Laccusativo di relazione è una costruzione tipica della lingua greca, ma presente anche in altre lingue, come il latino e l'italiano, usata per esprimere mediante il caso accusativo un rapporto, per lo più di limitazione, fra due elementi. È così denominato in quanto indica in relazione a che cosa è valido l'enunciato; di fatto, può essere espresso in italiano con le locuzioni relativamente a, riguardo a, quanto a, in rapporto a, e simili. Spesso è definito anche accusativo alla greca, espressione che tuttavia è opportuno riservare a una forma particolare di accusativo di relazione.
In generale, il caso accusativo è utilizzato per esprimere, oltre all'idea di movimento, il concetto di estensione: nello spazio, nel tempo, nel grado, nell'ambito, ecc. Per questo motivo l'accusativo poteva essere usato per indicare sotto quale aspetto o entro quale limite debba considerarsi una qualità o un'azione".Il caso accusativo può utilizzarsi "per indicare a quali termini si estende un'azione, o per precisare entro quali limiti vale un giudizio" (Maurizio Bettini, Renata Fabbri, Luigi Salvioni, La grammatica latina, Firenze, la Nuova Italia, 2004, p. 358).
Un classico esempio è la clausola omerica (pódas ōkýs Akhilleús) "il piè veloce Achille", letteralmente: "piedi veloce Achille", ossia "Achille, veloce quanto ai piedi" (con piedi in accusativo).
Pertanto, la struttura tipica del costrutto richiede almeno questi elementi: un primo sostantivo che indica la persona o l'elemento di cui si vuole limitare qualcosa (Achille); un predicato (veloce), di norma un aggettivo, che esprime la qualità che deve essere limitata; e un secondo sostantivo (i piedi) che definisce l'ambito in cui vale quella qualità.Talora la qualità può essere espressa non attraverso un aggettivo, ma un'espressione sostantivale: il muro era di venti piedi di larghezza, cento di altezza (Senofonte) (di venti piedi sostituisce l'aggettivo; larghezza e altezza sono in accusativo). Si tratta quindi di un costrutto nominale, confrontabile con espressioni italiane del tipo sporco in faccia, rossa di capelli o povero di spirito, che hanno analogo valore limitativo.
Costrutto tipico è néos helikíen "giovane l’età". Altri esempi: Σωκράτης ἦν Ἀθηναῖος τὸ γένος (Sokrátes en Athenaîos to ghénos) "Socrate era ateniese per nascita"; Καῖσαρ ἦν τἡν σάρκα λευκός (Kaîsar en ten sárka leukós) "Cesare era bianco di carnagione".
In latino e in italiano la costruzione è più spesso impiegata con riferimento a parti del corpo o del vestiario, anche di entità personificate, e viene generalmente definito accusativo alla greca: si vedano più avanti i paragrafi dedicati.
Accusativo di relazione in latino L'uso dell'accusativo di relazione in latino è piuttosto raro e grammaticalmente improduttivo. Le stesse funzioni relativizzanti sono svolte più comunemente sia dal genitivo e dall'ablativo di qualità, sia dagli ablativi di limitazione, di argomento, di origine, di causa ecc. In molti casi, peraltro, non risulta agevole distinguere un complemento oggetto da un accusativo di relazione, come dimostra anche l'incertezza delle grammatiche e dei dizionari nel trattamento di questi casi. Per questo è opportuno distinguere usi differenti dell'accusativo di relazione, riservando la definizione di accusativo alla greca solo all'ultima delle tipologie qui di seguito elencate.
Accusativo di relazione con i verba affectuum (i verbi di sentimento come doleo, maereo, queror, rideo, miror, ecc., generalmente intransitivi), per esprimere la cosa o la persona per cui quali si prova il sentimento. Esempi: suum fatum querebantur ("si lamentavano del loro destino", Cesare); rideo istos qui turpe existimant cum servo suo cenare ("rido di costoro che ritengono indegno consumare i pasti con il proprio schiavo", Seneca). Tuttavia, secondo alcuni grammatiche e dizionari, questi verbi intransitivi sarebbero utilizzabili anche come transitivi, e pertanto in questi casi l'accusativo sarebbe in realtà un semplice oggetto diretto. Accusativo di relazione rappresentato da pronomi o aggettivi neutri come id, hoc, illud, istud, aliud, quod, quid, unum, multa, omnia, cetera, ecc., per definire il campo di validità di un predicato. Esempi: id maesta est ("è triste per questo", Plauto); cetera laetus ("lieto per ogni altra cosa", Orazio); omnia Mercurio similis ("in tutto simile a Mercurio", Virgilio); cetera assentior Crasso ("per tutto il resto concordo con Crasso", Cicerone). In particolare, con i verbi assolutamente impersonali (paenitet, pudet, piget ecc.), quando la cosa di cui ci si vergogna o ci si pente ecc. è espressa da un pronome neutro: nihil te miseret ("non provi compassione per nulla", Plauto); me quid pudeat? ("di che cosa mi dovrei vergognare?", Cicerone).Secondo altri studiosi, in questi casi saremmo invece di fronte a nominativi, quindi a soggetti di verbi eccezionalmente costruiti in modo personale. Inoltre, secondo taluni, sarebbero accusativi di relazione anche le persone (pronomi o sostantivi) rette da un verbo relativamente impersonale: te decet "ti conviene", eum fallit "gli sfugge", non omnes iuvat "non a tutti piace". Accusativo di relazione con i verbi che possono reggere un doppio accusativo (doceo, edoceo, celo, e alcuni verba rogandi: posco, reposco, oro, rogo, interrogo, ecc.). È il tipo doceo aliquem aliquid ("istruire qualcuno su qualcosa"): il primo accusativo, riferito alla persona, esprime l'oggetto diretto; il secondo, riferito alla cosa che viene insegnata, nascosta, richiesta ecc., rappresenterebbe un accusativo di relazione (parte dei grammatici, tuttavia, interpreta il doppio accusativo come due distinti complementi oggetti). Infine, gli accusativi alla greca propriamente detti, sui quali si vedano i paragrafi seguenti.
L'accusativo alla greca in latino Nella grammatica del latino e dell'italiano, si definiscono accusativi alla greca gli accusativi di relazione usati in genere per descrivere l'aspetto fisico della persona e riferiti a parti del corpo o del vestiario, per lo più derivati da analoghe formule della lingua greca. In latino, un esempio tipico è virgo nuda pedes "una ragazza con i piedi nudi" (letteralmente: "nuda riguardo ai piedi"). Si notino le differenze grammaticali: in italiano, l'aggettivo nudi è concordato con piedi al plurale maschile; in latino invece nuda concorda con il soggetto virgo al nominativo singolare femminile, mentre pedes, al plurale, è l'accusativo di relazione, con valore limitativo.
Le attestazioni latine sono circoscritte all'uso poetico, specie dall'età di Augusto in poi. Un duplice esempio è nel seguente passo di Ovidio: Gnosis [...] nuda pedem, croceas inreligata comas, / Thesea crudelem surdas clamabat ad undas ("la fanciulla di Cnosso [Arianna], con i piedi nudi e le bionde chiome sciolte, gridava alle sorde onde il nome del crudele Teseo")Ovidio, Ars amatoria, I, vv. 525 e sgg.. Analogo duplice esempio in Virgilio: [Venus] nuda genu, nodoque sinus collecta fluentis "con il ginocchio scoperto e le fluenti pieghe raccolte in un nodo" (Eneide, I, 320); ancora in Virgilio: lacrimis Lavinia ... / flagrantis perfusa genas "Lavinia con le guance che bruciavano di lacrime" (XII, 64-65).
Molti altri esempi di accusativo alla greca si rinvengono nelle Metamorfosi di Ovidio, dove è utilizzato anche con entità personificate: flava comas frugum mitissima mater "la mitissima madre delle messi bionda di capelli" (VI, 118); glacialis hiems canos hirsuta capillos "il gelido inverno con i bianchi capelli increspati" (II, 30); succincta comas hirsutaque vertice pinus "il pino con la chioma in cima raccolta e ispida" (X, 103).
Meno comunemente in latino, al posto dell'aggettivo può trovarsi un participio passato che regge l'accusativo (indutus "vestito", ictus "colpito", cinctus "cinto", ecc.): lacrimis oculos suffusa nitentis alloquitur Venus ("Venere parla con gli occhi lucenti bagnati di lacrime", letteralmente "bagnata di lacrime negli occhi lucenti")Virgilio, Eneide, I, vv. 228-229.; Notus ... evolat terribilem picea tectus caligine vultum ("Noto vola con il terribile volto coperto di caligine nera", letteralmente "coperto quanto al volto...")Ovidio, Metamorfosi, I, vv. 264-265.; miles fractus membra labore ("un soldato ... con le membra sfiancate dalla fatica")Orazio, Satire, I, v. 5.; altri esempi con saucius "ferito".
L'accusativo alla greca in italiano Posto che l’influsso greco sulla lingua italiana si è esercitato soprattutto sul lessico, l’accusativo di relazione rappresenta un isolato fenomeno di grecismo sintattico, mediato in ogni caso dal latino letterario per lo più di epoca augustea. Per tale ragione l’accusativo alla greca in italiano è raro: si diffonde nel linguaggio poetico neoclassico ed è impiegato quasi solo in poesia da autori che maggiormente si richiamano alla classicità.
Un primo esempio è già in Gabriello Chiabrera (1552-1638): "le Ninfe [...] sulle piagge erbose / menino danze i puri seni ignude"Poesie liriche di Gabbriello Chiabrera, Tomo III, Londra, 1781, p. 42: sonetto XLII, vv. 9-11.. Ma l'esempio più noto è il manzoniano "Sparsa le trecce morbide / sull'affannoso petto" (Adelchi, atto IV, secondo coro), in cui l'aggettivo o participio sparsa è concordato al femminile singolare con la persona che viene descritta (la pia, cioè Ermengarda), mentre il complemento di limitazione è espresso dalle trecce morbide, che rappresenterebbe l'accusativo (senza alcuna preposizione: l'unico modo per segnalare l'accusativo in una lingua priva di declinazione dei casi, come l'italiano). Si osservi che la medesima costruzione è presente nelle espressioni coordinate immediatamente seguenti: lenta le palme ("con le mani rilassate") e rorida di morte il bianco aspetto ("con il pallido volto rorido di morte"). Un esempio è anche nel coro dell'atto III: "Ansanti li vede, quai trepide fere, / irsuti per tema le fulve criniere" (ossia, i Longobardi "con le fulve capigliature irte per la paura").
Negli stessi anni, sempre in contesto poetico elevato, il costrutto ricorre nel Leopardi delle Canzoni, con tre esempi coordinati: "[Simonide] di lacrime sparso ambe le guance, / e il petto ansante, e vacillante il piede, / toglieasi in man la lira" (All'Italia, vv. 81-83). Ma è notevole l'occorrenza del Manzoni nella prosa dei Promessi Sposi: "andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d'ampi zendali" (capitolo XXXII; il tratto stilistico insolitamente sostenuto è qui coerente con la digressione storica della peste, argomento tragico in senso retorico). Il costrutto ricorre spesso, più prevedibilmente, nel linguaggio superbamente classicheggiante delle poesie del Carducci: "i bei giovenchi dal quadrato petto, / erti sul capo le lunate corna" (Alle fonti del Clitumno, vv. 17-18); "Ma su' dischiusi tumuli per quelle / chiese prostesi in grigio sago i padri, / sparsi di turpe cenere le chiome / nere fluenti" (La chiesa di Polenta, vv. 41-44); «O tu azzurro il crine e il dosso / bel cavallo, a me, a me!» (La moglie del Gigante, vv. 13-14); "Garzoni e donne a schiera / verranno a te, fiorite i lunghi crini / d'aulente primavera" (In morte di Giovanni Cairoli, vv. 46-48); "le fiere vergini / attorte in nere bende la fulvida / chioma" (Cadore, vv. 137-139).