Le lingue gallo-italicheLe lingue gallo-italiche sono spesso dette anche "alto-italiane" o "cisalpine", secondo il termine usato da G. B. Pellegrini fin dal 1973. (più semplicemente gallo-italico o anche dialetti gallo-italici, nell'ambito di studio della sociolinguistica e della dialettologia italiane), costituiscono una famiglia linguistica caratterizzata da elementi di transizione tra il sistema gallo-romanzo e quello italo-romanzo.

La collocazione del gallo-italico nei due sistemi superiori può quindi variare nei diversi campi di studio, in quanto talvolta considerato nell'ambito delle lingue gallo-romanze e talvolta invece in quello delle lingue italo-romanze.Si veda a tal proposito la sezione Classificazione.

Il termine gallo-italico fu introdotto per la prima volta da Ottavio Mazzoni-Toselli nel 1831, ma la sua diffusione fu dovuta a Bernardino Biondelli, che lo riprese nel suo Saggio sui dialetti gallo-italici del 1853; poi da Graziadio Isaia Ascoli, che lo utilizzò in un suo contributo sull’Italia dialettale per l’Enciclopedia Britannica del 1880, in seguito pubblicato anche sull’Archivio glottologico italiano del 1882; infine da Giovan Battista Pellegrini nella Carta dei Dialetti d'Italia del 1977.

In base all'ipotesi di Ascoli - non più comunemente accettata - i dialetti di questa famiglia, figli del latino volgare parlato nell'Italia settentrionale in epoca romana, sarebbero caratterizzati da un substrato celtico (gallo-cisalpino) e da un superstrato germanico (in massima parte longobardo), anche se possono presentarsi altri influssi (ad esempio ligure o retico).

Tra il XIII e il XV secolo ad una lingua letteraria comune, all'epoca conosciuta come lombarda, prima dell'affermarsi della moderna lingua italiana, in diglossia con la quale continueranno ad essere parlate.

Storia Secondo la teoria ottocentesca del sostrato – che risale a Carlo Cattaneo, ma che fu in seguito ripresa anche da Bernardino Biondelli e Graziadio Isaia Ascoli – le caratteristiche contemporanee dei dialetti romanzi di tipo gallo-italico si spiegano con le vicende storiche dei territori in cui si sono sviluppati.

Durante i secoli precedenti la romanizzazione, l'Italia settentrionale era abitata da diversi popoli, tra cui i Liguri e i Veneti, ma anche dagli Etruschi, presenti in Pianura Padana dalla fase più arcaica della cultura villanoviana; questi ultimi fondarono la città di Bologna e diffusero l'utilizzo della scrittura.

Successivamente, a partire dal V secolo a.C., l'area vide la penetrazione da nord delle Alpi di tribù galliche, di lingua celtica: tali popoli fondarono diverse città, come Milano, ed estesero la loro presenza fino all'Adriatico; la lingua gallica parlata a sud delle Alpi in questo periodo prenderà il nome di gallico cisalpino.

Il loro sviluppo venne fermato dall'espansione romana a partire dal III secolo a.C.: dopo secoli di lotte, nel 194 a.C. l'intera regione divenne una provincia romana con il nome di Gallia Cisalpina (ossia "regione dei Galli", nome usato dai romani per indicare i Celti, "da questo lato delle Alpi").

Nel corso degli anni, la cultura e la lingua dei Romani, il latino, si sovrapposero e finirono per sostituire quelle precedenti, così come più tardi nella Gallia transalpina; tanto che nel 42 a.C. la provincia della Gallia Cisalpina fu infine abolita e l'Italia romana venne a inglobare tutti i territori a sud delle Alpi.

La lingua parlata non perse comunque ogni traccia di quelle precedenti, portando alla formazione di un volgare locale con tracce fonetiche e lessicali di vari substrati (soprattutto gallico, ma anche venetico, ligure, retico, etrusco), conservando così i legami della regione con la Gallia transalpina, e parlandosi quindi di un'unica ampia popolazione gallo-romana, che sopravvivrà all'Impero; come scrive Giovan Battista Pellegrini nel saggio Il cisalpino e il retoromanzo (1993):

Dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, il Nord Italia fu conquistato dagli Ostrogoti, che diedero vita all'omonimo regno, la cui capitale fu prima Ravenna e, dopo il 540, Pavia; nel 568 i Longobardi, un altro popolo germanico, entrarono nel Nord Italia attraverso il Friuli e fondarono un proprio regno duraturo, con capitale ancora Pavia.

Dopo le prime difficoltà, le relazioni tra i dominatori Longobardi e la popolazione gallo-romana migliorarono, e la lingua e la cultura longobarda si assimilarono con quella preesistente, come è evidente dai numerosi nomi, parole e leggi affermatisi in quel periodo; il regno longobardo terminò nel 774, quando il re dei Franchi Carlo Magno conquistò Pavia ed annesse il Regno Longobardo all'Impero carolingio, cambiandone il nome in Regno d'Italia.

Ciononostante, la porzione superiore del Regno longobardo, detta Langobardia Maior, in contrapposizione alla Langobardia Minor incentrata nel Sud Italia, lascerà in eredità il proprio nome (Lombardia) a tutta l'area, che sarà ancora utilizzato per indicare l'Italia settentrionale, poi ridotta a quella nord-occidentale, fino alla fine dell'età modernaA partire dal XIX secolo il termine Lombardia si è infine a ridotto ad indicare la sola sezione occidentale del Regno Lombardo-Veneto austriaco, facente capo all'amministrazione di Milano, da cui il nome della odierna regione amministrativa.: l'identità linguistica di questa regione resterà quindi visibile anche nei secoli del Basso Medioevo, quando - a partire dal XII-XIII secolo, con la diffusione delle pubblicazioni in volgare - si sviluppò una lingua letteraria comune a tutta l'Italia settentrionale, all'epoca conosciuta come lingua lombarda (oggi indicata invece come koinè padana, o anche lombardo-veneta o alto-italiana)Glauco Sanga, La lingua lombarda. Dalla koinè alto-italiana delle Origini alla lingua cortegiana, 1990. In: Sanga, Glauco (a c. di), Koinè in Italia dalle origini al Cinquecento, Bergamo, Lubrina: 79-163, pp. 146-147..La koinè lombarda sopravvisse fino al XV secolo, quando iniziò ad affermarsi la norma toscana, che porterà progressivamente all'adozione della lingua italiana moderna come lingua tetto (ossia come lingua scritta comune, a livello letterario e formale) anche di tutta la regione alto-italiana; solo successivamente all'Unità d'Italia, però, l'italiano standard diverrà una lingua diffusamente parlata, affiancando - e spesso sostituendo - le lingue gallo-italiche nell'uso comune.

L'origine del galloitalico in Basilicata e Cilento è associata a varie popolazioni medievali: alla presenza tra i secoli VII e XI dei Longobardi, i quali fondarono il florido Principato di Salerno; ai signori normanni, che dominarono dal secolo XI al XII; infine al regno angioino, a cominciare dal XIII secolo. Assieme a tali popoli giunsero inoltre nel meridione signori feudali originari dell'Italia settentrionale. In particolare la Contea di Policastro, al confine tra Cilento e Basilicata, in epoca normanna fu dominio dei Marchesi di Monferrato.

Il gallo-italico è stato quindi parlato negli ultimi secoli sempre più in diglossia con l'italiano (situazione che indica l'alternanza di due o più lingue/dialetti di registro diverso nello stesso gruppo di parlanti); durante quest'ultimo periodo le varietà gallo-italiche hanno assorbito, in misura diversa, elementi fonologici, morfologici e lessicali di tipo toscano (processo definito appunto di toscanizzazione), allontanandosi parzialmente dalle altre lingue gallo-romanze e dando luogo alla situazione odierna.

Nel 1853 il linguista Bernardino Biondelli realizzò il primo studio dialettologico sistematico su questa famiglia linguistica, il noto Saggio sui dialetti gallo-italici, nel quale ha ripartito il gallo-italico in tre varietà principali, a loro volta suddivise in diversi gruppi e dialetti, indagandone la storia e le caratteristiche salienti: lombardo, emiliano (comprendente anche il romagnolo) e pedemontano (oggi detto piemontese), non includendo però nella sua definizione di gallo-italico non solo il veneto, ma nemmeno il ligure. Le definizioni e le analisi del Saggio di Biondelli sono state alla base di numerose opere successive.

Diffusione

Le lingue gallo-italiche sono principalmente diffuse nell'Italia settentrionale (Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia e Piemonte), ma raggiungono anche il nord delle Marche (quasi tutta la provincia di Pesaro e Urbino e in parte la provincia di Ancona) e della Toscana (la provincia di Massa-Carrara eccetto l'area massese, alcune frazioni della Montagna Pistoiese, la cosiddetta Romagna toscana e l'estremità nord-orientale della provincia di Arezzo).Luciano Giannelli, 1988. Aree linguistiche VI. Emilia Romagna. LRL 4: 594·606. Isole linguistiche alloglotte sono presenti in Italia meridionale e nelle Isole, con i dialetti gallo-italici di Basilicata, Cilento e di Sicilia, e una varietà ligure parlata in Sardegna; al di fuori dei confini italiani si estendono in Svizzera (Canton Ticino e Grigioni italiano), a San Marino e a Monaco.

Tra le lingue regionali italiane sono quelle più in pericolo, poiché nelle principali città del loro areale (Milano, Torino, Genova, Bologna) sono adoperate prevalentemente dagli anziani.

La classificazione del veneto come lingua gallo-italica non è accettata da tutti i linguisti; se siti come Ethnologue e Glottolog lo classificano tuttora come lingua gallo-italica, la Treccani in articoli recenti esclude il veneto dalla lingue gallo-italiche, perché «i dialetti veneti si distinguono nettamente dai dialetti gallo-italici.»

Fonologia Nonostante la ricca articolazione linguistica, sono presenti nelle lingue gallo-italiche caratteri di unitarietà.The Oxford guide to the Romance languages, Adam Ledgeway, Martin Maiden (a cura di), OUP Oxford, Oxford, 2016, pag. 202

Caratteristiche comuni nei dialetti gallo-italici, molte delle quali li accomunano al gallo-romanzo, sono: l'indebolimento delle sillabe atone (sincope, fortissimo soprattutto in emiliano e in romagnolo, ma comune anche in piemontese); l'assenza di alcune o tutte le consonanti geminate (consonanti lunghe); la generale tendenza all'apocope (caduta) delle vocali finali diverse da a, fenomeno al quale è tuttavia estraneo il ligure. la palatalizzazione di a tonica latina in sillaba libera; la presenza, in molte varietà, delle vocali anteriori arrotondate /y/ ed /ø/, dette anche vocali turbate; la lenizione: le occlusive sorde /p/, /t/, /k/ intervocaliche del latino vengono sonorizzate e in molte varietà cadono (es. latino rotam > lombardo /ˈrøda/, ligure /ˈrøva/'røa, piemontese /ˈrua/; “ruota”); l'utilizzo del pronome clitico soggetto obbligatorio, come in francese, data la caduta delle finali nelle coniugazioni dei verbi; la forma tonica dei pronomi personali soggetto derivati dalle forme oblique ME e TE che hanno sostituito le forme EGO e TU (vedi lombardo, ligure e piemontese /mi/ e /ti/, e l'emiliano /me/ e /te/); la risoluzione palatale autonoma dei nessi CL e GL in /t͡ʃ/ e /d͡ʒ/ (es. latino clavem > lombardo /t͡ʃa:f/, "chiave"), seppur alcune zone periferiche conservano gli originali nessi latini, mente altre presentano le forme intermedie /c/ e /ɟ/; metafonia, tuttavia questo carattere è in forte declino ed è scomparso dalla maggior parte dei dialetti urbani. Caratteristiche che furono invece proprie dei dialetti gallo-romanzi dell'Italia settentrionale in epoca medievale, ma retrocessi rapidamente nel gallo-italico e sopravvissuti fino ad oggi solo in alcune varietà alpine isolate, sono:

la palatalizzazione di /k/ e /g/ quando seguite da /a/: ad esempio i lombardo-alpini /can/ (it. "cane") e /ɟat/ (it. "gatto"), analogamente ai francesi chien e chat; il mantenimento dei nessi consonantici in presenza di /l/: ad esempio i lombardo-alpini /blank/ (it. "bianco"), /klaf/ (it. "chiave"), /ˈflama/ (it. "fiamma"), /glat͡ʃ/ (it. "ghiaccio"), /pløf/ (it. "piove"), analogamente ai francesi blanc, clef, flamme, glace e il pleut;