La virtù (dal latino virtus; ) è una disposizione d'animo volta al bene, che consiste nella capacità di una persona di eccellere in qualcosa, di compiere un certo atto in maniera ottimale, o di essere o agire in un modo ritenuto giusto secondo un punto di vista morale, religioso, o anche sociale in base alla cultura di riferimento.

Il significato di virtù ha risentito di quello di bene, un concetto che assume significati diversi a seconda delle modifiche intervenute nel corso delle varie situazioni storiche e sociali. Concezione questa non condivisa dalle dottrine che ne negano il relativismo connesso e che intendono la virtù come l'assunzione di valori, intesi come assoluti, immutabili nel tempo.Romanus Cessario, Le virtù, Editoriale Jaca Book, 1994

La parola latina virtus, che significa letteralmente "virilità", dal latino vir, "uomo" (nel senso specifico di "maschio" e contrapposto alla donna) si riferisce ad esempio alla forza fisica e a valori guerreschi maschili, come ad esempio il coraggio.

Nella lingua italiana la virtù è invece la qualità di eccellenza morale sia per l'uomo sia per la donna e il termine è riferito comunemente anche a un qualche tratto caratteriale considerato da alcuni positivo.

La virtù nella filosofia occidentale antica

Il concetto greco

Nella visione della vita secondo la filosofia antica greca, la concezione dell'aretè non era connessa all'azione per il conseguimento del bene, bensì indicava semplicemente una forza d'animo, un vigore morale e anche fisico. Essa coincide con la realizzazione dell'essenza innata della persona, sia sul piano dell'aspetto fisico, il lavoro, il comportamento e gli interessi intellettuali.

Questa concezione di virtù contiene l'eccellenza degli eroi omerici, quella degli statisti Ateniesi, o quella descritta nel Menone di Platone ovvero la capacità di ben governare. In questo senso il coraggio, la moderazione e la giustizia erano virtù morali.

Tale sarà, ad esempio, il senso nella concezione rinascimentale sulla politica in Niccolò Machiavelli che vorrà distinguere l'aretè del principe moderno, come la capacità di opporsi alla "fortuna" e di modificare le circostanze ai propri fini di potere e con lo scopo principale del mantenimento dello stato (senza tener conto del giudizio morale sui mezzi impiegati), dalla virtus cristiana del sovrano medioevale che governa per grazia di Dio a cui deve rispondere per la giustificazione della sua azione politica, diretta anche a difendere i buoni e proteggere i deboli dalla malvagità. Nel Principe nessuna considerazione morale né religiosa dovrà ostacolare la sua azione spregiudicata e forte, frutto della sua "aretè", tesa a mettere ordine là dov'è il caos della politica italiana del '500.Giulio Ferroni, Machiavelli, o Dell'incertezza: la politica come arte del rimedio, Donzelli Editore, 2003 p.87

Non diversamente, nella visione di Nietzsche la virtù consisterà nella "volontà di potenza" in opposizione alla "morale degli schiavi" nata dallo spirito di risentimento del Cristianesimo nei confronti degli uomini superiori.

Le virtù

La concezione della virtù nel pensiero greco antico costituisce il fulcro centrale dell'etica e delle sue trasformazioni nel corso del tempo.

Così in Platone le virtù corrispondono al controllo della parte razionale dell'anima sulle passioni. Ne La Repubblica verranno indicate per la prima volta le quattro virtù, che da Sant'Ambrogio in poi verranno chiamate "cardinali", vale a dire "principali": la temperanza, intesa come moderazione dei desideri che, se eccessivi, sfociano nella sregolatezza; il coraggio o forza d'animo necessaria per mettere in atto i comportamenti virtuosi; la saggezza o "prudenza", variamente intesa dalla speculazione antica seguente, che costituisce, come controllo delle passioni, la base di tutte le altre virtù; la giustizia è quella che realizza l'accordo armonico e l'equilibrio di tutte le altre virtù presenti nell'uomo virtuoso e nello stato perfetto.Platone, Repubblica o sulla giustizia. Testo greco a fronte, a cura di M. Vitali, Feltrinelli Editore, 2008

Le virtù secondo Aristotele

Mentre Platone parlava genericamente di saggezza per l'esercizio della virtù, Aristotele la distingue invece dalla "sapienza". La saggezza, o "prudenza", è una "virtù dianoetica", propria cioè della razionalità comune a tutti che ispira la condotta umana permettendo il giusto esercizio delle "virtù etiche", quelle cioè che riguardano l'azione concreta.

Tra le virtù dianoetiche che presiedono alla conoscenza (intelletto, scienza, sapienza) o alle attività tecniche (arte), la saggezza è propria di colui che, pur non essendo filosofo, è in grado di operare virtuosamente. Se si dovesse acquisire la sapienza filosofica per praticare le virtù etiche questo comporterebbe che solo chi ha raggiunto l'età matura, divenendo filosofo, potrebbe essere virtuoso, mentre con la saggezza, grado inferiore della sapienza, anche i giovani possono praticare quelle virtù etiche che permetteranno l'acquisto delle virtù dianoetiche. La saggezza insomma permette una vita virtuosa, premessa e condizione della sapienza filosofica, intesa come "stile di vita" slegato da ogni finalità pratica, e che pur rappresentando l'inclinazione naturale di tutti gli uomini solo i filosofi realizzano a pieno poiché

Virtù etiche Virtù dianoetiche Giustizia Coraggio Temperanza Liberalità Magnificenza Magnanimità Mansuetudine Virtù calcolative Arte Prudenza Virtù scientifiche Sapienza Scienza Intelligenza

La saggezza può esser fatta conseguire ai giovani tramite l'educazione che i saggi, o quelli ritenuti tali dalla collettività, impartiranno anche con l'esempio concreto della loro condotta. Da questi modelli il giovane apprenderà che le virtù etiche consistono nella capacità di comportarsi secondo il "giusto mezzo" tra i vizi ai quali si contrappongono (ad esempio il coraggio è l'atteggiamento mediano da preferire tra la viltà e la temerarietà), sino a conseguire con l'abitudine un abito spontaneamente virtuoso: infatti

In medio stat virtus è il detto della filosofia scolastica che traduce il concetto greco di mesotes.

La virtù secondo gli stoici

La saggezza, ossia la capacità di operare con prudenza, è al centro della morale epicurea e stoica ma, mentre per gli epicurei la virtù si consegue attraverso un calcolo razionale dei piaceri stabilendo quali di essi siano veramente necessari e naturali, per gli stoici invece il comportamento virtuoso, risultato del conseguimento dell'"apatia", cioè della liberazione ascetica dalle passioni, è di per sé portatore di felicità. Per coloro che non riescono a condurre la loro vita secondo saggezza lo stoicismo indicherà delle regole di condotta che insegneranno a operare secondo ciò che è più "conveniente" od opportuno tenendosi sempre lontano dagli eccessi delle passioni.

La morale stoica ispirerà quella dei filosofi del XVI e XVII secolo come Cartesio, che rivaluterà tra le passioni quella della "magnanimità", considerata virtù somma,D. Kambouchner, L'Hommes des passions. Commentaires sur Descartes, Paris, Albin Michel 1995Remo Bodei, Geometria delle passioni. Paura, speranza, felicità: filosofia e uso politico, Feltrinelli Editore, 2003 p.293 e Spinoza che afferma che «il primo e unico fondamento della virtù, ossia della retta maniera di vivere, è di cercare il proprio utile»Eth. V, prop. 41 intendendo per "utile" solo ciò che «conduce l'uomo a maggior perfezione»Eth. IV, prop. 18 infatti «gli uomini che ricercano il proprio utile sotto la guida della ragione non appetiscono per sé niente che non desiderino gli altri uomini, e perciò essi sono giusti, fedeli, onesti» e per ciò stesso la virtù è premio a sé stessa come portatrice di una vita serena condotta secondo la razionalità.

La Virtus romana

Nella società dell'antica Roma, il termine virtus designava la condizione o la qualità del vir, cioè dell'uomo che, tramite le sue azioni, manifestava il suo valore, andando a costituire uno dei cardini del mos maiorum.Joseph Hellegouarc’h, Le vocabulaire latin des relations et des partis politiques sous la république, Parigi, Les Belles Lettres, 1963, p. 242.

Le virtù secondo il cristianesimo

L'invito a pensare e impegnarsi per la virtù è presente in e in , che spiegano anche che la virtù è frutto dell'incontro tra l'impegno umano e la grazia di Dio.

Nel pensiero cristiano oltre le virtù umane è possibile l'esercizio di quelle soprannaturali: le virtù teologali di fede, speranza e caritàL'elenco è dedotto dalla prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Rivestiti della corazza della fede e della carità avendo come elmo la speranza» (1Ts 5,8) che in qualche modo dovranno conciliarsi con quelle dell'etica antica. Esse sono dette anche virtù infuse perché provengono dalla grazia di Dio.CCC 1813. Citazione: "Sono infuse da Dio nell'anima dei fedeli per renderli capaci di agire quali suoi figli e meritare la vita eterna." Ciò le distingue dalle virtù cardinali che sono dette anche virtù acquisite, che si accrescono con la pratica quotidiana, radicano le virtù infuse nell'anima della persona e possono anche essere proprie di un non cristiano. La grazia e le virtù infuse crescono con le opere buone.Denzinger, VII-Dio che dona la vita della grazia, F4

San Tommaso conserverà la validità delle virtù "cardinali" aristoteliche ma considerandole inferiori a quelle teologaliGiovanni Kostko, Beatitudine e vita cristiana nella Summa theologiae di S. Tommaso d'Aquino, Edizioni Studio Domenicano, 2005 pp.285 e sgg. mentre Sant'Agostino riteneva false le virtù umane dei pagani che mascherano sotto il nome di virtù quello che in realtà è l'esercizio di viziI vizi capitali considerati come gli opposti delle virtù nella concezione cristiana sono superbia, avarizia, lussuria, gola, ira, invidia e accidia (in Domenico Galvano, Catechismo della diocesi di Nizza,1839 p.141) "splendidi"Battista Mondin, Etica e politica, Edizioni Studio Domenicano, 2000 p.22, ma pur sempre negativi in quanto causati dall'orgoglio e dalla ricerca dell'effimera gloria umana. L'unica grande virtù è la carità, l'amore di Dio il cui esercizio, per quanto essi facciano, non dipende dagli uomini ma dalla volontà divina che lo infonde negli spiriti eletti, cioè dalla infusione nell'uomo della indispensabile grazia divina. Concezione questa che riaffiorerà nel XVI secolo con la Riforma protestante e nel Giansenismo del XVII secolo.

Inoltre uno dei nove cori delle gerarchie angeliche, viene denominato Virtù ed indica secondo lo Pseudo-Dionigi il coro angelico preposto a dispensare la grazia divina.

La virtù nel pensiero moderno è un concetto teorizzato da Niccolò Machiavelli, incentrato sullo spirito marziale e sulle capacità di una persona, ma che comprende anche una più ampia serie di tratti necessari per il mantenimento dello stato e "il raggiungimento di grandi cose". In uno sviluppo secondario, la stessa parola arrivò a significare un oggetto d'arte.

Nella filosofia dell'età moderna la concezione della virtù oscilla tra quella che la considera come l'esercizio di un controllo delle passioni a cui rinunciare e quella che invece la ritiene rientrare nell'ambito di un comportamento istintivo e naturale dell'uomo. Alla prima interpretazione si associano le dottrine della corrente libertina da Pierre Bayle a Mandeville che ironizzano sulla effettiva possibilità per gli uomini dell'esercizio delle virtù che se anzi fossero attuate provocherebbero la disgregazione della società.