Il disastro di Seveso è stato un grave incidente industriale avvenuto il 10 luglio 1976 nell'azienda svizzera ICMESA, di proprietà prima della Givaudan e dal 1963 della Hoffmann-La Roche, che causò la fuoriuscita e la dispersione nell'atmosfera di una nube di diossina TCDD, una sostanza artificiale estremamente tossica. Il veleno investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, particolarmente quello di Seveso.

Il disastro, che ebbe notevole risonanza pubblica e a livello europeo, portò alla creazione della direttiva 82/501/CEE, nota anche come direttiva Seveso.

Si trattò del primo evento nel quale la diossina si era diffusa nell'atmosfera e aveva colpito la popolazione e l'ambiente circostante. Secondo una classifica del 2010 del periodico Time, l'incidente è all'ottavo posto tra i peggiori disastri ambientali della storia. Il sito statunitense CBS ha inserito il disastro tra le 12 peggiori catastrofi umane ambientali di sempre.

Contesto Nel 1976, presso l'ICMESA di Meda, industria chimica di proprietà della Givaudan, a sua volta controllata da La Roche, era attiva una linea di produzione di 2,4,5-triclorofenolo, una sostanza impiegata nella produzione di diserbanti, fungicidi e battericidi. Per soddisfare l'elevata domanda si decise di aumentare la produzione, aggiungendo ai 4 cicli produttivi originariamente effettuati durante la settimana lavorativa, dal lunedì al venerdì, un quinto ciclo che veniva avviato nelle giornate di venerdì, lasciato in sospeso nel fine settimana e ripreso il lunedì seguente.

Eventi Verso le 12:28 di sabato 10 luglio 1976, nello stabilimento della società ICMESA, sito nel territorio del comune di Meda, al confine con quello di Seveso (all'epoca in provincia di Milano, oggi nella provincia di Monza e della Brianza, in Lombardia), il sistema di controllo del reattore chimico A101 destinato alla produzione di triclorofenolo andò in avaria, consentendo alla temperatura e alla pressione di salire oltre i limiti previsti. La prima causa fu probabilmente l'arresto volontario della lavorazione (che, come già detto, veniva interrotta il venerdì pomeriggio per poi essere riavviata il lunedì mattina) senza che fosse stato azionato il sistema per il raffreddamento della massa, quindi l'esotermicità della reazione non fu contrastata; ciò fu aggravato dal fatto che nel processo di produzione l'acidificazione del prodotto veniva fatta dopo la distillazione, e non prima.

L'alta temperatura raggiunta, pari a 250 gradi, ben oltre i 170 gradi necessari per quella produzione, causò una modifica della reazione, che comportò una massiccia formazione di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), comunemente nota come diossina, una delle sostanze chimiche più tossiche conosciute. L'elevata pressione raggiunta nel reattore causò lo scarico del contenuto verso un sistema di sfogo, dove il disco di rottura non resse alla pressione ed esplose, causando la dispersione in atmosfera del contenuto del reattore. Un operaio di un reparto vicino in servizio, udendo un sibilo proveniente dal reparto B, dopo avere avvisato il capo della produzione, entrò nel reparto per avviare manualmente il sistema di raffreddamento del reattore, prevenendone l'esplosione.

La TCDD fuoriuscì nell'aria in quantità non precisamente definita ma stimata essere tra i 13-18 kg e venne trasportata dal vento verso sud-estSi stima che in diverse condizioni meteorologiche avrebbe potuto colpire un'area di abitanti. Si formò quindi una nube tossica, visibile a occhio nudo, che colpì i comuni di Meda, Seveso, Cesano Maderno, Limbiate e Desio. Il comune maggiormente colpito fu Seveso, in quanto situato immediatamente a sud della fabbrica.

Le prime avvisaglie furono un odore acre e infiammazioni agli occhi. Nei giorni immediatamente successivi all'evento si iniziarono a osservare gli effetti su flora e fauna: danni chimici sulle colture, morte improvvisa di piccoli animali domestici e uccelli, ustioni cutanee.

La certezza della dispersione di TCDD venne confermata il 14 luglio da analisi effettuate da Givaudan presso i suoi laboratori a Dübendorf, ma le autorità italiane non vennero informate. Il 15 luglio i sindaci di Seveso e Meda, dietro consiglio di un ufficiale sanitario locale, emisero ordinanze con cui proibivano di toccare ortaggi, vegetazione, terreno e animali domestici e richiedevano di adottare una scrupolosa igiene delle mani e dei vestiti; successivamente venne ordinato di non ingerire prodotti di origine animale provenienti dalla zona inquinata. La notizia apparve sui giornali soltanto dopo sette giorni.

Il 19 luglio Givaudan ammise la presenza di diossina nella nube tossica e il 21 luglio il fatto venne confermato dal Laboratorio provinciale di igiene e profilassi. Il territorio di Seveso a ridosso dell'ICMESA fu suddiviso in tre zone a decrescente livello di contaminazione sulla base delle concentrazioni di TCDD nel suolo: zona A (suddivisa in 7 sotto-zone), B, e R. Le abitazioni comprese nella zona A, la più colpita, furono divise nelle sotto-zone A1-A5. Il 24 luglio, con due rispettive ordinanze, i comuni di Seveso e Meda ordinarono l'evacuazione entro il 26 luglio della zona A, inizialmente estesa per circa 15 ettari ma successivamente espansa a più riprese.

Complessivamente tra il 26 luglio e il 2 agosto vennero evacuati 676 cittadini di Seveso e 60 di Meda, che vennero provvisoriamente collocati in due hotel nel milanese, uno a Bruzzano e uno ad Assago. La maggior parte di loro sarebbe rientrata nelle loro case bonificate tra ottobre e dicembre 1977, mentre 41 famiglie non poterono tornare perché le loro case vennero distrutte per poi essere ricostruite negli anni seguenti. Circa 240 persone, per la maggior parte bambini, vennero colpite da cloracne, una dermatosi provocata dall'esposizione al cloro e ai suoi derivati, che crea lesioni e cisti sebacee.

Quanto agli effetti sulla salute generale, essi sono ancora oggi oggetto di studi. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono e morirono a causa dell'alto potere diserbante della diossina, mentre migliaia di animali contaminati dovettero essere abbattuti. La popolazione dei comuni colpiti e l'Italia intera vennero però informati della gravità dell'evento solamente otto giorni dopo la fuoriuscita della nube, con un'ordinanza del sindaco che vietava di ingerire e toccare i prodotti ortofrutticoli della zona. Nell'area più inquinata (Zona A), il terreno fu asportato (fino a una profondità di 80 cm) e depositato in vasche. Fu poi collocato del nuovo terreno proveniente da zone non inquinate ed effettuato un rimboschimento, che ha dato origine al Parco naturale Bosco delle Querce.

Responsabilità civile e penale All'indomani del disastro fu aperto un processo giudiziario avviato dalla Procura della Repubblica di Monza e venne intentata una causa civile dalla Regione Lombardia contro l'ICMESA.Seveso 1976: storia del disastro dell'Icmesa. Marina Rossi. Montagne di Lombardia. Il 25 marzo 1980, dopo una trattativa cominciata da oltre un anno, il presidente della Regione Lombardia Cesare Golfari, il sottosegretario all'Interno Bruno Kessler e il nuovo presidente della Giunta Regionale Giuseppe Guzzetti raggiunsero un accordo con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Puryi, per far sì che la società pagasse la somma di lire 103 miliardi e 634 milioni (circa 320 milioni di euro nel 2023) per il disastro di Seveso.

La transazione trattava un rimborso di 7 miliardi e mezzo allo Stato Italiano e 40 miliardi e mezzo alla Regione Lombardia per le spese di bonifica, mentre 23 miliardi destinati alla sperimentazione. Fu deciso di costituire una Fondazione per ricerche ecologiche, oggi Fondazione Lombardia per l'Ambiente, a cui la Givaudan partecipò con mezzo miliardo. La transazione escludeva i danni imprevedibili successivi. L'accordo di risolvere i processi per via bonaria, favorì la Givaudan, escludendo dai procedimenti giudiziari il proprio dirigente. La stessa cosa avvenne per la ditta svizzera proprietaria della Givaudan, la La Roche, tuttavia gli altri dipendenti collegati al disastro furono tutti processati e in gran parte condannati a 5 anni di reclusione.

I danni riscontrati dai privati furono risarciti dalla multinazionale tramite il proprio ufficio di Milano. Nel giro di tre anni de Puryi liquidò oltre pratiche con pagamenti effettuati direttamente ai privati, per una spesa complessiva di circa 200 miliardi di lire.

La decontaminazione Nella zona A il primo strato di terreno venne rimosso fino a 80 cm di profondità e gli edifici al suo interno vennero demoliti. La zona A venne presidiata dalle forze dell'ordine per impedire a chiunque di entrarvi. La zona B, contaminata in minor misura, e la zona R, ovvero zona di rispetto, vennero tenute sotto controllo e vi fu imposto il divieto di coltivazione e di allevamento.

Dal momento che la zona A era stata completamente sgomberata da abitazioni e vegetazione, per smaltire le scorie contaminate si pianificò la costruzione di un inceneritore. Alcuni comitati locali si opposero alla scelta sostenendo che, anche a causa delle scarse conoscenze sulla TCDD dell'epoca, la costruzione avrebbe interessato terreno contaminato (la profondità fino alla quale la diossina poteva essere penetrata non era nota e non poteva essere in alcun modo determinata) e che le temperature di lavoro dell'inceneritore avrebbero potuto non eliminare completamente la diossina. Si decise quindi di rinunciare all'inceneritore e di realizzare invece delle discariche.

All'inizio degli anni 1980 vennero create due enormi vasche di contenimento, nelle quali venne riposto tutto ciò che era presente nella zona A: il terreno rimosso (e sostituito con materiale proveniente da aree sane), le macerie dell'ICMESA (che venne demolita, essendo altamente contaminata), il reattore da cui si originò l'incidente (sigillato in un sarcofago di cemento) e anche i macchinari utilizzati per la demolizione e gli scavi.

Successivamente, al di sopra delle due vasche sorse il Parco naturale Bosco delle Querce, tuttora aperto alla popolazione, che il 10 luglio 2026 – in occasione del 50° anniversario dell'incidente – è stato visitato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Le due vasche (quella medese da metri cubi e quella sevesina da metri cubi) sono sempre state e sono tuttora costantemente monitorate, per evitare il rischio di una nuova contaminazione. Due ulteriori discariche di dimensioni minori sono collocate a Cesano Maderno e Bovisio Masciago.

Le conseguenze

Impatti sulla salute Tra i primi effetti sull'organismo risultanti dall'esposizione a TCDD vi fu la cloracne, che coinvolse in particolare i bambini: su 214 bambini di età 3-14 anni residenti nella zona A, 42 manifestarono cloracne e tra i 54 residenti nelle sottozone più contaminate i casi furono 26. Sulla base dell'andamento degli indici di mortalità nei comuni interessati, Laura Conti sostenne «l'ipotesi che l'inquinamento di Seveso ci sia costato un numero di morti compreso tra 126 e 157».

Ricerche effettuate verso la fine degli anni novanta sulla popolazione femminile hanno mostrato, a venti anni di distanza, una relazione tra esposizione alla TCDD in periodo prepuberale e alcuni disturbi. Uno studio pubblicato nel 2008 ha evidenziato come ancora a 32 anni di distanza dal disastro gli effetti, misurati su un campione statisticamente ampio di popolazioneIl campione era composto da 1772 individui esposti ed altrettanti individui di controllo. siano elevati. Nello studio, in sintesi, la probabilità di avere alterazioni neonatali ormonali conseguenti alla residenza in zona A delle madri è 6,6 volte maggiore che nel gruppo di controllo. Le alterazioni ormonali vertono sul TSH, la cui alterazione, largamente studiata in epidemiologia ambientale, è causa di difetti fisici e intellettuali durante lo sviluppo.