati.