Il liberismo (detto anche liberalismo economico, liberismo economico o libertà di mercato) è un sistema economico nel quale lo Stato si limita ad assicurare funzioni pubbliche che non possono essere soddisfatte per iniziativa individuale, e a garantire con norme giuridiche la libertà economica e il libero scambio, e a offrire beni che non sarebbero prodotti a condizioni di mercato per assenza di incentiviDefinizione Oxford Dictionaries, citata .

È considerato il risultato dell'applicazione in ambito economico delle idee politiche e culturali liberali, per il principio secondo cui «democrazia vuol dire anche libertà economica», proposto da Friedrich August Von Hayek. I filosofi del diritto di orientamento liberista, come Bruno Leoni, si ritengono in antitesi col pensiero di quelli di orientamento statalista, come Hans Kelsen.

Storia

Il liberismo, nato nel XVIII secolo dalle idee dello scozzese Adam Smith, si sviluppò ampiamente nel corso dell'Illuminismo scozzese, in parziale contrasto con la scuola fisiocratica, trovò forse una sua primordiale formulazione compiuta in Inghilterra nel corso del XIX secolo spinto dalla rivoluzione industriale, dalle battaglie per la pace e per il libero commercio condotte da Richard Cobden, nemico del protezionismo economico (con l'anti-corn-law league che contribuì alla revocazione di dazi e provvedimenti protezionisti in Inghilterra e in Europa) e dell'imperialismo coloniale.

Descrizione Il liberismo è una filosofia orientata al libero scambio e al libero mercato, in base al quale il sistema economico non appare isolato (come nel caso di una nazione chiusa in un'economia protezionistica o autarchica), bensì come sistema aperto, affermando inoltre la tendenza del mercato medesimo ad evolvere spontaneamente verso una struttura efficiente e stabile, attraverso la "mano invisibile", in modo da massimizzare la soddisfazione di produttori e consumatori. Quindi, per il liberismo il sistema-mercato tende verso una situazione di ordine crescente.

Si oppone fermamente al mercantilismo, al socialismo, al comunismo, al nazismo, al fascismo, alla teocrazia, al verdismo e all'economia keynesiana. Storicamente è dunque una filosofia economica atta a sostenere e promuovere la cosiddetta economia di mercato nelle sue forme più pure. Una sua corrente di pensiero economico-politico contigua, sovente vista come versione più marcatamente anti-statalista del liberalismo e del liberismo, è quella del libertarianismo, che include anche le correnti più "estreme" che sono quella del miniarchismo, quella dell'agorismo e quella dell'anarcocapitalismo (vedi correnti del libertarianismo).

Liberismo e liberalismo

Nella lingua italiana liberismo e liberalismo non hanno lo stesso significato: mentre il primo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello stato dall'economia (perciò un'economia liberista è un'economia di mercato solo temperata da interventi esterni), il secondo è un'ideologia politica che sostiene l'esistenza di diritti fondamentali e inviolabili facenti capo all'individuo e l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (eguaglianza formale).

Secondo Antonio Martino «il termine “liberista” (che non esiste in altre lingue) deve il suo successo in Italia a Benedetto Croce, che considerava la libertà economica di rango inferiore rispetto a quella politica. Tale tesi era stata peraltro già criticata anche da Einaudi, che aveva messo in luce che si trattava di una clamorosa svista del grande filosofo»Antonio Martino, L’articolo 41 e i lavori preparatori, Il Legno storto, 22 febbraio 2011, che prosegue: «Oggi parlare di “clamorosa svista” con riferimento alla tesi crociana può apparire normale ma fino a pochi anni fa l’espressione (mia, non di Einaudi) sarebbe apparsa irriguardosa, provocatoria e infondata. Ormai la maggioranza delle persone serie sa bene che la libertà è indivisibile: mai nessun paese ha garantito l’una negando l’altra. Le due libertà non sono distinguibili e non si può avere l’una senza l’altra. Direi di più: la libertà “economica” è il contenuto di quella politica ed è, quindi, a essa superiore»..

Nella lingua inglese i due concetti sono infatti sovrapposti nell'unico termine liberalism. Nella tradizione politica degli Stati Uniti, il termine liberal indica un liberalismo progressista molto attento alle questioni sociali, ma nel contempo geloso custode del rispetto dei diritti individuali. Secondo alcuni, i liberal nordamericani sono l'equivalente dei socialdemocratici europei, o, secondo un'accezione diffusa, dei liberali sociali. D'altro canto (von Hayek, La via della schiavitù, trad.it., ed. Rubbettino, Soveria Mannelli, 2011, p. 19), viene ugualmente individuata nella comune accezione statunitense del termine liberal la messa in opera di un mero « ... mascheramento dei movimenti di sinistra ...», i quali, per poter meglio propagandare il socialismo all'interno di ambiti tendenzialmente ostili a tale ideologia, vengono ad esteriormente adottare le terminologie e le parole d'ordine del campo politicamente a loro avverso; questo, dopo averne radicalmente mutato il reale ed originario contenuto concettuale, al fine di poter rendere le relative nozioni effettivamente coincidenti, rispetto ai postulati del socialismo medesimo.

Alcuni danno come analogo inglese di liberismo il termine free trade (libero commercio). Un termine francese spesso usato in modo equivalente è laissez faire (in italiano: lasciate fare).

Neoliberismo

Entrato in difficoltà in seguito alla crisi del 1929 e al diffondersi delle teorie keynesiane e più in generale con il diffondersi di visioni collettiviste, il liberismo ha conosciuto una rinascita negli ultimi anni del XX secolo (neoliberismo) in seguito all'affermazione della globalizzazione e - ancor più - con la rinascita della cosiddetta "Scuola austriaca" (Carl Menger, Ludwig von Mises, Bruno Leoni, Murray N. Rothbard, Friedrich von Hayek). Da notare che tra gli ultimi due ci sono significative differenze: von Hayek sostiene che lo Stato deve intraprendere azioni per consentire la concorrenza (miniarchismo), mentre Rothbard e altri puntano ad una forma estrema di liberismo detta anarco-capitalismo, che propugna l'abolizione dello Stato e delle regole democratiche, sostituite dall'autogoverno del solo mercato e dalla difesa personale della propria proprietà.

In realtà, il termine neoliberismo è stato coniato solo molto più tardi per indicare le politiche economiche conservatrici di Margaret Thatcher (thatcherismo) e di Ronald Reagan (reaganomics).

Monetarismo

In alcuni autori, tra i quali il più famoso è Milton Friedman (Premio Nobel per l'economia nel 1976), il liberismo economico si associa al monetarismo, il quale svolge un ruolo che non è esattamente di governo, ma almeno di regolazione dell'economia liberista. Anche Friedman sostiene però la necessità di difesa del libero mercato e l'insostenibilità di una scissione tra liberalismo economico e politico. Nota è la sua precisazione a questo riguardo relativamente alla necessità di una garanzia delle libertà individuali in Cile come base per la sostenibilità delle riforme di tipo economico da lui suggerite al governo di Pinochet in qualità di consulente (in particolare, relative al sistema pensionistico) insieme ad altri esponenti della scuola di Chicago.

Liberismo in Italia Storicamente una prima forma limitata di liberismo e capitalismo si verificò negli antichi Stati italiani e nei liberi comuni con l'organizzazione delle prime importanti banche e successivamente, nel XIV secolo, con l'avvento dei primi banchieri o capitalisti; tra essi vi furono membri delle famiglie Frescobaldi, Bardi e Peruzzi e, nel secolo successivo, alcuni appartenenti alle stirpi dei Datini, Pazzi e Medici. Costoro, con i loro cospicui prestiti finanziari a sovrani francesi e inglesi, diedero l'impulso essenziale agli scambi commerciali europei. Facoltosi mercanti italiani furono i contribuenti fondamentali dello sviluppo del commercio nordeuropeo: difatti, nel 1487, Anversa si dotò di un edificio costruito per stabilirvi la prima borsa valori del mondo, ed essa fu prevalentemente frequentata da operatori italiani.

Nei secoli successivi, il concretizzarsi del liberismo non ebbe però modo di svilupparsi ulteriormente, sia in Italia che in Europa, questo a causa del succedersi delle numerose guerre e delle politiche economiche protezionistiche adottate dalle più ricche nazioni europee. Rimase perciò fondamentalmente confinato nell'ambito di teoria economica, tanto fortunata che, nel XVIII secolo, economisti e filosofi di vario tipo (come, per esempio, Ludovico Antonio Muratori o Antonio Genovesi) pubblicarono libri che ipotizzavano sistemi liberisti, anche se il termine usato per definirli era rappresentato dall'espressione liberi scambi commerciali internazionali. Questi studi furono presi quale ispirazione dall'economista Vilfredo Pareto, che successivamente analizzò i punti deboli del libero scambio e quelli dell'economia pianificata di tipo socialista, elaborando una propria originale teoria. A livello prettamente attuativo, solo una parte di politici seppe capire e promuovere i programmi liberisti. Tra illustri esponenti del liberismo italiano ricordiamo: Francesco Ferrara (1810 - 1900) economista e politico di idealità liberali e risorgimentali. Vilfredo Pareto (1848 - 1923), ingegnere, sociologo e economista (a lui si devono concetti quali il Principio di Pareto e l'ottimo paretiano) di pensiero liberista e anti-protezionista. Antonio De Viti De Marco (1858 - 1943), economista e politico di pensiero profondamente democratico e liberale (fondatore della Lega Antiprotezionista), fu deputato del Partito Radicale e fermo oppositore del fascismo (si annovera tra i soli 15 docenti italiani che rifiutarono il giuramento di fedeltà al Fascismo). Gaetano Mosca (1858 - 1941), conservatore, politico e filosofo, fu sostenitore di un liberismo moderato. Giovanni Agnelli (1866 - 1945), imprenditore industriale tra i fondatori della casa automobilistica FIAT. Gaetano Salvemini (1873 - 1957), storico, politico antifascista, meridionalista, federalista e precursore del socialismo liberale italiano. La sua sintesi tra pensiero socialista e liberismo è avversaria dell'accertamento e dell'intervenzionismo statale e si richiama alle idee della libertà economica come necessario e unico mezzo contro tutte le forme di protezionismo, di parassitismo politicante e burocratico, oltre che come argine al sorgere di privilegi e di monopoli d'individui, di gruppi e di categorie. Luigi Einaudi (1874 - 1961), economista e politico liberale (è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti), difensore del liberismo e antikeynesiano (le cui teorie definì «storia scritta da un Marx in ritardo»). La sua politica economica da Ministro nel IV Governo De Gasperi pose la basi per il boom economico. Fu il secondo Presidente della Repubblica Italiana, dal 1948 al 1955. Ernesto Rossi (1897 - 1967) politico (aderente al Partito d'Azione e successivamente al Partito Radicale), giornalista e antifascista, tra gli autori del Manifesto di Ventotene e tra i principali promotori del federalismo europeo. Il suo pensiero coniuga liberismo e radicalismo riformatore in chiave fortemente anti-monopolista. Giovanni Malagodi (1904 - 1991), economista e politico del Partito Liberale Italiano. Mario Pannunzio (1910 - 1968), giornalista e politico tra i fondatori del Partito liberale italiano e poi del Partito Radicale. Bruno Leoni (1913 - 1967), filosofo del diritto ed editorialista, fu sostenitore delle idee liberiste in Italia nonché teorico politico il cui valore e fama sono particolarmente riconosciuti soprattutto negli Stati Uniti dove è annoverato tra i padri dell'Analisi economica del diritto. Riccardo La Conca, pioniere del liberismo libertario in Italia e fondatore di ClaustrØfØbia, giornale liberista italiano.