La Storia del Partito della Rifondazione Comunista dal 2004 al 2006 comprende il biennio nel quale il Prc esce dal suo isolamento per fondare a livello nazionale l'alleanza dell'Unione e per fondare a livello europeo il Partito della Sinistra Europea. È l'ultima fase di opposizione ai governi di Silvio Berlusconi.
Nasce il Partito della Sinistra Europea
Dalla fine del 2002, Bertinotti intesse dialoghi coi leader europei dei partiti antiliberisti di varia estrazione. L'obiettivo è quello di fondare «un partito europeo di sinistra alternativa». Non una nuova internazionale "europea" di partiti comunisti, visto che è aperto anche a partiti socialisti massimalisti. Lo spiega bene Ramon Mantovani nel 2003: «Non ci sarà mai un'altra Internazionale Comunista. Almeno, noi non vi parteciperemo. Le relazioni tra partiti devono esistere sulla base della politica, non dell'ideologia».
Del progetto il partito è pressoché all'oscuro e ne avrà ampia notizia il giorno dopo la fondazione del Partito della Sinistra Europea, che avverrà il 10 gennaio 2004 a Berlino, nella stessa stanza dove nella notte di capodanno del 1918 Rosa Luxemburg assieme a Karl Liebknecht fondò il Partito Comunista di Germania.
A firmare l'appello fondativo saranno 11 partiti su 19 presenti, compreso il Prc, che Bertinotti leggerà come «una rottura di continuità con il passato, che non può limitarsi a rinnegare stalinismo e leninismo, ma che introduce la nonviolenza come elemento di riforma del comunismo medesimo». Si decide altresì, su idea di Bertinotti, di recarsi ad omaggiare la tomba della Luxemburg («è difficile trovare un'immagine più pulita e indiscutibile, priva di ogni elemento negativo, di quella di Rosa Luxemburg»), e di ripetere l'iniziativa ogni anno nella seconda settimana di gennaio (la Luxemburg morì il 15 gennaio).
Al suo ritorno in Italia, Bertinotti trova mezzo partito contrariato per l'adesione alla Se avvenuta per iniziativa del solo segretario e senza la consultazione di organi dirigenti anche minimi, come la segreteria nazionale.
Il malumore sarà evidente nella Direzione Nazionale del 28 gennaio, dove l'adesione alla Se passa con appena 21 sì, 17 no (tra cui due bertinottiani) e un'astensione polemica. Ma per Bertinotti tanto peggio, tanto meglio: «Dissensi rilevanti significano che la scelta è veramente innovativa».
Il 6 e 7 marzo tocca al Cpn la decisione definitiva. La maggioranza si sfalda e vengono presentati 5 documenti. Il documento del segretario passa comunque con 67 sì e 53 no. Viene così modificato anche il simbolo del Prc, dove viene aggiunta a sinistra un'"unghia" rossa con scritto Sinistra Europea. Nello stesso Cpn passa anche la linea di proseguire l'unità d'azione col centrosinistra con 82 sì (bertinottiani e grassiani).
Con questo voto positivo, il Prc può partecipare l'8 e il 9 maggio a Roma al congresso fondativo della Se, dove Fausto Bertinotti viene eletto presidente all'unanimità.
Rifondazione o liquidazione comunista?
Dopo due anni di svolte, innovazioni, discussioni, e soprattutto dopo che il 2003 ha visto cambiare ideologicamente e strategicamente il Prc di 180°, in tanti cominciano a chiedersi dove vuole arrivare la rifondazione bertinottiana del comunismo.
Al riguardo è fondamentale un articolo de la Repubblica del 27 dicembre 2003 ripubblicato su Liberazione il giorno dopo. Un articolo che fa un bilancio delle svolte bertinottiane ricollegandole a quelle compiute dal Partito Socialdemocratico di Germania (Spd) nel 1959 al congresso di Bad Godesberg, che resero la Spd un partito che abbandonava la prospettiva rivoluzionaria per abbracciare il riformismo (vedi anche socialdemocrazia).
Il giudizio del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari non è diverso da quello che vanno maturando altri osservatori esterni sia di destra che di sinistra. Secondo l'autore Goffredo De Marchis, Bertinotti ha intrapreso una «lunga marcia lenta e problematica, a volte noiosa», per «rimanere comunisti di nome ed esserlo sempre meno di fatto». Per cui «sempre di più di comunista Bertinotti lascia che nella vicenda il Prc rimanga soltanto il nome. Viene reciso il cordone ombelicale con l'ideologia, con il 'grande cambiamento promesso' nel nome del quale il comunismo ha perpetrato i suoi 'orrori'». Del resto, nel cercare di avvicinare i newglobal al Prc, «l'iconografia comunista appare dunque un peso e quello spazio lasciato libero dall'uscita di scena di Sergio Cofferati candidato a Bologna va guidato con parole d'ordine chiare (la non violenza) ma con il massimo di apertura e indefinitezza».
Dopo questo articolo, consistenti pezzi del partito vedono la fondazione della Se come un nuovo campanello d'allarme. Anche i Comunisti Italiani ironizzano chiedendosi se «Bertinotti si stia occhettizzando», con riferimento, più che a Bad Godesberg , alla svolta della Bolognina che trasformò il Pci in Pds.
I conservatori grideranno definitivamente al pericolo di una liquidazione dell'ideologia comunista dopo un'intervista di Valentino Parlato a Bertinotti pubblicata su il manifesto in occasione dell'80º anniversario della morte di Lenin (21 gennaio 2004).
Esordisce Bertinotti: «Penso che non solo Lenin, ma tutti i grandi leader del movimento operaio del '900, siano morti e non solo fisicamente. Oggi sarebbe grottesco richiamarsi all'uno o all'altro». E aggiunge: «Vorrei vederlo in faccia uno che oggi dica: voglio fare un partito marxista o leninista e che voglia mettere questa definizione nel suo statuto». Ma chiude ricordando che «a Berlino sono andato a rendere un omaggio riconoscente a Rosa Luxemburg, e sono pronto anche a rendere omaggio al mausoleo di Lenin. Sono disponibile, ma se uno mi impone di leggere un solo libro per continuare a camminare, scelgo Marx».
Commenterà più in là Parlato: «L'uscita di Bertinotti mi ricorda quella di Bettino Craxi su Proudhon. Si scomodano i princìpi per un'operazione politica, la cui sostanza è di respingere tutta la tradizione comunista».
Secondo Marco Ferrando si è davanti a «una copertura culturale per la svolta di governo». Bertinotti «sconfina nella metafisica celeste», per offrire ai poteri forti un'immagine «accattivante in vista di un coinvolgimento del Prc in un governo di centrosinistra. È paradossale che mentre si celebra la rottura con la cultura del potere, che è poi una rottura con il marxismo, ci si prepari a chiedere posti nel nuovo governo di centrosinistra e, di fatto, a cancellare l'opposizione comunista in Italia». Bertinotti «punterebbe, in accordo con D'Alema, a spartirsi le spoglie del cofferatismo».
Per Grassi invece è giusto «cercare un'intesa possibile con il centrosinistra e contemporaneamente mantenere la nostra identità comunista. Un conto è rivisitare criticamente la storia del Novecento, un altro è liquidarla frettolosamente. Se è un errore pensare che tutto è scritto, non meno grave è non avere più punti di riferimento».
Il 14 febbraio 2004 nascono gli Autoconvocati del Prc, ovvero un gruppo di militanti e dirigenti laziali che si oppongono a Bertinotti, alla Se e alla svolta nonviolenta. Nati come piccolo gruppo, arriveranno ad avere simpatizzanti in tutta Italia al di là delle divisioni correntizie del partito. Loro portavoce sarà Germano Monti.
Gli Autoconvocati terranno la loro I assemblea nazionale il 21 marzo a Roma, e ne seguirà una seconda a Parma il 18 aprile, e una terza e una quarta a Roma, rispettivamente l'8 maggio e il 4 giugno.
Gli Autoconvocati faranno parlare di sé nei giornali, irritando non poco il segretario Bertinotti, quando il 7 maggio fanno irruzione nel salone della Stampa Estera a Roma, dove è in corso la presentazione del nuovo Partito della Sinistra Europea da parte di Fausto Bertinotti, Lidia Menapace, Raniero La Valle, Luisa Morgantini e Vittorio Agnoletto.
Il tutto avviene con uno striscione e volantini col simbolo (vecchio) del Prc e la scritta BERTINOT IN MY NAME, rifacendosi a un fortunato slogan pacifista contro la guerra in Iraq (not in my name).
Ufficialmente «gli Autoconvocati si propongono la riaffermazione delle ragioni fondanti di un partito autenticamente antagonista, nato in contrapposizione - e non in continuità - con la svolta occhettiana della Bolognina che pose fine all'esistenza del Pci», ma nell'immediato si propongono piccole battaglie simboliche. Avrà, per esempio, successo il ricorso che presentano alla Commissione Nazionale di Garanzia per dichiarare illegittimo l'uso del nuovo simbolo "europeo" del Prc, in quanto introdotto senza un passaggio congressuale, ma con un semplice Cpn. La Cng gli darà ragione il 14 settembre, a elezioni europee svolte e alla vigilia del VI congresso di Rifondazione Comunista.
Europee 2004: il caso Nunzio D'Erme
In vista delle elezioni europee del 2004, la Direzione Nazionale si riunisce il 23 marzo per approvare le liste e chi orientativamente far diventare europarlamentare del Prc. L'ipotesi condivisa è di riconfermare i quattro seggi, malgrado il calo di delegati europei spettanti all'Italia.
Bertinotti è capolista ovunque e ha deciso di lasciare la Camera dei deputati per l'europarlamento, dove intende andarci con Vittorio Agnoletto, il responsabile ambiente Roberto Musacchio e la pacifista Luisa Morgantini. La proposta passa con appena 17 sì contro 14 no.
Stavolta l'area de l'Ernesto si richiama fuori dalla maggioranza perché «non è una proposta che tiene conto delle pluralità politiche presenti nel partito». Anche le altre correnti concordano. Si contesta in pratica che si vuole eleggere solo bertinottiani (Musacchio) e troppi indipendenti (Agnoletto e Morgantini), per di più bertinottiani di fatto.
Superato, seppur di misura, anche questo scoglio, i veri problemi arriveranno dopo il voto del 12 e 13 giugno, quando si scoprirà non solo che è scattato un quinto seggio nella circoscrizione di Sicilia e Sardegna, ma che in quella del centro Italia, Nunzio D'Erme è risultato il terzo rifondatore più votato (22.944 preferenze) dopo Bertinotti e la Morgantini e, nella sola Roma è il più votato (13.000 circa) dopo Bertinotti.
In quel momento D'Erme è consigliere comunale a Roma come indipendente del Prc e la sua candidatura all'europarlamento rientrava in quel piano coerente di dare spazio ai movimenti, visto che D'Erme è il leader dei Disobbedienti romani e punto di riferimento del centro sociale "Corto circuito".
Sulla base dell'ottimo risultato, D'Erme chiede di essere eletto attraverso un gioco di rinunce da parte di Bertinotti e Morgantini che sarebbero comunque eletti, seppur a spese di altri. Bertinotti, che ufficialmente è l'unico vincitore dei 5 seggi, è però deciso a seguire la falsariga decisa in Dn a marzo, ma così facendo rischia di penalizzare il rapporto con i disobbedienti. Ma se si cede a D'Erme si priverebbe di rappresentanza il sud (dove l'eletto sarebbe Nichi Vendola) e in Europa ci sarebbero ben tre indipendenti su cinque rifondatori eletti.
Il 16 giugno, alla vigilia della Dn che dovrà discutere dei risultati elettorali, Nunzio D'Erme si dimette da consigliere comunale. Intanto anche dalla Sicilia si propone di fare in modo di eleggere il segretario regionale del Prc Sicilia, Giusto Catania, arrivato terzo ad appena 51 voti dalla seconda che, anche qui, è la Morgantini.
Bertinotti prende tempo, ma alla fine, il 23 giugno decide: il quinto eletto sarà Vendola, Bertinotti si fa eleggere nelle isole e la Morgantini al centro Italia.