Agrigento () fu un'importante polis greca situata sulla costa meridionale della Sicilia, nel territorio corrispondente all'odierna città di Agrigento. Fondata da coloni provenienti da Gela, ebbe massima espansione nel V secolo a.C. sotto il tiranno Terone e divenne presto nota in tutto il mondo antico, tanto da essere definita da Pindaro «la più bella città dei mortali».
Storia La fondazione Agrigento venne fondata 108 anni dopo la nascita di Gela, in un periodo databile intorno al 581 a.C. circa. A guidare la spedizione, secondo lo storico Tucidide, furono gli ecisti Aristonoo e Pistilo, mandati da Geloi per frenare la crescente espansione di Selinunte verso oriente:
La polis fu edificata tra i fiumi Imera e Alico, in una posizione strategica, e le fu attribuito il nome del vicino fiume Akragas che ne bagnava il territorio.
Secondo Polibio, la collocazione del nuovo centro urbano, a circa quattro chilometri dal mare e tra due corsi d'acqua, le conferiva «tutti i vantaggi di una città marittima».
La fondazione di Akragas, su una costa meno frequentata dai Greci rispetto a quella orientale della Sicilia, presuppone comunque una notevole presenza di navigatori egei nella regione e una disposizione favorevole dei Sicani autoctoni verso i nuovi arrivati.
Lo sviluppo di Gela e di Akragas – entrambe colonie di Greci con lunga esperienza marittima – si basò soprattutto sulla ricchezza agricola del territorio circostante, particolarmente fertile nella produzione cerealicola e adatto anche all'allevamento dei cavalli. Non a caso, la cavalleria costituiva la principale forza militare delle due città, come era tipico delle aristocrazie greche.
Infine, la vicinanza alle grandi rotte marittime rappresentava per queste colonie un fattore vitale: la navigazione garantiva i contatti con la madrepatria, favoriva gli scambi commerciali e permetteva di bilanciare la sproporzione numerica tra i coloni e le popolazioni indigene in mezzo alle quali essi si insediarono.
L'apogeo
Il periodo greco di Akragas si protrasse per circa 370 anni, durante i quali la città raggiunse un livello di potenza e splendore tali da essere celebrata nella dodicesima Pitica di Pindaro con questi versi:
La prima fase della storia akragantina fu segnata dalla tirannide di Falaride (570-554 a.C.), ricordato per la sua politica di espansione verso l'interno, per la costruzione delle mura difensive e per l'abbellimento urbano. Tuttavia, Falaride passò alla storia soprattutto per la sua crudeltà: è infatti legato alla leggenda del toro di bronzo, strumento di tortura da lui impiegato per le vittime sacrificali. Il condannato veniva rinchiuso all'interno del toro cavo, sotto il quale ardeva un fuoco fino a causarne la morte per ustione; le grida, amplificate dal metallo, fuoriuscivano dalla bocca dell'animale come muggiti. L'artefice di tale invenzione, Perillo, fu il primo a subirne gli effetti. Odiato dal popolo, Falaride venne infine lapidato e, poiché amava vestirsi di azzurro, dopo la sua morte fu vietato indossare vesti di quel colore.
Il massimo splendore di Akragas si ebbe sotto la tirannide di Terone (488-471 a.C.). In questo periodo la città contava circa abitanti e il suo dominio si estendeva fino alle coste settentrionali della Sicilia. Divenuta una potenza militare di rilievo, Akragas riuscì a fronteggiare e sconfiggere Cartagine, nella battaglia di Imera, con il decisivo intervento di Siracusa.
Alla morte di Terone seguì un periodo di governo democratico (471-406 a.C.), instaurato sotto l'influenza del filosofo Empedocle, che rifiutò il potere offertogli dal popolo. Durante questa fase la città visse una straordinaria prosperità economica e artistica, testimoniata dall'erezione di numerosi templi e da un'intensa attività edilizia.
Fu in questo contesto di ricchezza e fasto che Empedocle pronunciò la celebre riflessione sul carattere dei suoi concittadini:
Diodoro Siculo a tal proposito ricorda lo sfarzo, non esente da generosità, di certe iniziative di quell'Antistene detto Rodio, del V sec. a.C., assurto a esempio del ragguardevole livello di ricchezza cui erano giunti taluni Agrigentini.
La decadenza
Nel 406 a.C., l'esercito cartaginese guidato dal generale Imilcone cinse d'assedio Akragas per otto lunghi mesi, al termine dei quali la città venne conquistata e quasi completamente distrutta.
Dopo circa settant'anni, nel 339 a.C., il condottiero corinzio Timoleonte riuscì a liberare Akragas dal dominio cartaginese, ponendola sotto l'influenza di Siracusa. Egli fece ricostruire la cinta muraria distrutta e ripopolò la città con nuovi coloni provenienti da Elea, restituendole parte dell'antico splendore.
Nel 310 a.C., approfittando della spedizione di Agatocle contro Cartagine, Akragas tentò di affrancarsi dalla tutela siracusana, ma venne sconfitta nel 306 a.C. Pochi decenni dopo, nel 282 a.C., il tiranno Finzia (Phintias) approfittò dell'attacco dei Mamertini contro Gela per distrusse definitivamente la città e deportarne la popolazione a Licata, che egli fece ricostruire in stile greco, dotandola di mura, agorà e templi.
Due anni più tardi, Siracusa attaccò e sconfisse nuovamente Akragas. Nel 287 a.C. la città si alleò con Pirro, re dell'Epiro, giunto in Sicilia per combattere i Cartaginesi.
Durante la prima guerra punica, Akragas si schierò con Cartagine, attirandosi così la reazione di Roma: i Romani la assediarono e saccheggiarono due volte, nel 261 e nel 255 a.C.
Infine, dopo un terzo assedio nel 210 a.C., durante la seconda guerra punica, ad opera del console Marco Valerio Levino, Akragas passò definitivamente sotto il dominio di Roma. Da allora la città assunse il nome latinizzato di Agrigentum, derivato dalla corruzione fonetica del genitivo greco (Akragantos).
Monumenti
Scoperte recenti Nel 2025 è stata riportata alla luce l'aula magna di età ellenistica del liceo-ginnasio cittadino, un importante ritrovamento che arricchisce ulteriormente il patrimonio archeologico di Agrigento.
Architetture religiose Templi
Agrigento conserva uno straordinario complesso templare che costituisce uno dei più alti esempi dell'architettura sacra greca in Occidente. I principali edifici sacri, situati nella celebre Valle dei Templi, sono: Tempio della Concordia, tra i meglio conservati del mondo greco, databile al V secolo a.C.; Tempio dei Dioscuri (Castore e Polluce), simbolo della città, con quattro colonne rialzate nell'Ottocento; Tempio di Efesto (Hephaistéion), di cui restano modesti ruderi; Tempio di Eracle (Herakleion), il più antico dei templi akragantini; Tempio di Esculapio, situato al di fuori delle mura, presso il fiume Akragas; Tempio di Giunone (Hera Lacinia), costruito su un'altura panoramica; Tempio di Zeus Olimpio, monumentale edificio incompiuto, uno dei più grandi dell'antichità; Tempio L, di incerta datazione, situato accanto al Tempio di Zeus.
Santuari Oltre ai grandi templi dorici, il territorio agrigentino ospita diversi santuari minori di grande interesse archeologico e religioso: Santuario delle divinità ctonie, situato presso il Tempio di Zeus, dedicato alle divinità infernali Demetra e Persefone; Santuario rupestre di San Biagio, antichissimo luogo di culto scavato nella roccia, testimonianza della continuità tra la religiosità greca e quella cristiana; Santuario di Esculapio, già menzionato da Polibio, frequentato per scopi terapeutici e votivi.
Società Lingue La lingua principale parlata ad Akragas era il greco antico, nella sua variante dorica, ampiamente diffusa nelle colonie greche della Sicilia e dell'Italia meridionale. Tale dialetto, importato dai coloni provenienti da Rodi e da Creta, influenzò profondamente la cultura, le iscrizioni e la vita pubblica della città, mantenendosi come lingua ufficiale per tutto il periodo greco.
Topografia e urbanistica
La città di Akragas sorgeva sulla sommità di due colline strette e allungate, disposte approssimativamente in direzione est-ovest: il colle di Girgenti, a occidente, e la Rupe Atenea, a oriente, unite da un istmo naturale. A sud di queste alture si estende un ampio altopiano situato a un livello inferiore, compreso fra i 120 e i 170 metri sul mare, mentre le colline principali raggiungono quote comprese fra i 300 e i 350 metri.
Le pendici meridionali, scoscese e dominate dalla cosiddetta Collina dei Templi, si affacciano su una vasta valle pianeggiante – la celebre Valle dei Templi – che offriva ampio spazio per uno sviluppo urbano regolare. A nord e a ovest le alture erano delimitate da due corsi d'acqua: l'Akragas (oggi fiume San Biagio), che scorreva a nord e a est, e l'Hypsas (odierno Santa Anna), a ovest. I due fiumi si congiungevano a sud della città, proseguendo verso il mare in un unico alveo, identificabile con l'attuale fiume San Leone, presso la cui foce sorgeva l'emporion, il porto antico di Agrigento.
L'area urbana complessiva copriva circa 450 ettari, una superficie eccezionalmente ampia, concepita per includere l'intero sistema collinare – colle di Girgenti, Rupe Atenea e Collina dei Templi – all'interno di un unico complesso difensivo.
L'impianto urbano Gli scavi archeologici e le fotografie aeree hanno permesso di ricostruire l'impianto urbano, databile alla metà del VI secolo a.C., rivelando una struttura regolare di tipo ippodameo. La città era organizzata almeno su sei plateiai (grandi strade est-ovest), la più ampia delle quali, la quinta da nord, raggiungeva una larghezza di dodici metri, e su una fitta rete di strade ortogonali nord-sud, che formavano isolati di larghezza costante e lunghezza variabile.
Si distinguono due principali griglie urbanistiche:
una, situata all'estremità nord-occidentale della valle, orientata in senso nord-ovest/sud-est, compresa fra le mura e la seconda plateia; l'altra, più estesa, nella zona centro-meridionale, tra la seconda e la terza plateia.
Le strade trasversali avevano larghezze variabili tra 4 e 5,5 metri, mentre gli isolati raggiungevano 33 o etri di larghezza e talvolta oltre 300 metri di lunghezza. Le differenze di orientamento e dimensioni non sono ancora del tutto chiarite: potrebbero riflettere fasi edilizie differenti, condizioni topografiche o esigenze legate alle porte urbiche.
Il punto di raccordo tra i due sistemi, situato nei pressi della chiesa di San Nicola (attuale Museo Archeologico Regionale), è identificato con l'antico agorà e i complessi pubblici, come dimostrano i resti dellekklesiasterion.
Le mura e le difese Le mura difensive, descritte con ammirazione da Polibio (IX, 29), circondavano l'intero complesso collinare:
Il circuito murario, dotato di almeno nove porte e privo di torri salvo in corrispondenza di alcune di esse, è generalmente datato al VI secolo a.C., sebbene abbia subito numerosi restauri nel corso della lunga storia greca e romana della città. Mancano tuttavia indagini stratigrafiche sistematiche che permettano di definirne la cronologia più precisa o di individuare eventuali tratti più antichi.
Necropoli e prime fasi abitative Le necropoli note si trovano principalmente:
a nord del vallone sotto la Rupe Atenea; a est, tra la Rupe Atenea e la Collina dei Templi; ai piedi del colle di Girgenti.
Necropoli extraurbane, particolarmente ricche, si estendono invece presso il mare, in località Montelusa, e in contrada Mosè, lungo la strada per Gela.
La fase più antica di Akragas, ancora poco documentata, è attestata soprattutto da materiali tombali risalenti al primo e secondo quarto del VI secolo a.C. Le grandi opere edilizie attribuite dalle fonti a Falaride non trovano al momento riscontro certo nei dati archeologici; l'attribuzione alla sua epoca della prima cerchia di mura resta quindi ipotetica.