La mitologia di Tebe è formata dalla lunga serie di miti riguardanti la città greca. Essa include anche la cosiddetta saga dei Labdacidi, ossia le vicende di Edipo, dei suoi genitori e dei suoi figli (i capitoli La storia di Edipo e I sette contro Tebe in questa trattazione). Era raccontata dai poemi epici del Ciclo Tebano, oggi completamente perduti, ad eccezione di qualche riassunto e pochissimi, brevi frammenti.

Vengono qui riportate in forma succinta le vicende raccontate dal mito. Va tuttavia tenuto presente che il mito stesso si presenta in varie versioni differenti, ed è dunque inevitabile una cernita, nell'impossibilità di dare conto di ognuna delle varianti. Si è comunque in generale cercato di riportare la versione più conosciuta e di dare conto in nota di alcune delle varianti.

La fondazione di Tebe Il ratto di Europa Figlia di Agenore, re di Tiro, Europa era famosa nel suo regno come giovane di grande avvenenza. Zeus, colpito dalla sua bellezza, decise di sedurla sotto mentite spoglie, come soleva fare con le mortali. Trasformatosi in un toro si recò presso la spiaggia, dove la giovane giocava insieme ad alcune sue compagne, e si adagiò presso di lei. Europa, meravigliata per la bellezza del fiero animale, accettando la sfida delle amiche, si posò sul suo dorso. In quello stesso istante il toro divino si rialzò e si gettò in acqua, nuotando velocemente per tutta la notte, giungendo infine presso la costa cretese, dove, senza essere visto da nessuno, prese le sembianze di un'aquila e si unì a lei. Europa divenne così madre di Minosse, Radamante e Sarpedonte.Graves, p. 174.

Agenore, impensierito per il destino della figlia, decise di farla cercare, così ordinò agli altri suoi figli di percorrere la Grecia in lungo e in largo, intimando loro di non tornare senza di lei. Nessuno di loro sarebbe più tornato in patria.Graves, p. 174; Grimal, p. 97.

Il viaggio di Cadmo miniatura|Cadmo sconfigge il drago che ha ucciso i suoi compagni Il giovane Cadmo, uno dei figli di Agenore, partito in cerca della sorella perduta, insieme a un nutrito gruppo di compagni, salpò dalla Fenicia diretto verso le coste greche. L'unico strumento in grado di rivelargli l'ubicazione di Europa si trovava a Delfi: era l'oracolo sacro al dio Apollo. Il responso della sibilla fu però alquanto bizzarro: doveva infatti seguire una vacca solitaria che avrebbe trovato in un campo vicino, e dove questa si fosse poi nuovamente fermata, avrebbe dovuto erigere una città e darle il nome di Tebe.Graves, p. 175; Grimal, p. 97.

Facile fu trovare l'animale della predizione, il cui manto sembrava raffigurare un cielo stellato, difficile fu però seguirlo. Dopo molti giorni di duro cammino, la mucca sacra si fermò infatti in una terra collinosa, denominata Beozia. Grato agli dei, Cadmo preparò un piccolo altare nel quale compiere sacrifici di ringraziamento in onore della dea Atena. Avendo però bisogno d'acqua, ordinò ai suoi compagni di procurarsela presso una vicina fonte situata in un boschetto. Gli uomini però non tornarono indietro. Cadmo, impensierito, andò a cercarli, e nel boschetto scoprì che fine avessero fatta i compagni: divorati da un terribile drago, sacro ad Ares, guardiano della fonte. Senza farsi intimidire dal mostro, l'eroe gli schiacciò la testa con una pietra, uccidendolo.

La creazione della città Dopo aver sconfitto il mostro, Cadmo fece sacrifici ad Atena, chiedendo agli dei come poter costruire una città, essendo privo di compagni. La dea si mostrò all'eroe, invitandolo a staccare i denti dalle fauci del dragone defunto e a seminarli nel terreno circostante. Cadmo fece quanto gli era stato ordinato e, in poco tempo, vide sbucare dal terreno un intero esercito di uomini, armati di tutto punto. Visto il loro atteggiamento minaccioso, Cadmo pensò di scagliare delle pietre contro di loro. Non sapendo chi li colpisse, essi cominciarono ad accusarsi tra loro, uccidendosi così a vicenda. Sopravvissero soltanto cinque guerrieri, gli Sparti, "i seminati", che, dotati di una forza sovrumana, costruirono la Cadmea, l'antica rocca di Tebe, divenendone i primi abitanti sotto la sovranità di Cadmo.La città, inizialmente chiamata Cadmea, acquisì il suo nome di Tebe soltanto in seguito, ai tempi di Zeto. Secondo alcune fonti infatti moglie di Zeto fu Tebe, in onore della quale venne ribattezzata la città. La stessa Odissea, peraltro, afferma che Tebe fu fondata da Anfione e Zeto: Odissea, XI, vv. 262-263. Secondo altre fonti invece moglie di Zeto fu Aedona (Apollodoro, pp. 545-546).Graves, pp. 175-177; Grimal, pp. 97-98.

Poco tempo dopo il giovane guerriero prese in sposa Armonia, figlia di Ares e Afrodite, dalla quale ebbe quattro figlie (Agave, Ino, Semele e Autonoe) e un figlio, Polidoro. Cadmo aveva però attirato contro il suo casato la maledizione di Ares, adirato per l'uccisione del suo drago, così, per placare il dio, il sovrano cedette il trono al nipote Penteo, figlio di Agave, rimanendo a Tebe come privato cittadino.Graves, p. 178; Grimal, p. 98.

La discendenza di Cadmo La nascita di Dioniso La maledizione di Ares però non si concluse con la morte di Cadmo, ma si estese anche ai suoi discendenti. Semele, una delle figlie di Cadmo, venne sedotta da Zeus, che si unì a lei. Da questa unione nacque Dioniso, futuro dio del vino. Prima del parto però, Era, gelosissima, meditò vendetta contro l'amante dell'infedele marito: assunse l'aspetto di una vecchia nutrice di Semele, tale Beroe, e le consigliò di chiedere al dio, che le si era sempre accostato velato da una nuvola, di rivelarsi in tutto il suo splendore, come faceva quando si incontrava con Era stessa.Grimal, pp. 167-168.

Zeus, che aveva promesso di donare all'amante qualunque cosa avesse chiesto, dovette acconsentire, ma Semele venne uccisa dai fulmini che il padre degli dei emanava spontaneamente; Zeus estrasse allora dal corpo di lei il piccolo Dioniso, un feto di appena sei mesi, e se lo cucì dentro una coscia. Questi, nato in maniera prodigiosa, venne allevato dalla zia Ino e, giunto in età adolescenziale, si trasferì sul monte Olimpo dove venne onorato come dio dell'ebbrezza e dei divertimenti, acquisendo immediatamente un vasto seguito, fra le quali spiccavano anche le sue zie Ino, Agave e Autonoe. Penteo, divenuto re di Tebe spodestando il nonno, decise però di porre fine al culto di questo nuovo dio nelle sue terre.

miniatura|sinistra|La morte di Penteo

Le Baccanti e la morte di Penteo Empio verso gli dei, tirannico presso gli uomini, Penteo tentò in tutte le maniere di soffocare il culto di Dioniso, condannando a morte chiunque osasse celebrare riti in suo onore. Lo stesso Tiresia, saggio profeta tebano, venne rinchiuso in prigione per aver cercato di dissuadere il sovrano dalla sua tracotanza. Il dio Dioniso decise dunque di intervenire personalmente, instillando un germe di follia nelle donne tebane, che si riunirono sul monte Citerone a celebrare i culti dionisiaci, diventando quindi Baccanti, ossia donne che celebrano i culti di Dioniso (detto anche Bacco). Penteo però, non appena seppe dell'arrivo del dio nelle sue terre, ordinò al suo esercito di catturarlo e chiuderlo nelle segrete del suo palazzo. Dioniso riuscì però facilmente a liberarsi.Grimal, p. 498; Guidorizzi, pp. 189-190.

Penteo, scoperta l'ubicazione delle celebranti, ispirato da un insano desiderio e convinto dallo stesso Dioniso, decise di recarsi lui stesso a osservare quelle misteriose celebrazioni, nascondendosi su un albero. Le Baccanti, però, invasate dal dio, si accorsero presto della presenza del sovrano e, catturatolo, lo fecero letteralmente a pezzi. Agave, la sua stessa madre, in preda alla follia, spezzò un braccio al figlio. Questa fu la terribile vendetta di Dioniso, che non risparmiò nemmeno Cadmo e Armonia: il dio li condannò all'esilio ed essi abbandonarono la città. Dopo varie vicissitudini, i due vennero trasformati per pietà divina in serpenti e accolti nei Campi Elisi.Graves, p. 178; Guidorizzi, pp. 189-190.

Anfione e Zeto Penteo, pochi mesi prima di venire ucciso, aveva accolto nei propri domini due fratelli stranieri, Lico e Nitteo, che erano fuggiti a Tebe dopo aver commesso l'omicidio di Flegias, figlio di Ares, per motivazioni ignote. Penteo morì senza eredi, essendo ancora molto giovane, e la corona passò dunque nelle mani di suo zio Polidoro. Alla morte di questi, poiché il figlio Labdaco aveva solo un anno, il comando passò a Nitteo, che era stato molto amico di Penteo e che esercitò il comando come reggente di Labdaco.Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, 3. 5. 5; Grimal, pp. 291, 450.

miniatura|Dirce dilaniata dal toro Nitteo aveva una figlia, chiamata Antiope, di straordinaria bellezza. Anche lei ebbe una relazione segreta con Zeus, dall'unione con questi ella rimase incinta e, spaventata per una possibile reazione avversa del padre, decise di fuggire da Tebe, dirigendosi così nella terra di Sicione, sotto il dominio di Epopeo, del quale divenne sposa. Nitteo, convinto che Epopeo avesse rapito sua figlia, si tolse la vita, ma diede al fratello e successore Lico il compito di vendicarlo. Questi mosse le armate tebane contro quelle di Sicione. Durante il conflitto, Epopeo trovò la morte sul campo di battaglia. Lico riuscì a vincere la guerra, a conquistare la terra nemica e a riprendere con sé Antiope. Durante il viaggio di ritorno la giovane partorì due gemelli, che vennero però abbandonati dallo zio presso il monte Citerone, affinché morissero divorati dalle belve. I neonati vennero però ritrovati da un pastore che decise di adottarli, dandogli il nome di Anfione e Zeto. Il primo divenne grande musico e poeta, il secondo cacciatore e guerriero invincibile.Kerényi, pp. 265-267.

Lico, divenuto re di Tebe (sia pure anch'egli come reggente di Labdaco), si comportò come un despota spregevole, schiavizzando persino la nipote, che divenne serva di sua moglie, Dirce. Anfione e Zeto, divenuti adolescenti, decisero di recarsi a Tebe per liberare la madre e sconfiggere il tiranno. I due, abilissimi combattenti, uccisero Lico, liberarono la madre Antiope e legarono Dirce a un toro furente, condannandola a essere dilaniata dalle sue corna. Divenuti liberatori di Tebe, decisero di divenirne, insieme, i nuovi re. Anfione prese in moglie la giovane e bellissima Niobe.Igino, Fabulae, 8; Grimal, pp. 46-47, 380.

La punizione di Niobe Dall'unione fra Niobe e Anfione nacquero sette nobili figli e sette leggiadre figlie. Inorgoglita dalla sua prole, Niobe osò farsi beffe della dea Latona, che aveva avuto soltanto due figli. I due bambini erano però nientemeno che Apollo e Artemide, che la madre offesa chiamò a vendicare il suo onore contro la presuntuosa regina tebana. I due fratelli giunsero a Tebe dove, in un'arena all'aperto, fuori dalle mura della città, i sette figli di Niobe si stavano esercitando nella corsa dei carri e in altre attività sportive. In quel mentre il maggiore fra i figli di Niobe venne trafitto al cuore da una freccia caduta dal cielo, così fu anche per tutti gli altri figli, uno dopo l'altro.Graves, pp. 233-234.