Tra i più grandi sovrani longobardi, cattolico, fu "litterarum quidem ignarus" ("alquanto ignorante nelle lettere", secondo quanto dice Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum), ma intelligente, energico ed ambizioso. La sua volontà di potere derivava dalla consapevolezza di essere stato oggetto di una speciale scelta divina, come annuncia lui stesso nel prologo alle Liutprandi Leges. Fu amato e temuto dal suo popolo, che ammirava la saggezza del legislatore, l'efficacia del comandante militare e anche il coraggio personale - manifestato per esempio quando sfidò a duello, solo, due guerrieri che architettavano un attentato contro di lui.

Accentrò il governo del regno longobardo nelle sue mani, limitando fortemente l'autonomia dei duchi, arricchendo la legislazione e portando avanti con decisione l'integrazione tra la cultura germanica e quella latina in Italia. Accrebbe i possedimenti del regno, contenne il potere del papato e svolse una politica di respiro europeo. Fu, accanto a Grimoaldo, il sovrano longobardo che più si avvicinò al progetto di divenire nei fatti ciò che tutti i re di Pavia proclamavano di essere: rex totius Italiae.

Biografia

I primi anni Il luogo natale di Liutprando non è noto con certezza, ma è probabile che sia nato a Milano, come viene suggerito dal Versum de Mediolano Civitate. Figlio di Ansprando, scampò in giovanissima età alla vendetta di Ariperto II, che lo fece imprigionare facendone mutilare la madre e i fratelli; Liutprando fu invece riconsegnato al padre, esule in Baviera. Rientrò in Italia nel 712, quando il padre sconfisse Ariperto subentrandogli, e venne immediatamente associato al trono. Ansprando morì dopo appena tre mesi, lasciando Liutprando unico re..

Il regno L'organizzazione del potere Rafforzò la struttura del palazzo reale di Pavia trasformandolo nel vero centro politico del regno, ampliando la cancelleria (equivalente medievale del moderno governo) in modo da poter sostenere le esigenze di un regno sempre più basato sull'uso di documenti scritti. Nucleo dell'attività di palazzo erano il maresciallo (strator o marphais), lo scudiero regio (spatharius), il tesoriere (vesterarius) e il maggiordomo di palazzo, capo dell'amministrazione.

Accentuò il carattere sacro del Palazzo regio (sacrum palatium) e la centralità della capitale. Pavia, sede del re, della corte e dell'annuale assemblea del popolo, venne arricchita da costruzioni adatte a sottolinearne la funzione. Già i re della dinastia Bavarese avevano eretto edifici di rappresentanza; Liutprando diede ulteriore impulso all'attività, facendo di Pavia anche la capitale architettonica del regno.

Ristrutturò con leggi apposite le cariche dei funzionari regionali, definendone la gerarchia e le funzioni per ottenere una più equa amministrazione della giustizia, una più completa registrazione degli obblighi militari e una più stabile sicurezza interna. Lo sculdascio amministrava la giustizia in un villaggio; i decani e i saltarii erano responsabili di un distretto rurale e i sindaci di una città. Entrambi erano sottoposti agli iudices, ovvero duchi e gastaldi che esercitavano il dominio su una civitas (città sede vescovile) e sul suo contado. Gli iudices rispondevano direttamente al re, vertice dell'intero sistema. Il potere di Liutprando si fondò anche sul rafforzamento del demanio regio, fonte di sostentamento per la corte e per l'intera struttura amministrativa che da essa dipendeva.

La sua personalità e l'organizzazione che diede al regno segnarono un periodo aureo dell'Italia longobarda, evidente anche ai contemporanei che potevano paragonare la solidità del dominio di Liutprando ai conflitti che avevano caratterizzato gli anni precedenti. Tale istanza di stabilità venne ribadita da Liutprando anche quando accettò l'associazione al trono di suo nipote Ildebrando, nel 737. L'iniziativa fu presa dalla nobiltà longobarda in occasione di una grave malattia del re, che aveva sposato Guntruda, figlia del duca di Baviera Teodeberto (l'antico protettore di suo padre Ansprando), ma non aveva avuto figli maschi. Secondo quanto riferisce Paolo Diacono, Liutprando reagì dapprima infuriandosi, ma poi riconoscendo la necessità di quell'atto per garantire una successione pacifica.

L'attività legislativa Fin dal suo primo anno di regno intervenne sul corpus legislativo longobardo, emanando sei norme giuridiche di integrazione all'Editto di Rotari. Tra il 713 e il 735 promulgò altre centocinquantatré leggi, divenendo dopo Rotari il più attivo legislatore longobardo. Introdusse riforme legali ispirate al diritto romano e le nuove leggi erano contenute in dodici volumi. Rese efficienti i tribunali (Corti di giustizia) e modificò la tradizione longobarda del guidrigildo, ovvero del denaro dato in risarcimento per offese o omicidi, aggiungendo alla pena pecuniaria anche la confisca dei beni del reo (di cui una metà andava ai parenti della vittima, l'altra metà nelle casse reali).

I numerosi provvedimenti miravano sia a rimediare a carenze del diritto longobardo, sia a realizzare quella che considerava una sua funzione primaria: adempiere alla volontà divina. Secondo le sue parole, "le leggi che un principe cristiano e cattolico ha deciso di stabilire e valutare con saggezza non le ha concepite nell'animo, ponderate nella mente e rese proficuamente compiute con le opere per la propria previdenza, ma per volontà e ispirazione di Dio, perché il cuore del re è nelle mani di Dio" (prologo alle Liutprandi Leges raccolte nelle Leges Langobardorum).

L'attività di redazione e di promulgazione delle nuove leggi erano eventi che rafforzavano l'unità dei Longobardi, poiché avvenivano in occasione dell'assemblea del popolo che si teneva ogni anno a Pavia il primo marzo. Liutprando presentava le nuove leggi come frutto di un accordo con i duchi e i gastaldi e si mostrava all'assemblea dei suoi guerrieri come il saggio signore, guidato da Dio, di un regno saldo e coeso.

L'obiettivo generale dell'attività legislativa fu di garantire la certezza del diritto, per ridurre i rischi di conflitti interni. Operò quindi in particolare negli ambiti più frequentemente forieri di contrapposizioni: il diritto di famiglia, la compravendita e l'abigeato, la validità dei documenti, il diritto di pegno. Favorì l'attività dei giudici per ottenere sentenze rapide e si prodigò per i deboli, senza limitarsi ad affermazioni di principio: tutelò dal rischio di perdita di beni i minorenni e le donne libere, difese i debitori dagli interventi troppo brutali dei creditori, proibì la vendita di ex liberi come schiavi al di fuori dell'Italia, difese l'integrità del matrimonio tra i membri delle classi inferiori (aldii e schiavi).

Tutelò la Chiesa cattolica, nella quale ormai si riconosceva la stragrande maggioranza dei Longobardi, riconoscendo tra l'altro alle chiese l'inviolabilità, ponendo le monache sotto la sua diretta e particolare protezione, vietando alcune pratiche pagane e introducendo nel diritto matrimoniale longobardo le prescrizioni del diritto canonico.

Per rafforzare la tutela del demanio regio, emanò norme che impedivano ai gastaldi e agli altri amministratori l'alienazione di beni pubblici senza la sua esplicita autorizzazione raccolte ad esempio nella Notitia de actoribus regis.

Le campagne militari

Insediatosi dopo un periodo di guerre civili, in un primo momento perseguì una politica di pacificazione con l'Impero bizantino e con Roma, tanto da costringere il duca di Spoleto, Faroaldo II, a restituire ai bizantini il porto ravennate di Classe (712-713). Ancora nel 715 sembrò voler rimanere nel solco del trattato di pace siglato nel 680 con Bisanzio da Pertarito e Cuniperto: come atto di amicizia e di devozione verso il nuovo papa, Gregorio II, gli restituì il patrimonio delle Alpi Cozie, che era stato nuovamente confiscato dopo la morte di Ariperto II.

La debolezza dell'Impero bizantino, sconvolto dalle lotte interne seguite alla fine della dinastia di Eraclio I (711), favoriva l'allontanamento delle province italiane, provate da un'insostenibile pressione fiscale. L'inazione, da parte di Liutprando, avrebbe a quel punto potuto alienargli il sostegno popolare, sempre incline, tra i Longobardi, a non lasciar cadere lo spirito guerriero che li aveva sempre caratterizzati. La facilità del saccheggio nel colpo di mano su Classe aveva dimostrato come la situazione fosse favorevole a una ripresa dell'espansione ai danni dei domini bizantini in Italia. Nel 717 quindi, sfruttò l'attacco degli Arabi all'impero per attaccare e saccheggiare la ricca Ravenna, ormai debole esarcato bizantino Ravenna. Contemporaneamente, e con un'azione concertata, il Duca di Spoleto occupò Narni e il Duca di Benevento si impadronì di Cuma. I colpi di mano portarono all'interruzione dei contatti tra Roma e gli altri possedimenti bizantini in Italia, ma gli esiti furono di breve durata: presto Liutprando si ritirò a nord, mentre il duca bizantino di Napoli, Giovanni I, riconquistò Cuma.

In seguito (726) Liutprando sfruttò le agitazioni causate dalla politica iconoclasta dell'imperatore bizantino Leone III per intraprendere una nuova campagna. Bisanzio appesantì la pressione fiscale anche sull'Esarcato d'Italia. Per reazione, divamparono rivolte contro l'Impero bizantino in diverse città. Liutprando, approfittando del clima infuocato, attraversò il fiume Po ed invase l'Esarcato occupando Bologna e minacciando Ravenna. Tra il 727 e il 728 si sottomisero a Liutprando diverse località fortificate dellÆmilia (Frignano, Monteveglio, Busseto, Persiceto) nonché Osimo, nella Pentapoli.

Nell'Italia centro-meridionale si era intanto rafforzato il legame tra la Santa Sede e i ducati di Spoleto e di Benevento, che cercavano nel papa un appoggio alle loro ambizioni di indipendenza da Pavia. Nel 729, con un rovesciamento di alleanze, Liutprando scese a patti con l'esarca, Eutichio: un accordo rivolto, nella prospettiva del re, contro i duchi autonomisti e, in quella dell'esarca, contro il papa "ribelle". Liutprando marciò su Spoleto e ottenne la sottomissione dei duchi Trasamondo II (Spoleto) e Romualdo II (Benevento), che gli giurarono fedeltà e gli offrirono ostaggi come pegno. Poi si portò sotto le mura di Roma, per poter trattare da una posizione di forza con il papa. Incontrò Gregorio II, al quale attestò la sua devozione (i Longobardi si erano convertiti al cattolicesimo alla fine del VII secolo), e si recò in preghiera sulla Tomba di Pietro. Orchestrò poi la riappacificazione tra il papa e l'esarca, sancendo così l'apice della potenza del regno longobardo: non soltanto egli esercitava un effettivo potere su tutti i ducati longobardi, ma era anche arbitro delle poche e divise aree bizantine rimaste in Italia (l'Esarcato di Ravenna comprendente Roma).

Intorno al 732, mentre Liutprando si trovava a Benevento per riaffermare l'autorità del potere centrale sul riottoso ducato, suo nipote Ildebrando e il duca di Vicenza Peredeo riuscirono a espugnare la stessa Ravenna. La conquista, che sembrava preludere all'unificazione dell'intera Italia sotto la corona longobarda, si rivelò però per il momento effimera: dopo breve tempo la flotta di Venezia, chiamata in aiuto dal nuovo papa Gregorio III, riportò la capitale dell'Esarcato sotto l'autorità bizantina. Peredeo cadde e Ildebrando fu fatto prigioniero, ridando slancio ai bizantini; il duca bizantino di Perugia, Agatone, tentò la riconquista di Bologna, ma venne duramente sconfitto dall'esercito longobardo (benché Liutprando fosse ancora a Benevento).