La filologia (, composto da φίλος, phìlos, "amante, amico" e λόγος, lògos, "parola, discorso") è un insieme di discipline che studia i testi di varia natura (letterari, storici, politologici, economici, giuridici ecc.), da quelli antichi a quelli contemporanei, per ricostruire la loro forma originaria con l’analisi critica e comparativa delle fonti che li testimoniano e pervenire, con varie metodologie d'indagine, a un’interpretazione che sia la più corretta possibile.
Il filologo italiano Alberto Varvaro evidenzia come qualsiasi testo, sia scritto sia orale, inerente a qualsiasi sapere, può e dev'essere trattato con gli strumenti della filologia. La filologia dunque non identifica un ambito d'indagine, ma un metodo.
Definizioni
Il dibattito definitorio Di fatto, non è facile dare una definizione univoca di ciò che è la filologia, perché è una disciplina dai molteplici aspetti avendo assunto significati e scopi differenti presso i singoli studiosi dall'antichità a oggi. La filologia è stata e ancora oggi può essere intesa anche come: gli studi letterari ed eruditi, nel loro complesso; gli studi storici, in senso lato, in contrapposizione al pensiero filosofico; l'insieme degli studi e delle ricerche che, basandosi sull'analisi dei testi, dei documenti e delle varie testimonianze, si propone di fornire una corretta interpretazione e sistemazione di un problema storico o contemporaneo; la scienza che studia l'origine e la struttura di una lingua; in questo significato viene a coincidere con alcuni settori della linguistica; in senso esteso: l'insieme delle discipline che si propongono la conoscenza, la ricostruzione e la corretta trattazione sotto ogni aspetto di uno o più saperi; la parte della critica artistica che, mediante questa metodologia d'indagine, ha come fine la comprensione e l'attribuzione di un'opera d'arte, la sua datazione e la conoscenza della sua genesi e delle intenzioni dell'artista nel produrla; gli studi filologici fioriti in una certa epoca, in una certa cultura, presso una certa scuola filologica; l'insieme dei filologi che rappresentano una determinata scuola filologica.
La figura del filologo
Il termine filologo, derivato dal latino philŏlŏgus, a sua volta dal greco φιλόλογος philòlogos, presso gli antichi Greci e Latini indicava lo studioso amante della dottrina e dell'erudizione, in particolare storico-letteraria. Presso gli antichi Greci fu usato, soprattutto all'inizio, con significati talvolta molto diversi: ‘chi è amante del parlare’, ‘studioso, erudito, esperto di letteratura’ (già nel Cratilo di Platone), ‘critico’ (perché in grado di cogliere l'effettivo valore dei singoli poeti).
I Greci, più che di ‘filologia’ come disciplina specifica, all'inizio parlarono di ‘grammatica’ (γραμματική) e di ‘critica’ (κριτική). Si può dire che la consapevolezza dei Greci, nei confronti della necessità di metodologie specifiche per l'analisi dei testi poetici e no, andò di pari passo con i progressi nell'approfondimento teorico sull'essenza della propria lingua, della poesia e dell'arte poetica e drammatica.
Già Eraclide Pontico (IV secolo a.C.), allievo di Platone, già noto nell'antichità per le sue geniali scoperte astronomiche, scrisse numerosi dialoghi sulla vita e i tempi di Omero e di Esiodo, su Archiloco, sulla tragedia e sulla storia della poesia. Il genio di Aristotele, nella Poetica e non solo, portò un contributo determinante, anche se con un fine quasi soltanto filosofico, a liberare la poesia dalla condanna platonica, a valorizzare la tragedia, la storia della cultura e dell'arte.
Un grande filologo che si affermò in Italia fu Francesco Petrarca, grazie allo studio degli scritti antichi di Virgilio, Seneca e molti altri.
Attività del filologo Il filologo studia i testi nella loro evoluzione storica, ricercandone modifiche e cambiamenti. Il trapasso tecnologico tra rotolo, codice, pergamena e carta provoca una necessaria selezione dei testi da riversare nei nuovi supporti, portando a scelte inevitabili dettate dall'interesse e dall'utilità del testo in questione all'epoca; così, molte opere si perdono perché non più riprodotte.
Il procedimento filologico consiste nel tentare di risalire con criteri meccanico-probabilistici e linguistico-formali alla forma originaria di un testo, inevitabilmente corrotta dalla serie di copie che lo hanno tramandato dall'antichità a oggi.
È poi necessario riscoprire il significato originario del testo, e l'intenzione dell'autore. Il filologo deve perciò conoscere in modo approfondito storia e lingua della civiltà nel contesto di studio, e deve avere accesso a fonti e documenti delle epoche in esame, per poter restaurare in modo corretto l'interpretazione di un passo, una parola o un'opera, argomentando la scelta fatta.
Lo studio filologico dei testi I testi considerati rappresentativi di una civiltà, come, per esempio, le opere di Omero, di Virgilio, la Bibbia, in genere, le opere letterarie di vaglia di ogni epoca sono stati e sono oggetto di accurate ricerche filologiche, poiché in ogni tempo si è ritenuta essenziale la loro trasmissione e interpretazione corretta e fedele.
Quasi tutti i testi di qualche antichità, quelli tramandati prima dell'invenzione della stampa, hanno posto problemi di ricostruzione e di interpretazione, talvolta risultati tuttora insolubili. In moltissimi casi è tuttavia possibile ricostruire lo stato e il significato originari di un testo.
Il filologo, per potere tentare di restituire lo stato originario ad un testo lacunoso o corrotto, o d'interpretarne in modo corretto un passo o una singola parola, deve conoscere profondamente la civiltà, la storia della civiltà e la lingua dello scrittore, e deve avere accesso alle fonti e ai documenti della sua epoca. Di qui la complessità della preparazione di chi intende svolgere una ricerca filologica.
L'interpretazione allegorica La lettura di un testo, di poesia o in prosa, e la sua interpretazione, cioè la collocazione critica e la comprensione delle azioni, dei personaggi e degli avvenimenti che descrive, possono essere condotte spiegando il testo “alla lettera”, oppure intravedendovi “segni sottostanti” di significati volutamente nascosti dall'autore, che vanno cercati e individuati “oltre”, “al di là” del testo. Nell'esegesi si distinguono pertanto diversi generi di interpretazione: letterale, allegorica (dal termine allegoria), simbolica, e anche, specialmente per i testi religiosi come la Bibbia, tropologica (o morale) e anagogica (in cui ciò che è trattato viene inteso come allusione simbolica al contemplato mondo soprannaturale).
Già nel VI secolo a.C., in età preplatonica, Teagene di Reggio tentò, sembra per la prima volta, di applicare all'esegesi omerica l'interpretazione allegorica, ed essa fu adottata nei secoli successivi soprattutto dal pergameno Cratete di MalloFausto Giordano. Introduzione, in Gino Funaioli, Lineamenti di una storia della filologia attraverso i secoli. pp. XXII-XXIII..
Con il Cristianesimo e con il conseguente vistoso aumento del numero dei commenti biblici, si assisté fino alla fine del Medioevo, nell'esegesi di qualunque testo, ad una generalizzazione, accanto alla letterale, dell'uso dell'interpretazione allegorica, spesso accompagnata dalla anagogica. Basti pensare al significato attribuito a certi passi di Virgilio e alla figura di “annunciatore” del Cristianesimo riservata a lungo allo stesso Virgilio, e ancora ben presente nella Divina Commedia dantesca.
Con l'Umanesimo si ebbe una reazione e, per l'esegesi dei testi non religiosi, il metodo fu avversato e abbandonato.
Branche Stabilito che i loro oggetti di studio sono i testi scritti in una lingua data e considerati, sotto ogni aspetto, come parte integrante della relativa civiltà, gli studi filologici si dividono in varie branche.
Tra queste: la filologia classica, per il greco antico e il latino la filologia italica, per le lingue e le civiltà dell'Italia antica preromana e romana la filologia bizantina, per il greco bizantino la filologia romanza, per le lingue neolatine, ossia derivate dalle varie forme di latino volgare, in uso nelle varie regioni dell'Impero romano; dall'area romanza discendono le varie filologie nazionali d'area, ovvero la filologia italiana, la filologia francese, la filologia ispanica, eccetera la filologia germanica, per le varie lingue germaniche antiche e moderne la filologia slava, per le lingue slave, derivate dalla lingua proto-slava la filologia ugro-finnica, per la lingua ungherese e le lingue finniche la filologia semitica, per le lingue semitiche dell'antica Mesopotamia, l'ebraico antico e moderno, e le varie lingue arabe altre filologie come la celtica, la baltica, l'iranica, l'armena
Di recente acquisizione teorica sono la filologia cognitiva, che si occupa dell'applicazione alla filologia delle categorie della psicologia e della linguistica cognitiva, la filologia testuale, che si prefigge di garantire la ricostruzione e l'interpretazione autentica di qualsiasi branca del sapere, e la filologia materiale, che esamina le caratteristiche fisiche dei manoscritti e il contesto in cui sono stati prodotti.
Storia Gli alessandrini Il primo studio filologico sistematico e scientifico dei testi letterari, cioè il costituirsi della filologia come scienza autonoma, risale in particolare al periodo ellenistico, che propriamente si estende dalla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) alla battaglia di Azio (31 a.C.), e soprattutto all'opera dei filologi della Biblioteca di Alessandria d'Egitto e della Scuola di Pergamo, volti a ristabilire, ad analizzare sotto l'aspetto grammaticale e retorico, e a interpretare, editare e commentare i testi delle opere letterarie precedenti che, come nel caso dei poemi omerici, presentavano numerosi problemi linguistici e culturali, nonché varianti, e dunque ‘corruzioni’, nella trasmissione scritta. Nel periodo ellenistico più della creatività artistica imperava lo spirito di analisi scientifica, che coinvolse tutte le scienze con un rigore generalizzato, sconosciuto alle età precedenti.
La Biblioteca di Alessandria, fondata da Tolomeo II nel 284 a.C. e sempre più valorizzata dai successivi sovrani, e l'altra costruita accanto, detta Serapeo, costituirono, soprattutto nel III secolo a.C. fino a circa la metà del II, un centro di studi di altissimo valore filologico ed esegetico, oltre che di fisica, matematica, geometria, geografia, filosofia, medicina, tanto che vi fu raccolta la collezione di testi letterari, filologici e scientifici più ricca dell'antichità. Nel I secolo a.C. le due Biblioteche contenevano 700.000 manoscritti. Quando, in età cesariana, nel 47 a.C., un incendio distrusse gran parte della Biblioteca del Museo, andò perduto un numero incalcolabile di manoscritti. Ma la perdita più grave fu quando nel III secolo d.C. un nuovo incendio distrusse tutto il complesso.
Tra i filologi più famosi che operarono presso la Biblioteca sono da ricordare Zenodoto (prima metà del III secolo a.C.), che fu il primo Bibliotecario, il poeta Callimaco (circa 310 - 240 a.C.), il poeta Apollonio Rodio (circa 295 - circa 215 a.C.), lo scienziato Eratostene di Cirene (276/272 - 196/192 a.C.), che fu il primo greco che si attribuì il titolo di filologo, il geniale Aristofane di Bisanzio (circa 257 - 180 a.C.), il cui nome è legato a edizioni critiche di Omero, Esiodo, Pindaro, dei tragici greci, delle Commedie di Aristofane), Aristarco di Samotracia (216 - 144 a.C.), uno dei più grandi, che studiò criticamente Omero, i lirici greci, Pindaro, i tragici, e Dionisio Trace (seconda metà del II secolo a.C.), il quale, in seguito alle persecuzioni di Tolomeo VIII, dovette spostare il centro dei suoi studi da Alessandria a Rodi.