I Gherardini di Montagliari (o di Toscana)Titoli: Patrizi Veneti, Marchesi di San Polo d'Enza, Marchesi di Castelnuovo de' Gherardini, Marchesi di Bazzano, Scurano e Pianzo, Patrizi di Reggio nell'Emilia, Signori di Montagliari. Dall'Albo d'Oro della nobiltà italiana del Regno d'Italia, a cura del Ministero dell'interno, 1930 sono una famiglia storicamente rilevante nelle vicende toscane tra il IX e il XIV secolo, nelle vicende venete ed emiliane tra il XVI e il XVIII secolo, e nel risorgimento italiano. Furono de' Grandi di Firenze.

Si tratta di una famiglia che ha suscitato la curiosità di numerosi storici del Medioevo per la sua indole irrequieta e combattiva. Proveniente dalla tradizione feudale, fu una delle famiglie fondatrici della Repubblica fiorentina e una delle colonne dell'antica aristocrazia repubblicana che resse Firenze del X e XI secolo sino a quando venne duramente bandita dalla città al mutare degli assetti politici, ai primi segni della futura Signoria. Dante Alighieri, nella sua Divina Commedia, la collocò nel V Cielo del Paradiso, quello di Marte, tra gli "spiriti militanti".

Dopo il suo esilio dalla Toscana nel XII secolo (conflitto tra guelfi e ghibellini) ha proseguito nella sua vocazione feudale/assembleare (ostile ai poteri assoluti, monarchici o religiosi) nella Repubblica di Venezia e in alcuni feudi sopra gli Appennini. La sua autonomia politica, infine, cessa proprio a causa di una delle maggiori espressioni assolutistiche europee: il regime napoleonico. Da qui, presumibilmente, il suo interesse a sostenere il processo unitario italiano.

Il loro simbolo è un'arme di rosso a tre fasce di vaio, che nel Seicento fu inquartato con l'aquila imperiale. è stato così mantenuto dai discendenti. Appartiene a questa famiglia il più antico sepolcro cavalleresco in Toscana (nella Pieve di Sant'Appiano) e il simbolo più alto della resistenza contro mercantilismo fiorentino (il castello di Montagliari):

Origini

Secondo i più recenti studi universitari, con l'appellativo di «nepotes Ceci»In tal senso, si vedano gli studi di Enrico Faini: "I Gherardini e gli Amidei sono, per la prima metà del XII secolo, due rari esempi del coinvolgimento nell'alta società cittadina di stirpi dotate di una certa concentrazione di possessi campagnoli. Con ogni probabilità le due famiglie derivarono da un unico gruppo parentale denominato nei primi decenni del secolo XII «nepotes Ceci»". Enrico Faini, Uomini e famiglie nella Firenze consolare, Firenze 2009, p. 23 fondarono la Chiesa di San Piero a Ema (con Gaifredo) nell'anno 856. Di loro già si parla in documenti conservati nella chiesa di San Miniato in riferimento proprio a una diatriba risolta dal Marchese di Toscana (Bonifacio di Canossa) sull'affidamento del rettorato di quella chiesa. Feudatari nel Chianti e nella Valdelsa, s'inurbarono anche a Firenze nel X secolo. Cominciarono a prestare attenzione alle vicende cittadine quando il sistema di potere di Matilde di Canossa entrò in crisi nel 1115, dando subito diversi consoli (consul civitatis) alla neonata Repubblica fiorentina. La Torre dei Gherardini si trovava vicino al ponte Vecchio e venne inglobata nel Palazzo Bartolommei-Buschetti. Prima della seconda guerra mondiale era ancora visibile ergersi dai tetti, ma fu rasa al suolo dalle mine tedesche dell'agosto 1944. La loro loggia, nei pressi della Chiesa di Santo Stefano al ponte (da loro edificata), venne distrutta a metà Ottocento dai lavori che interessarono il centro di Firenze divenuta Capitale.

Gherardini, provenienti dalla tradizione feudale, presero parte alla costituzione delle Repubblica mantenendo fino all'ultimo i loro diritti nei possedimenti fuori dalla città (Castelli di Montagliari; Berardenga-Lucignano; Linari; Montaguto; Montefioralle; Montecorboli e Bonsi i più importanti). Due secoli dopo furono in prima linea nelle contese tra guelfi e ghibellini e poi tra guelfi bianchi e neri, trovandosi tra i capi della fazione dei "bianchi" assieme alla famiglia dei Cerchi. Si opposero a quelle trasformazioni che poi avrebbero determinato la nascita della Signoria.

Quando i guelfi bianchi vennero cacciati dall'intervento di Carlo di Valois, i Gherardini si trasferirono in gran parte a Verona, con molti altri banditi dalla città, tra cui Dante Alighieri. Successivamente si trasferirono anche a Venezia.

Tra i più noti esponenti di spicco della famiglia di quel periodo si cita: Gherarduccio Gherardini (la cui lapide nella Chiesa di Sant'Appiano è il più antico sepolcro cavalleresco in Toscana), Noldo Gherardini, Cece Gherardini, Vanne e Bernardino Gherardini, Lotteringo Gherardini, Cione Gherardini detto "il Pelliccia" e Andrea Gherardini "lo Scacciaguelfi".Si vedano autori classici come il Capponi, Compagni o Machiavelli, citazioni dello stesso Alighieri o ricerche storiche universitarie come quelle di Faini o Pirillo. Gli ultimi studi universitari stanno rivedendo molte posizioni classiche o le integrano con maggiore rigore e precisione, ad esempio, secondo uno studio sulla documentazione dell'epoca medioevale condotta da Enrico Faini dell'Università di Firenze, seguito dagli storici universitari prof. Jean-Claude Maire Vigueur e prof. Andrea Zorzi ("Il gruppo dirigente fiorentino nell'età consolare", in "Archivio Storico", CLXII (2004), pp. 210), è più chiaro quali fossero effettivamente le famiglie dell'antica nobiltà signorile che si inurbarono a Firenze tra il 1000 e il 1100: erano poco più di una decina: Amidei; Ardinghi; Brunelleschi; Buondelmonti; Caponsacchi; Donati; Fifanti; Gherardini; Guidi; Nerli; Porcelli; Scolari; Uberti; Visdomini. Cece Gherardini si oppose con insistenza alla guerra della Repubblica fiorentina contro Siena. di come egli pagò multe su multe per poter rimostrare la propria contrarietà all'impresa. Si fermò solo quando la pena per la sua accesa insistenza fu elevata al "taglio della testa"Guido Monaldi, 1835. Interessante la ricostruzione dell'accaduto che fece anche Indro Montanelli in Dante ed il suo secolo. L'episodio è trattato anche da numerosi autori classici come ad esempio il Capponi in Storia della Repubblica di Firenze o in testi sulla storia di questa famiglia. Partecipò comunque alla guerra alla quale si era opposto e fu uno dei dodici comandanti dell'esercito fiorentino nella battaglia di Montaperti combattuta contro i Senesi il 4 settembre 1260, dove morì.

Studi universitari confermano sia la centralità di questo lignaggio magnatizio nella storia medievale fiorentina, sia la fama di irriducibili che si erano conquistati sul campo, testimoniata dalle statistiche "record" sulle multe e le condanne che afflissero questa famiglia in quel periodo. Una schiatta, quella dei Gherardini, la cui reputazione - secondo la storica Christiane Klapisch-Zuber - era di essere “fomentatori di disordini”, “dallo scarso zelo nella partecipazione della vita pubblica”, “bellicosa ed incivile”. Questo carattere profondamente indipendente rispetto alle ritualità dei poteri cittadini, dovette essere alla base della loro decisione di non sottostare alle nuove regole del nascente Comune di Firenze (come gli Ordinamenti di giustizia), e alla loro ostinata resistenza a cambiare nome per evitare i costi economici e politici che il Comune imponeva a chi rimaneva ancorato alla vecchia Repubblica e alla propria autonomia aristocratica (di "grande"). Ciò spiega anche la quantità di condanne a loro inflitte e l'ardore col quale Firenze li combatté distruggendo, ove possibile, i loro beni.Così Christiane Klapisch-Zuber (direttrice d'études all'École des hautes études en sciences sociales ed una delle maggiori studiose del Medioevo italiano) in "Ritorno alla politica. I magnati fiorentini 1340-1440" edizioni Viella, 2009. Pagg. 206, 236, 238. Tant'è che esistono luoghi in Toscana dove si celebrano feste in ricordo di quelle lotte, a favore o contro questa famiglia. A Panzano in Chianti, ad esempio, si celebra annualmente l'impiccagione di un Gherardini che fu coinvolto in una faida contro i signorotti del luogo, i Firidolfi che di lì a poco, contrariamente ai Gherardini, sposarono le nuove regole comunali modificando nome e adeguando il proprio status, con i relativi benefici economici.

Il sistema difensivo

Il sistema difensivo dei Gherardini era a forma di piramide con i primi centri di avvistamento nei pressi delle mura meridionali di Firenze, da Marignolle sino all'Impruneta. Quindi proseguiva sino alle fortezze principali di Montagliari e Montaguto nei pressi dell'odierna Greve in Chianti e, in asse ad occidente, alla fortezza di Linari nei pressi di Barberino Val d'Elsa. Un territorio che durante la guerra civile fiorentina dei primi del Trecento divenne totalmente ostile ed impraticabile alle forze della Repubblica fiorentina ed a qualsiasi passaggio commerciale.“I Gherardini ed il Castello di Montagliari”, Giuseppe Corazzini, Ed. Landi, Firenze 1897

Il sistema collassò con l'offensiva dei fiorentini nel 1302. Dopo un assedio, sia Montagliari che Montaguto vennero totalmente rasi al suolo e la Repubblica stabilirà la perpetua inedificabilità del luogo (editto violato dai Gherardini, in tempi più favorevoli, nel 1632, con la costruzione della cappella).

La parte occidentale della struttura difensiva resistette invece alla guerra, sia perché sollevata dalla presenza di Andrea Gherardini a quell'epoca a capo dell'esercito pistoiese, sia per la maggior forza che i Gherardini avevano in Valdelsa e lungo la via Francigena.

Pochi anni dopo anche l'imperatore Arrigo VII tentò di sradicare questa famiglia dalla Valdelsa. Impresa riuscita solo parzialmente perché comunque il castello di Linari, guidato da Vanne Gherardini, resistette all'assedio dell'estate del 1313. Con la morte di Gherarduccio Gherardini nel 1331 (sepolto a nella pieve di Sant'Appiano, nei pressi di Linari), la famiglia perse l'ultimo grande comandante ad anche quegli ultimi possedimenti caddero progressivamente.Per approfondimenti sul Castello di Linari e Vanne dé Gherardini, si veda anche “Storia di Poggibonsi” di Francesco Pratelli - Lalli Editore. Poggibonsi, 1990.

La Guerra civile e i primi esodi

Di rilievo per la storia di Firenze si cita la menzionata campagna militare dei primi del Trecento che vide contrapposti la Repubblica fiorentina contro i Gherardini che in quel momento capeggiavano con i Cerchi la fazione dei guelfi bianchi, la quale ospitava sia nobiltà più antica di origine feudale, come loro, sia altri interessi e rappresentanze, tutti comunque avversi al rafforzamento della nobiltà cittadina e mercantile che cercava la propria autonomia con i favori del papato. Il capofamiglia di allora, Naldo Gherardini, fu tra le "teste calde" confinate lontano dalla città nell'estate del 1300Dino Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi.. Lo scontro armato culminò poi alcuni provvedimenti presi da Cante Gabrielli che portarono all'esilio gran parte dei Gherardini e loro alleati (tra cui Dante Alighieri). Lo scontro armato proseguì nel Pistoiese dove Andrea Gherardini il "Cacciaguelfi" (in quel momento Capitano del Popolo di Pistoia) resse il confronto con i fiorentini i quali allora si spostarono nel Chianti cercando di sradicare i Gherardini dai loro possedimenti più antichi. Lo scontro culminò nell'agosto del 1302, con la caduta di Montagliari che determinò il terzo esodo di gran parte dei Gherardini (e di altre famiglie della fazione ribelle) verso Verona (allora sotto l'impero).

I fiorentini si accanirono con ferocia anche sulle costruzioni dei Gherardini e sulle testimonianze che potessero recarne traccia, sia nel contado, ma soprattutto in città. Come visto, rimasero in piedi pochi castelli, perlopiù in Val d'Elsa, zona nella quale i Gherardini mantenevano ancora influenza politica. Ma il colpo subito fu durissimo e segnò una svolta. Già la precedente cacciata dei Ghibellini, mezzo secolo prima, portò alcuni Gherardini nel Veronese e nei pressi di Rovigo (si riunirono successivamente).