Le Confessioni (in latino Confessionum libri XIII o Confessiones) sono un'opera autobiografica in XIII libri di Agostino d'Ippona, padre della Chiesa, scritta nel 398. È unanimemente ritenuta tra i massimi capolavori della letteratura cristiana. In essa, sant'Agostino, rivolgendosi a Dio, narra la sua vita e in particolare la storia della sua conversione al Cristianesimo.

Contenuto

L'opera è costituita da un continuo discorso che Agostino rivolge a Dio (libri 1-9), da qui il termine confessione, e inizia con una Invocatio Dei ("invocazione di Dio").

Nei libri I-IX l'autore incomincia con la narrazione, interrotta frequentemente da ampie e profonde riflessioni, della sua infanzia, vissuta a Tagaste, e degli anni dei suoi studi e poi di professione come retore nella città di Cartagine. Durante questo periodo Agostino vive una vita dissoluta e corrotta, fino a quando a 19 anni la lettura dellHortensius di Cicerone (opera andata perduta) lo indirizza sulla via della filosofia che lo porta all'adesione al Manicheismo. Il suo lavoro lo porta quindi a Roma e poi a Milano, dove avviene la sua conversione al Cristianesimo e viene battezzato dall'allora vescovo di Milano, Sant'Ambrogio. La narrazione autobiografica si conclude con il ritorno in Africa e la nomina a vescovo di Ippona, carica che ricopre a partire dal 395.

Al suo ritorno a Tagaste nel 388, Agostino aveva terminato l'opera, ma la risonanza dell'opera e le richieste di amici di proseguire la narrazione, lo indussero a scrivere i libri successivi. A questa sofferta decisione è dedicato il libro X..

Nei libri XI-XIII l'autore rivolge la sua attenzione ad una serie di considerazioni sull'essenza del tempo, specie sul suo ruolo nella vita dell'uomo, e sulla sua origine (risalente alla Creazione), effettuando un commento dei relativi passi della Genesi.

Nella sua opera Agostino svela quindi i tre significati del termine confessio: Il primo è quello di "confessio peccatorum" (confessione dei peccati), in cui un'anima umilmente riconosce i propri peccati; tale significato è sviluppato nella prima parte della narrazione, incentrata sulle dissolutezze e sugli errori degli anni precedenti alla conversione. Il secondo è quello di "laus dei" (lode a Dio), in cui un'anima loda la maestà e la misericordia di Dio; questo si verifica dopo la conversione. Il terzo è la "confessio fidei" (professione di fede) in cui un'anima spiega sinceramente le ragioni della propria fede, come ad esempio viene fatto negli ultimi quattro capitoli.

Struttura e stile

Una caratteristica formale che contraddistingue l'opera è lo stile vocativo, il rivolgersi continuo e diretto a Dio, che diventa intenzionalmente un colloquio informale, che cede ora alla preghiera, ora al ringraziamento, ora alla supplica.

Lo stile delle confessioni è inoltre elevato: nell'opera Agostino esibisce tutte le sue abilità di retore e di grande conoscitore delle Sacre Scritture.

L'autore inoltre alterna espressioni concise e rapide ad un periodare articolato e complesso, ricco di figure retoriche, lasciandoci spesso un'impressione di artificio, che riflette indubbiamente la sua abilità di retore consumato e una consuetudine contratta dalla predicazione religiosa. Nelle "Confessiones" è infatti facile rilevare influssi ed echi delle scritture Bibliche e lo stesso testo è estremamente ricco di citazioni dell'Antico e del Nuovo Testamento.

Ne risulta uno stile disuguale, vivo, drammatico, perfettamente aderente al tessuto narrativo. Risulta difficile una lettura continuativa seguendo una trama perché l'opera non si sviluppa con una sola traccia, ma come un insieme di verità, un intreccio di testimonianza e racconto, di cultura filosofica e biblica, di lirica e di riflessione, di ricerca di Dio e dell'uomo.. Per questo motivo egli afferma:

La scelta di impostare la narrazione usando il dialogo è chiaramente ispirata a Platone, che per mantenere fede agli insegnamenti del suo maestro Socrate, utilizza il dialogo per giustificare la scrittura, rendendo il lettore partecipe in esso.

Sinossi

Libro I Dopo una serie di invocazioni a Dio, Agostino ricorda la sua infanzia e fa alcune considerazioni sull'animo dei bambini, che già nella culla danno prova di invidia (per il compagno di latte) e di malvagità (tormentano col pianto i genitori). Crescendo Agostino incomincia a frequentare la scuola, ma non è uno studente modello: i maestri lo picchiano in continuazione perché vuole sempre giocare. All'improvviso si ammala ed è sul punto di essere battezzato, ma la sua guarigione spinge la madre a differire il sacramento. Nel crescere Agostino deve imparare il greco, che odia, mentre studia più volentieri il latino (eccelle nelle declamazioni retoriche). Alla fine del libro riflette sull'inutilità delle nozioni epiche e mitologiche apprese, che allontanano il fanciullo da Dio.

Libro II A sedici anni Agostino interrompe i suoi studi a Madaura e torna a Tagaste. Qui prova per la prima volta i piaceri dei sensi. Una notte, poi, ruba alcune pere con un gruppo di amici per il solo gusto di infrangere la legge. Segue una lunga riflessione sull'assurdità del suo gesto.

Libro III Agostino si reca a Cartagine, dove si appassiona agli spettacoli teatrali e all'amore carnale. Lì legge l'Ortensio di Cicerone e incomincia ad amare la filosofia. Sfoglia la Bibbia, ma la trova troppo rozza, così aderisce alla setta dei manichei. Intanto sua madre ha un sogno profetico e decide di andare a vivere assieme a lui. Rattristata dalla sua passione per il manicheismo implora un vescovo di parlare col figlio, ma quello rifiuta perché è inutile. Poi, commosso dalle sue preghiere, aggiunge: «Il figlio di queste lacrime non può morire» («Fieri non potest, ut filius istarum lacrimarum pereat», Confessioni, III, xii).

Libro IV Agostino è ormai un seguace dei manichei. Si è unito stabilmente a una donna, insegna retorica a Tagaste e partecipa a gare letterarie. Si appassiona all'astrologia, ma ne viene distolto da Vindiciano, governatore di Cartagine. Il Santo in questo periodo è molto amico di un giovane che ha studiato assieme a lui. Questi, però, muore all'improvviso e Agostino, distrutto dal dolore, si trasferisce a Cartagine. Qui compone l'operetta perduta De pulchro et apto, che dedica a Jerio, famoso oratore romano. Racconta poi di aver letto le Categorie di Aristotele, ma di aver fatto cattivo uso della sapienza lì contenuta, che l'ha allontanato ancor più da Dio.

Libro V A Cartagine arriva Fausto, un famoso vescovo manicheo. Agostino è tormentato da dubbi religiosi perché le sue nozioni di astronomia sono contraddette senza ragione da Mani. Così si rivolge a Fausto, ma questi è totalmente ignorante in materia e lo ammette con sincerità. Qualche tempo dopo Agostino decide di trasferirsi a Roma, in modo da sfuggire all'indisciplina degli studenti cartaginesi. Sua madre vorrebbe seguirlo, ma lui la lascia indietro con l'inganno. Nell'Urbe si ammala gravemente, ma riesce a guarire e dubita sempre più della correttezza delle dottrine manichee; si avvicina agli accademici e al loro scetticismo. Intanto gli studenti romani non lo pagano, così, anche grazie all'appoggio di Simmaco, si trasferisce a Milano. Qui ascolta, inizialmente per puro interesse retorico, le omelie di sant'Ambrogio. Tuttavia lentamente la fede si insinua in lui e decide di essere di nuovo catecumeno nella Chiesa Cattolica.

Libro VI Monica, sua madre, raggiunge Agostino a Milano e diventa una devota di sant'Ambrogio. Il vescovo talvolta parla con Agostino, ma non ha il tempo di risolvere tutti i suoi dubbi. Agostino nel frattempo rivaluta la Bibbia e prosegue la sua carriera di retore. Un giorno, prima di pronunciare un panegirico davanti all'imperatore, incontra un mendicante ubriaco e capisce che quello, a differenza di lui, è felice. Il Santo, poi, parla dell'amico Alipio, un tempo amante degli spettacoli circensi e gladiatori, poi ravvedutosi. Questi diventa presto un magistrato e agisce sempre con grande onestà. Quindi Agostino torna alla sua vicenda personale: a Milano è schiavo dei sensi, ripudia la sua prima compagna, da cui aveva avuto un figlio, in attesa di sposare una fanciulla con una ricca dote, ma non riesce a mantenersi casto.

Libro VII Agostino riflette su Dio e conclude che le tesi dei manichei sono assurde. Poi volge la sua mente al problema del male: perché un Dio buono ha permesso che il male esistesse? Legge alcuni testi neoplatonici e grazie ad essi e alla Provvidenza comprende che il male non è una sostanza, ma un traviamento della volontà, che si allontana da Dio. Racconta poi di una visione da lui avuta, espone le sue idee sull'Incarnazione e infine dice di aver trovato le risposte a molte sue domande in san Paolo: Dio per salvare le anime degli uomini non si basa sulle opere che questi ultimi conseguono, ma sulla loro fede in Dio e nell'incarnazione di Cristo.

Libro VIII Agostino va da Simpliciano, un dotto sacerdote, e questi gli narra la conversione di Mario Vittorino, celebre intellettuale romano. Agostino, che non ama più il suo incarico di maestro di retorica, pensa di imitare subito Mario Vittorino, ma in lui c'è un conflitto tra due tendenze diverse della stessa volontà. Un giorno Agostino e Alipio ricevono Ponticiano, un membro della corte imperiale, che racconta loro la conversione di due funzionari romani di Treviri, che durante una passeggiata avevano letto un brano della Vita di san Antonio, trovata per caso in una capanna. Dopo aver saputo di queste repentine conversioni Agostino, in preda a una lotta interiore, esce in giardino, sente un bambino che esclama «tolle lege, tolle lege» («prendi leggi, prendi leggi», Confessioni, VIII, xii), apre le Lettere di san Paolo e legge un brano contro la concupiscenza (Rm 13,13-14). Dopo aver comunicato all'amico quanto gli è accaduto Agostino scopre che anche l'amico Alipio ha avuto lo stesso percorso, così entrano in casa e annunciano il tutto a Monica, che esulta di gioia.

Libro IX Agostino in questo capitolo rinuncia all'insegnamento usando come pretesto un disturbo ai polmoni per non suscitare malignità da parte dei genitori degli studenti, e si reca per le vacanze della vendemmia in una villa assieme al figlio Adeodato, il fratello (nominati ora entrambi per la prima volta), l'amico Alipio, e qualche suo discepolo. È questo il capitolo del battesimo (il quale insieme ad Agostino lo ricevettero Adeodato e Alipio) e della morte di Monica, alla quale dedica parecchi racconti per ricordarla e per pregare Dio per i suoi peccati. Aveva bevuto di nascosto del vino in gioventù, le rimproverava anche la sua mitezza come sposa e la sua concordia con la suocera. Descrive poi l'estasi avuta da lui e sua madre a Ostia prima di narrarne la morte. Monica non si preoccupa affatto della sua sepoltura, perché è certa che il Signore saprà da dove risuscitarla alla fine dei secoli e perché conta sulle preghiere dei figli che la ricorderanno avanti l'altare del Signore in ogni parte del mondo. Agostino è molto sollevato da questo suo cambio di idea in quanto si era sempre preoccupata della sepoltura fisica accanto al marito, il che risulta superflua rispetto alla grandezza del Signore.

Libro X Agostino espone i motivi che lo hanno spinto a scrivere le Confessioni. Poi dice che ha sempre amato Dio e che lo ha cercato nel Creato, ma Dio non è uno degli elementi, che però rimandano costantemente a Lui. Descrive quindi in modo minuzioso la memoria e i suoi contenuti. Osserva che tutti gli uomini desiderano la felicità, ma pochi la trovano, perché solo in Dio c'è la vera gioia. Espone infine i difetti dell'uomo: la concupiscenza, l'amore per i profumi, per i canti, per gli oggetti appariscenti, per la vana curiosità. Il pericolo più insidioso, però, è la superbia, conseguenza delle lodi degli uomini. Considerato tutto questo emerge che l'uomo si può riconciliare con Dio solo attraverso Cristo.

Libro XI