Biografia Infanzia
Elisabetta (o Elisa) Teotochi, detta poi anche Bettina o Isabella nasce sull'isola di Corfù, allora possedimento greco della Serenissima Repubblica di Venezia, nel 1760, forse il 16 giugnoDue sono i documenti, conservati nella Biblioteca Comunale di Verona, che riportano le informazioni desunte dal libro della chiesa di Sant'Antonio: nel primo, redatto in greco e corredato di traduzione, si legge: «1760 ultimo Aprile [...] il padre le diede nome Elisabetta»; nel secondo, datato 1807, troviamo invece scritto: «1760. Millesettecento sessanta. Sedici giugno. Ho battezzato io sottoscritto Cappellano della chiesa di S. Antonio una fanciulla [...] e venne nominata Isabella» Il 16 giugno pare in effetti essere la data esatta di nascita, riportata anche nell'iscrizione tombale presente nella chiesetta delle Grazie a San Trovaso di Preganziol (TV). Il nome Isabella è forse un adeguamento dell'anonimo all'onomastica ormai diffusa nell'anno in cui scriveva. Cfr. .
Le poche notizie sulla sua adolescenza sono per lo più inquinate dall'aneddotica ottocentesca: Luigi Carrer, dopo aver descritto il carattere dei genitori («II padre, conte Antonio Teotochi, avea sortita dalla natura una tempera mite e soave, lasciava andare le cose alla china; ma la madre, la contessa Nicoletta Veja, era donna del più fermo volere, e tale che le cose dimestiche dal suo cenno onninamente pendeano».), narra ad esempio di uno scampato incidente con lo schioppo di uno dei suoi fratelli a causa del quale Elisa «fu presso a perdere uno per lo meno degli occhi tanto indi lodati».
Elisabetta, di madrelingua greca, ricevette nozioni di letteratura italiana e francese."Alberto Zaramellino e l'abate Zannini le insegnavano letteratura italiana e francese". V. Malamani, Isabella Teotochi Albrizzi..., p. 5 (p. 6 on line e pdf).
Matrimonio con Carlo Antonio Marin All'età di sedici anni, nel 1776, per volontà dei genitori sposò il Sopracomito di galea Carlo Antonio Marin, dal quale avrà, l'anno successivo, un figlio, Giovan Battista Marin, affettuosamente soprannominato Titta. Quest'unione, destinata a concludersi burrascosamente alcuni anni più tardi, viene per lo più descritta dai biografi come "infelice"«La natura si era mostrata tanto avara con lui, quanto generosa colla nostra Isabella. Unire quegli estremi sapea di tirannide» in . Nel 1778 una nuova carica imponeva al Marin di far ritorno a Venezia, città che, pur oppressa dalla decadenza politica ed economica, ferveva di dibattiti culturali e scientifici. La coppia si stabilì nella casa a San Benedetto dove abitavano, oltre al padre e agli zii, anche gli altri fratelli di Carlo Antonio. Inevitabili furono le difficoltà d'inserimento della giovanissima sposa greca dalla «folta e inanellata chioma, col vivo lampo negli occhi, colle ingenue grazie del volto rivelanti il candore dell'anima [...] vera bellezza greca, vero modello di Fidia»V. Malamani, Isabella Teotochi Albrizzi..., . Ricordando questi anni difficili e incerti, la dama, ormai abile femme d'esprit, scriverà:
Dopo un soggiorno di due anni, dal 1778 al 1780, a Salò, dove Carlo Antonio era stato nominato Provveditore e Capitano, i coniugi Marin fanno nuovamente ritorno a Venezia. Vista l'insopportabile prospettiva di ritornare ad abitare assieme alla numerosa parentela del Marin, Bettina convince il marito ad affittare una casa in calle delle Balotte, dietro la Chiesa di San Salvador. Incomincia dunque una nuova fase nella vita della donna.
Nascita del salotto A un secolo e mezzo dalla nascita del primo salotto che si conosca, l'Hôtel de Rambouillet, nel 1607, diretto dalla marchesa Catherine de Vivonne de Rambouillet, era ormai diffusa anche nella laguna la moda d'oltralpe del salon. In accordo con le nuove e rivoluzionarie idee che ormai permeavano la società veneziana, veniva dato grande significato alle capacità intellettuali della persona, riconosciute come forte elemento ugualitario. Anche alla donna quindi, qualora dimostrasse di esser colta, veniva riconosciuto un ruolo intellettuale paritario.
Con l'ascesa del marito a più alte cariche, Isabella ha modo di affinare la propria cultura, spronata dal coniuge e dallo stesso ambiente che le si è creato intorno.
Lo «scelto crocchio»L'espressione è tratta da una lettera di Bertola, , composto da alcuni habitué e di pochi ospiti occasionali, si ritrova più volte alla settimana nello stanzino di compagniaLa definizione è della stessa Elisabetta e risale al 1793, cfr. V. Malamani, Isabella Teotochi Albrizzi. I suoi amici. Il suo tempo. cit. p. 176 e in calle delle Balotte e ben presto, da comparsa silenziosa, la dama diviene protagonista, in virtù di quell'attrayante malignité descritta da Denon nei propri carteggi..
Negli anni successivi, tra i frequentatori del salotto della Teotochi spiccarono Ugo Foscolo, Ippolito Pindemonte, Vincenzo Monti, Aurelio de' Giorgi Bertola, abate riminese, autore di liriche di ispirazione arcadica, Melchiorre Cesarotti, autore di una traduzione dell'Ossian, l’abate Giuseppe Greatti, che successivamente sarebbe diventato commissario imperiale in Friuli, Anton Maria Lamberti, famoso per i suoi versi in dialetto veneziano, l'abate Francesco Franceschinis, rettore dell'Università di Padova, la salonnière veneziana Giustina Renier Michiel, Antonio Canova, il famoso teorico dell'arte Leopoldo Cicognara, i nobili Lauro e Angelo Querini, quest'ultimo senatore della Serenissima, sostenitore delle idee riformatrici di Scipione Maffei e proprietario di una splendida villa ad Altichiero, dove raccolse una grande quantità di reperti archeologici egizi, il patrizio padovano Costantino Zacco, i nobili Pesaro, Mocenigo, Dolfin, Tron, Stefano Arteaga, critico e autore de La Rivoluzione del teatro musicale italiano, lo storico e filologo corcirese Andrea Mustoxidi, Jean-Baptiste-Gaspard d'Ansse de Villoison, filologo francese impegnato in quegli anni nello studio dei manoscritti conservati alla Biblioteca Marciana, Dominique Vivant Denon, incisore e scrittore parigino futuro direttore del Louvre, la celebre Madame de Staël, Aubin-Louis Millin, Johann Wolfgang von Goethe, George Gordon Byron, Walter Scott, lo scozzese Sir William Hamilton, archeologo e vulcanologo, ambasciatore inglese a Napoli, il viaggiatore Michele Sorgo e altri ancora.
Sembra però che Carlo Antonio Marin, amante della vita in villa, non fosse troppo compiaciuto delle assemblee mondane; tale disprezzo si evince da una lettera in cui redige, ad uso privato della consorte, quasi un trattato sulla conversazione, criticando gli assidui frequentatori della sua stessa casa:
Elisabetta, disdegnando la "reggia" di Gardigiano, in realtà una rustica abitazione nella campagna veneziana, trascorre molto tempo a Venezia, affinando le proprie virtù, curando la bellezza, ampliando la cultura letteraria e apprendendo l'arte di colpire il debole delle persone e quella di assecondarle.
Carattere e filosofia di vita In questo periodo Elisa, com'era consuetudine per una dama di rango, dispone di un piccolo casino al ponte dei Bareteri, a pochi passi da Calle delle Balotte. È questa la destinazione che appare sulle lettere a lei indirizzate, almeno a partire dal 1785.. Qui, finalmente in un salotto tutto suo, può calarsi nell'impegnativo ruolo della salonnière: mettere in risalto le personalità che la attorniano, le loro idee più che se stessa, dando modo a ciascuno di sentirsi protagonista; un'arte che troverà seguito anche nel fittissimo intreccio delle sue corrispondenze. Tanto maggior successo otteneva poi la Marin che univa alle grazie dell'intelletto quelle della persona e stringeva a sé i migliori ingegni dell'epoca con i sottili lacci delle segrete relazioni mondane.
L'intrigante capacità della dama di parlare per fini allusioni, calibrate per chi possa intenderle, e nel tempo stesso prive di carica polemica per chi, invece, non sia in grado di apprezzarle, è rilevata da Stefano Arteaga nei termini di "acuta e maligna delicatezza"Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Carteggi vari, 448, 3.11, Roma 15 febbraio 1788, cfr. .
Per condurre la conversazione nel salotto le era poi necessario avere conoscenze generali ma puntuali di storia, scienze, arte, medicina, e saper dare ad ognuno la risposta appropriata. Scrive infatti Antonio Meneghelli: «chi eseguisce un'aria affidato agli orecchi, è malfermo cantore; ed ella volea conoscere per principii quanto raccoglieva dagli altri, per principii il molto che da' suoi studii traeva»..
L'essere al centro dell'attenzione, in modo discreto, da padrona di casa, proponendo di volta in volta l'argomento di discussione e gestendo con garbo e superiorità la conversazione, impone alla dama di dominare il suo temperamento "passionale e maschio"Il conte Mocenigo Soranzo le scrive: «Voi per altro diete la Donna più maschia, e quella che i latini dicevano virago con voce loro propria, che io m'abbia mai conosciuto.» Biblioteca Comunale di Verona, B. 196, Carteggi Albrizzi, cfr. . Elisabetta continua però allo stesso tempo a vivere le «belle passioni» e a cogliere appieno le gioie della vita, secondo convinzioni che troviamo enunciate nelle sue lettere:
Alla filosofia di Bettina aderisce anche il conte Tomaetto Mocenigo Soranzo, il quale, scrivendole in proposito, esprime così la propria opinione:
Compaiono in questo periodo anche le prime accattivanti ambiguità nell'intento celebrativo, ora a favore dell'ingegno, ora dell'avvenenza. Michele Sorgo scrive infatti:
Stefano Arteaga evidenzia invece le sue debolezze:
Sono invece di segno opposto le parole che la Marin indirizza a Vivant Denon, suo cicisbeo tra il 1788 e il 1793, durante un periodo in cui la laguna, ritiratasi, aveva trasformato i canali in strade di limo profondissimo, turbando così le abitudini galanti dei due:
Al di sotto dell'apparente ed ostentata imperturbabilità e del "genio filosofico", in Elisa sembra dunque muoversi una mai sopita ansia di attività che, come nota Antonio Meneghelli, traspare dagli "occhi scintillanti". del ritratto di Élisabeth Vigée Le Brun.
Abitudini letterarie
"Insolente"Così Elisabetta pareva a Costantino Zacco, nell'ottobre del 1797 (cfr N. Vaccaluzzo), Fra donne e poeti nel tramonto della Serenissima, cit. p. 9., resistente a ogni imposizione, agli esordi della sua lunga carriera di salonnière la contessa si mostrava assai poco incline a cedere alle opinioni altrui. Anche nello scegliere gli studi e le letture, in questi primi anni, più che da una rigorosa disciplina, Bettina sembrava guidata dal proprio intuito e dal proprio gusto.
Attenta all'influenza della letteratura francese, adottò per lo più nella corrispondenza la lingua transalpina, motivando la scelta in maniera originale:
Il Meneghelli descrive nella sua biografia le abitudini di Elisa:
Specifica inoltre come questo "vivere a sé" fosse anche per consiglio di Ippolito Pindemonte. Poi continua:
Primi tentativi letterari e artistici "Letterata per contatto di Letterati"., Isabella dà prova di continui tentativi poetici che a volte mostra agli ospiti delle proprie stanze, quasi a perpetuare la moda arcadica che, nonostante le suggestioni preromantiche, è molto forte nella dama. Suscita in tal modo la preoccupazione di Ippolito Pindemonte, vigile controllore delle fortune della giovane:
Nelle lettere come nei versi la dama è spesso influenzata dal destinatario, ora Pindemonte ora Bertòla. Nello scrivere a quest'ultimo, nota Cinzia Giorgetti, la marcata differenza rispetto alla abituale scrittura epistolare evidenzia quanto vi sia di consapevolmente ricercato nelle lettere all'abate, per le quali utilizza "un'inconsueta fraseologia e modulazione di sentimento". Tale adeguamento, più che un'esigenza tattica di piacere al destinatario, pare "una prima forma di comprensione del modello, preludio di una più acuta espressione critica".