Samo (Samu in calabrese e in greco-calabro) è un comune italiano di abitanti della città metropolitana di Reggio Calabria in Calabria.
Geografia fisica Samo è un piccolo comune montano posto ad est di Reggio Calabria, situato su una collina elevata del versante sud-orientale dell'Aspromonte, a nord della fiumara Laverde. Il nucleo abitativo originale, ormai diroccato, chiamato Precacore, era invece costruito in una zona più sopraelevata, essendo posto sui fianchi di una vicina montagna, molto più ripida e scoscesa, dal quale si accede attraverso uno stretto sentiero montano, recentemente restaurato ed illuminato ad uso sia delle processioni religiose, che si recano nell'antico borgo durante la festa del santo patrono, sia degli escursionisti che vogliono percorrere a piedi la montagna.
Origini del nome Il primo insediamento ebbe il nome di Samo in onore dell'omonima madrepatria greca; nel X secolo d.C., dopo che gli abitanti si rifugiarono sulle montagne per sfuggire alle scorrerie dei pirati saraceni, il nuovo paese si chiamò Palecastro, che in greco significa "vecchia fortezza". Secondo un'antica tradizione, riportata dallo storico Vincenzo Tedesco, dopo il terremoto del 1349 che distrusse Palecastro, una donna di nobile casato, che nella sciagura aveva perso il marito e i sette figli, esclamò in preda al dolore: «Mamma, o mamma, nel vedere la mia città così distrutta mi crepa il cuore». Da ciò il nome del paese mutò dapprima in Crepacuore, poi in PrecacoreVincenzo Tedesco, Memoria su i luoghi antichi e moderni del Circondario di Bianco, Napoli 1856 (ristampa anastatica con introduzione a cura di Antonio Jofrida, Edizioni Brenner, Cosenza, 1990)., rimanendo tale fino al 1911, quando, dopo la ricostruzione post-terremoto del 1908, ritornò all'antico nome di Samo, che conserva tutt'oggi.
Storia Le origini leggendarie Secondo una tradizione locale, avallata anche dallo storico greco Erodoto, Samo sarebbe stata fondata nel 492 a.C., da coloni greci provenienti dall'isola di Samos (Grecia), scappati per sfuggire alle incursioni dell'esercito del re Dario I di PersiaErodoto, Storie, 22.. Dopo un'iniziale permanenza a Zancle (l'odierna Messina), da dove vennero scacciati dal tiranno Anassilao di Reggio, i profughi samii arrivarono sulla costa ionica calabrese, dirigendosi verso l'interno, a ridosso della Fiumara La Verde, in località Rudina, nel territorio di Locri Epizefiri. Qui, con il consenso della polis magnogreca, che voleva mettere un argine all'espansionismo di Reggio nella zona, fondarono un nuovo insediamento che chiamarono Samo in onore della loro isola. Ben presto la città s'ingrandì molto, estendendo notevolmente i suoi confini e costruendo una struttura portuale che la mise in collegamento con le isole greche più vicine, ottenendo inoltre, grazie al commercio marittimo, un notevole sviluppo economico.
Una leggenda, consolidata nei secoli, ritiene che Samo sia stata la città natale del celebre filosofo e matematico Pitagora, come riportato da alcuni storici moderni, quali Gabriele BarrioGabriele Barrio, De antiquitate et situ Calabriae, cum prolegominis, addionibus et notis Thomae Aceti, Roma, 1737., Girolamo MarafiotiGirolamo Marafioti, Cronache et antichità di Calabria, Libro II, Padova, 1601, pp. 154-155. e Giovanni FioreGiovanni Fiore, Della Calabria illustrata, Tomo I, cap. IV, Napoli, Stamperia di Michele Luigi Mutio, 1691, p. 163., che avallano i riferimenti di illustri intellettuali antichi, come Protagora, Aristarco, Epicuro, Cicerone e Tommaso d'Aquino. Tuttavia non esistono prove concrete della veridicità di questa voce popolare.
Il dominio feudale Dopo la conquista romana della Calabria, anche l’antica Samo, insieme a molte città costiere magnogreche, perse gran parte della sua importanza e andò incontro ad un lento declino. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, seguì le turbolente vicende storiche della regione, sconvolta dapprima dalla guerra greco-gotica, poi dalle numerose incursioni dei pirati arabi, che a partire dal IX secolo iniziarono le loro scorrerie sulle coste calabresi. Samo venne saccheggiata e devastata nel 976, tanto che gli abitanti iniziarono ad abbandonare la costa per arroccarsi sulle alture collinari e montane, fondando un centro abitato fortificato sulla cima di un’irta altura montuosa, posta nella profondità della vallata La Verde, che da allora ne prese il nome: Palecastro, ossia vecchia fortezza. Il borgo fu in gran parte distrutto nel 1349 da un violento terremoto: oggi restano pochi ruderi indistinguibili, tanto che la vulgata popolare li indica con il fantasioso nome di "castello di Pitagora". Dopo il disastro, parte della popolazione si spostò più a valle, nei luogo chiamato "Giardini di Campolaco", fondando un nuovo paese, che venne chiamato Sant'Agata in onore della nuova santa protettrice. Al terremoto, inoltre, sarebbe da ascrivere l’origine del nome Precacore, che il centro abitato conservò fino all’inizio del XX secolo: lo storico Vincenzo Tedesco, infatti, riporta un aneddoto secondo il quale una nobildonna, che durante l’evento sismico aveva perso il marito e i sette figli, vedendo il suo paese distrutto esclamò addolorata: "Mamma, o Mamma, a veder la mia città distrutta mi crepa il core!". Alcuni datano questa circostanza nel 1530, quando il paese sarebbe stato spazzato via da un violento nubifragio, mentre, stando a Giovanni Fiore, il nome originale corretto sarebbe Pelicore, che in greco significa "vicino al paese".
I primi feudatari di Precacore furono i Ruffo, la cui ultima rappresentante fu Enrichetta Ruffo, sposatasi con il nobile spagnolo Antonio Centelles, al quale toccarono i diritti ereditari sui feudi della moglie. Tuttavia, dopo la morte di Enrichetta nel 1453, la Baronia di Bianco passò a Tommaso Caracciolo il Rosso, spogliato di tutti i suoi beni nel 1457 per aver congiurato contro il re di Napoli Ferrante d’Aragona, il quale nel 1458 concesse ad Andrea De Pol la Baronia di Bianco, inclusa Precacore. Nel 1462 il feudo tornò a Centelles, il quale era stato perdonato da re Ferrante per aver complottato contro di lui, venendo reintegrato di tutti i suoi possedimenti: tre anni dopo, però, il feudatario tornò a congiurare contro il sovrano e fu nuovamente punito con la confisca dei beni, che per breve tempo tuttavia vennero amministrati dal fratello, Alfonso Centelles. Per circa trent’anni, dal 1466 al 1496, Precacore divenne una terra demaniale (ossia senza vincoli feudali), in attesa che tutti i beni della baronia fossero venduti all’asta. Infine, nel 1496 il feudo fu acquistato dal nobile messinese Tommaso Marullo, la cui famiglia ottenne dal re il titolo di conti di Condojanni e lo mantenne fino alla fine del XVI secolo; per una breve parentesi (1554-1569) il paese fu acquistato da Uberto Squarciafico, banchiere e imprenditore genoveseRaffaele Colapietra, Genovesi in Calabria nel Cinque e Seicento, in Rivista Storica Calabrese, n.s. (1981), n. 1-4, pp. 14-89..
I Marullo riacquistarono il centro montano nel 1569, ma ben presto andarono in bancarotta, a causa della loro cattiva gestione economica: per far fronte ai numerosi debiti contratti, nel 1589 il feudo venne confiscato e messo all'asta: Precacore fu acquistata da Giacomo Tranfo, patrizio di Tropea. I Tranfo possedettero il paese fino alla metà del XVIII secolo e ottennero anche il titolo ducale, ma anch'essi si indebitarono fortemente, subendo il sequestro del feudo per ripagare i creditori: a loro succedettero i De Franco, che acquistarono Precacore nel 1743 e vi esercitarono la loro giurisdizione fino all'eversione della feudalità nel 1806.
A causa del terremoto del 1783 Precacore venne in parte distrutto e in parte reso inabitabile, a causa di una profonda fenditura che si aprì nella zona meridionale del monte Palecastro, dalla quale usciva a tratti del fumo neroAugusto Placanica, L’Iliade funesta – Storia del terremoto calabro messinese del 1783, Reggio Calabria, Casa del Libro, 1982.. Tramite la Cassa Sacra, il governo reale borbonico stanziò sei ducati per ognuna delle famiglie precacoresi, le quali, in attesa della ricostruzione del paese, dovettero temporaneamente risiedere presso la vicina Sant'Agata del BiancoDomenico Romeo, Precacore e Sant'Agata in Calabria Ultra nell'Apprezzo del 1741, AGE, Ardore 2014, p. 21.Ilario Principe, Città nuove in Calabria nel tardo Settecento, Gangemi, Roma 2001, p. 119.Davide Codespoti, Il catasto onciario di Precacore in terra di Calabria Ultra (1745), Promocultura, Gerace 2024, p. 20..
L'autonomia amministrativa Dopo l'eversione della feudalità, con la riforma amministrativa del 1807 Precacore divenne un comune autonomo, facente parte del Circondario di Bianco, a sua volta parte del Distretto di Gerace, mantenendo questa suddivisione anche dopo la restaurazione borbonica. Gli abitanti del paese rimasero per la maggior parte fedeli alla dinastia dei Borbone, come testimonia l'appoggio che essi diedero, nel 1861, al generale catalano José Borjès, un legittimista che aveva in mente di riunire le bande brigantesche operanti nel Mezzogiorno in un unico esercito e riconquistare il Regno delle Due Sicilie. Sbarcato a Brancaleone, infatti, Borjès si diresse verso Precacore, dove fu accolto dal parroco e da molti cittadini, venti dei quali si unirono alla sua banda (alcuni armati, altri senza armi), salvo poi disperdersi dopo che i legittimisti ingaggiarono battaglia contro le Guardie Nazionali di Caraffa del BiancoVittorio Visalli, I calabresi nel Risorgimento italiano. Storia documentata delle rivoluzioni calabresi dal 1799 al 1862, Cosenza, Edizioni Brenner, 1989, p. 342..
Nel 1908 il paese venne totalmente distrutto dal terremoto di Messina, che distrusse anche Reggio Calabria e gran parte dei paesi della costa ionica; gli abitanti decisero allora di ricostruire l'abitato più a valle, su una collina oltre il vallone di Santa Caterina, che con Regio Decreto n. 716 del 2 luglio 1911, emanato da re Vittorio Emanuele III, tornò a chiamarsi SamoDavide Codespoti, op. cit., p. 28..
Da San Giovanni Samio a Comune autonomo Con l’avvento del fascismo e la conseguente riforma amministrativa che aggregava i piccoli comuni, dal 1927 Samo fu aggregato a Sant'Agata del Bianco, Caraffa del Bianco e Casignana, formando il nuovo Comune di San Giovanni Samio, sotto la guida di un podestà nominato dal governo. Il comune riottenne la piena autonomia amministrativa nel 1946, alla vigilia del referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica, dove l'elettorato (620 votanti, donne incluse), votò in massa per l'istituto monarchico: 418 voti per la Monarchia e 134 a favore della RepubblicaRosario Scarfò, Correva l'anno 1946, Promocultura, Gerace 2022, p. 83.Domenico Romeo, Repubblica o Monarchia? Il referendum del 2 giugno 1946 in Calabria, in Rivista Calabrese di Storia del ‘900 – 1, 2016, p. 41..
Invece, per le elezioni dell'Assemblea Costituente, il primo partito a Samo risultò l’Unione Democratica Nazionale (formata da politici liberali di destra prefascisti) con 218 voti, al secondo posto andò la Democrazia Cristiana con 149 voti, al terzo posto il Partito socialista (90 voti) e al quarto il Partito d'AzioneRosario Scarfò, op. cit., p. 83..