Il divario digitale (dall'inglese digital divide) è il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell'informazione (in particolare personal computer e Internet) e chi ne è escluso, in modo parziale o totale; oppure, secondo un'immagine più antiquata, il divario tra coloro che possono usufruire pienamente della tecnologia digitale e coloro che nelle applicazioni concrete si trovano ancora in epoca analogica. I motivi di esclusione comprendono diverse variabili: condizioni economiche, livello d'istruzione, qualità delle infrastrutture, differenze di età o di sesso, appartenenza a diversi gruppi etnici, provenienza geograficaRice, 2002, p.105-129. Oltre a indicare il divario nell'accesso reale alle tecnologie, la definizione include anche disparità nell'acquisizione di risorse o capacità necessarie a partecipare alla società dell'informazione: nei paesi industrializzati, specie fra le fasce più giovani della popolazione, il divario nell'accesso alla rete è infatti ormai quasi del tutto colmato e si apre invece un divario digitale di secondo livello basato sulle modalità di fruizione. Il termine "divario digitale" può essere utilizzato sia per riferirsi ad un divario esistente tra diverse persone, o gruppi sociali in una stessa area, che al divario esistente tra diverse regioni di uno stesso stato, o tra stati.

A partire dagli anni Duemila, la letteratura ha progressivamente ampliato il concetto di divario digitale, distinguendo tra diversi livelli di disuguaglianza. Il primo livello riguarda l’accesso materiale alle tecnologie digitali, cioè la disponibilità di dispositivi, connessioni e infrastrutture. Il secondo livello riguarda invece le differenze nelle modalità d’uso e nelle competenze digitali tra coloro che hanno già accesso alle tecnologie. Il sociologo Paul Attewell ha distinto tra un primo divario, centrato sull’accesso, e un secondo divario, legato all’uso dei computer e alle condizioni sociali, educative e familiari che influenzano tale uso. In modo affine, Eszter Hargittai ha definito il divario digitale di secondo livello come l’insieme delle differenze nelle competenze online e nella capacità di cercare, valutare e utilizzare informazioni in rete.

Un ulteriore sviluppo è rappresentato dal cosiddetto terzo livello del divario digitale, che non si limita né all’accesso né alle competenze, ma riguarda le disuguaglianze nei benefici sociali, economici, culturali e politici che gli individui riescono a ottenere dall’uso delle tecnologie digitali. In questa prospettiva, utenti con livelli simili di accesso e competenze possono comunque ricavare vantaggi differenti dall’uso di Internet e delle tecnologie digitali, a seconda della loro posizione sociale e delle risorse disponibili. Massimo Ragnedda ha concettualizzato questo livello come il divario tra chi riesce a trasformare l’uso delle tecnologie digitali in migliori opportunità di vita e chi, pur utilizzandole, non ottiene benefici comparabili.

In relazione a questi sviluppi, è stato proposto anche il concetto di capitale digitale. Ragnedda e Maria Laura Ruiu lo definiscono come una forma di capitale che comprende sia l’accesso alle tecnologie digitali sia le competenze necessarie per utilizzarle efficacemente. Il capitale digitale è considerato cumulabile e convertibile, poiché può interagire con altre forme di capitale, come quello economico, culturale e sociale, contribuendo alla produzione o alla riduzione delle disuguaglianze sociali.

In relazione a questi sviluppi, è stato proposto anche il concetto di capitale digitale. Ragnedda e Ruiu lo definiscono come una forma di capitale che comprende sia l’accesso alle tecnologie digitali sia le competenze necessarie per utilizzarle efficacemente. Il capitale digitale è considerato cumulabile e convertibile, poiché può interagire con altre forme di capitale, come quello economico, culturale e sociale, contribuendo alla produzione o alla riduzione delle disuguaglianze sociali.

Molto tempo è trascorso da quando il termine divario digitale fu inizialmente coniato, tanto che l'«emarginato digitale» non si può più circoscrivere oggi entro il limite di chi non ha la possibilità di accedere alla rete in quanto privo dell'infrastruttura di base oppure degli strumenti idonei per accedervi. Di conseguenza, ai veloci progressi tecnologici che si sono succeduti nel corso degli anni, la definizione di «emarginato digitale» deve essere necessariamente ampliata fino ad abbracciare, oltre ai casi appena descritti (mancanza di infrastrutture e/o strumenti che consentano l'accesso alla rete) anche chi non è in grado di gestire le proprie attività digitali, né le tecnologie. Oggi, «emarginato digitale» è chi non ha le conoscenze culturali e/o le abilità critiche per vivere in modo pieno e soddisfacente la propria cittadinanza digitale. Pertanto, l'«emarginato digitale» ha anche difficoltà a vivere la democrazia nell'ambito della società, sia per quanto concerne lo svolgimento dei propri doveri che l'esercizio dei propri diritti. Sulla base di ciò, se un tempo l'esperto informatico non poteva in nessun modo essere considerato un emarginato digitale, oggi questa cosa potrebbe non essere più acclarata.

Descrizione Origine e uso del termine Il termine è apparso per la prima volta all'inizio degli anni novanta negli Stati Uniti, in alcuni studi che indicavano come il possesso di personal computer aumentasse solo per alcuni gruppi etnici. Il concetto di divario digitale è poi entrato nell'uso comune, quando il presidente democratico americano Bill Clinton e il suo vice Al Gore, lo hanno utilizzato durante un discorso tenuto nel 1996 a Knoxville, in Tennessee. In quell'occasione, l'amministrazione statunitense ha sottolineato la disparità di accesso ai servizi telematici tra la popolazione del paese.

Il problema ha sensibilizzato anche la parte repubblicana della politica statunitense, alla luce dei pericoli che il divario digitale comporta:

Nonostante all'origine sia stato presentato come un problema interno al contesto americano, oggi è più comune definire il divario digitale in una prospettiva globale, considerando le disparità tra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo. Le analisi sull'argomento sono tuttavia orientate ad entrambe le prospettive, nazionali e transnazionali.

Visione critica globale

Nel 1993 gli utenti di Internet nel mondo erano circa 2 milioni; nel 2002, in meno di dieci anni, si stima fossero arrivati a 580 milioni; di questi 580 milioni, 166 erano negli Stati Uniti, 414 negli altri paesi complessivamente, Carol Lipson, Michael Day. Introduction, pagina 10..

Il tema del divario digitale è così entrato prepotentemente tra le priorità di organizzazioni internazionali, governi ed aziende multinazionali:

È nel gennaio del 2000 che il divario digitale cessa di essere un problema esclusivamente statunitense per diventare un problema dell'intero pianeta. A Davos, durante l'incontro annuale del World Economic Forum, sono numerosi gli interventi che segnalano l'esistenza di una disparità nella diffusione delle tecnologie dell'informazione e la necessità di provare a superare questo divario. È indubbiamente preoccupante che a porre il problema in maniera più pressante sono i leader di alcune grandi multinazionali durante un incontro simbolo della propagazione delle tesi della globalizzazione coniugate al libero mercato.

In ogni caso, a Davos viene creata la prima Task Force, «Bridging the Digital Divide Task Force», nell'ambito dell'iniziativa del WEF «Global Digital Divide Initiative» alla quale parteciparono molti gruppi dell'high tech (per esempio America Online, eBay, Microsoft Corporation, Mitsubishi Electric, Motorola, MTV Networks, Siemens, Sony, Sun Microsystems, Toshiba).

Cause e conseguenze del divario digitale

Le cause del divario digitale dipendono da diversi fattori socioeconomici e introducono effetti che sono tuttora oggetto di studio. Una delle cause maggiormente condivise è di carattere economico. Nei paesi in via di sviluppo, ampie fasce della popolazione non sono in grado di accedere alle tecnologie per motivi di reddito: per molti è semplicemente impossibile acquistare un computer o pagare un abbonamento telefonico per utilizzare internet.

La spiegazione economica, però, non sembra sufficiente a delineare la questione in modo chiaro e completo. Altri fattori che contribuiscono a accentuare il divario digitale possono essere: l'assenza di infrastrutture di base (linee telefoniche standard, soprattutto nel caso dei paesi più poveri) o più avanzate (banda larga); l'analfabetismo informatico degli utenti, sia riguardo all'uso del computer, sia riguardo alle potenzialità di Internet; altri fattori tra cui l'appartenenza a determinati gruppi etnici, le differenze di età e di genere e il livello di educazione possono determinare squilibri nell'accesso alle tecnologie.

Nei paesi sviluppati a frenare gli operatori nel portare la banda larga ovunque nella rete di accesso e progressivamente estenderne l'ampiezza sono i costi elevati di investimento, spesso non sostenibili, cioè non giustificati da adeguati ritorni economici in termini di redditività per l'operatore stesso, come accade ad esempio in zone scarsamente abitate.

Wireless locale loop

I ponti radio sono una tecnologia privilegiata e a basso costo per portare la banda larga nelle zone a fallimento di mercato, dove gli operatori di telefonia non sono disposti ad investire.

Tuttavia, le reti quantistiche, la crittografia quantistica e post-quantistica, futuro delle reti Internet e della crittografia a chiave asimmetrica, necessitano di fotoni che viaggiano su fibra ottica. Tali tecnologie non sono supportate dalle reti wireless.

Situazione in Italia

La minitrincea (soluzione tutta italiana), palificazione aerea e No-Dig leggero, sono le tecniche più semplici e meno costose per portare la fibra ottica nei piccoli centri e nelle zone remote o rurali, dove gli operatori privati non hanno interesse economico a rischiare e investire, senza l'intervento statale.

Al 2023, l'Italia è posizionata al venticinquesimo posto in Europa per la copertura FTTH, mentre solo il 7.3% del territorio è raggiunto dalla tecnologia 5G stand-alone (vale a dire non appoggiata alla precedente tecnologia 4G).

Secondo l'FTTH Market Panorama Report by Country dell'FTTH Council Europe, al 2023 la copertura ha raggiunto il 59% del mercato, pari a 15.5 milioni di unità abitative, con un tasso di penetrazione del 16%. Per quanto riguarda l'adozione, gli utenti che hanno sottoscritto un contratto ultrabroadband sono passati da 3,26 milioni nel 2022 a 4,18 milioni nel 2023.

La copertura ADSL italiana e il divario digitale In Italia il divario digitale si può individuare nell'esclusione di milioni di cittadini dal collegamento veloce ad Internet garantito dalla tecnologia DSL, chiamato anche banda larga.

Al 2023, il 22% delle linee italiane attive è in fibra ottica, contro il 66% della Francia e l'88% della Spagna.

Alternative ai servizi DSL e tramite fibra ottica In Italia le connessioni residenziali maggiormente diffuse utilizzano tecnologie DSL o tramite fibra ottica. Esse offrono una qualità di servizio spesso superiore alle alternative, che comunque hanno il pregio di garantire una copertura maggiore. Un quadro della situazione può essere riassunto come segue: vi sono zone dove sono presenti servizi DSL o tramite fibra ottica, connessioni relativamente stabili e a prezzi accessibili, via cavo; località dove i suddetti servizi non sono presenti o lo sono con limitazioni di copertura e/o velocità di connessione; in questi casi potrebbero essere disponibili alternative come una connessione dial-up a 56 kbit/s, una satellitare uni o bidirezionale o tramite la copertura della rete telefonica cellulare.

Purtroppo in molti casi queste alternative non assicurano un servizio di qualità equivalente: