La battaglia di Novara (conosciuta anche come battaglia della Bicocca di Novara, dal nome dell'omonimo sobborgo sud-est di Novara, dove avvennero gli scontri, ma da non confondersi con la Battaglia della Bicocca di Milano del 1522) fu una delle ultime battaglie della prima guerra d'indipendenza italiana, svoltasi il 23 marzo 1849, durante il Risorgimento e si concluse con la completa vittoria dell'esercito imperiale austriaco guidato dal maresciallo Josef Radetzky sull'Armata Sarda comandata dal generale polacco Wojciech Chrzanowski.

La battaglia fu combattuta al termine della breve seconda fase della guerra; la campagna fu caratterizzata inizialmente dall'offensiva austriaca a sorpresa attraverso il Ticino e dalla sconfitta piemontese nella battaglia di Mortara. L'esercito piemontese, dopo questi insuccessi, fu quindi concentrato a Novara dove venne attaccato il 23 marzo 1849 solo da una parte dell'esercito austriaco. A causa dell'indecisione e di gravi errori del comando dell'esercito piemontese, il maresciallo Radetzky ebbe il tempo di concentrare progressivamente tutte le sue forze a Novara e, disponendo di una chiara superiorità numerica locale, poté sconfiggere e costringere alla capitolazione l'armata avversaria. Nella notte stessa della battaglia il re di Sardegna Carlo Alberto, presente sul campo, decise di abdicare e fu il figlio Vittorio Emanuele II a concludere il 24 marzo 1849 un armistizio definitivo con il maresciallo Radetzky.

Ogni anno la città di Novara celebra la rievocazione storica in costume della battaglia.

Il contesto storico

Il 9 agosto 1848 era stato concluso il cosiddetto armistizio di Salasco che metteva fine temporaneamente alle ostilità tra il Regno di Sardegna e l'Impero d'Austria, culminate con la vittoria austriaca nella battaglia di Custoza. In realtà il documento stabiliva solo una tregua di sei settimane: in mancanza di novità politiche, grazie ad una possibile mediazione franco-britannica, la guerra sarebbe teoricamente ripresa a partire dal 21 settembre. Ancor prima dell'armistizio si era dimesso il governo di Torino presieduto da Gabrio Casati e il re Carlo Alberto, nel tentativo di comprimere il crescente movimento democratico popolare, aveva nominato a camere chiuse un nuovo governo, guidato da Cesare Alfieri, per mettere sotto il controllo della parte conservatrice le istanze nazionali e i progetti di una ripresa della guerra contro l'AustriaAA.VV., Storia d'Italia, vol. 6, p. 168. Nuovo ministro della guerra, incaricato di riorganizzare l'esercito, venne nominato prima il generale Antonio Franzini e quindi il generale Giuseppe Dabormida.

In contrasto con i propositi conservatori di Carlo Alberto e del nuovo governo e con i loro limitati obiettivi politico-diplomatici, le correnti democratiche promuovevano invece più ambiziosi programmi di sollevazione popolare nelle varie regioni della penisola, di ripresa della guerra per ottenere la rivincita sull'Austria e di costituzione di una "confederazione italiana". In dicembre la parte democratica sembrò prevalere a Torino, il governo Alfieri cadde e Vincenzo Gioberti assunse la guida di un nuovo esecutivo, costituito con la partecipazione di importanti esponenti democraticiAA.VV., Storia d'Italia, vol. 6, pp. 168-169. Nel frattempo la guerra non era ripresa alla scadenza dell'armistizio per la necessità dell'esercito piemontese di riorganizzarsi e soprattutto per le vicende generali dell'Impero austriaco che avevano distolto l'attenzione del cancelliere Felix Schwarzenberg dallo scacchiere italiano, nonostante le proposte aggressive del maresciallo Josef Radetzky, comandante supremo nel Lombardo-Veneto. Il 6 ottobre 1848 era esplosa una nuova sollevazione rivoluzionaria a Vienna, l'Ungheria era in rivolta, disordini erano scoppiati in Croazia e Boemia, l'imperatore Ferdinando I aveva dovuto ritirarsi a Olmütz e cedere il trono al giovanissimo nipote Francesco Giuseppe.

In Piemonte era in corso una complessa riorganizzazione dell'esercito, guidata prima dal generale Dabormida e poi dal 27 ottobre dal nuovo ministro della Guerra, generale Alfonso La Marmora, e infuriava un'accesa polemica tra le autorità militari e politiche riguardo alle responsabilità della disfatta e al problema del comando supremo, contrasti che coinvolgevano anche Carlo Alberto. Dopo la destituzione dei generali Ettore De Sonnaz e Carlo Canera di Salasco, il generale Eusebio Bava, nominato in un primo tempo generale in capo dell'esercito, era stato a sua volta al centro di violenti contrasti a causa di un suo memoriale in cui criticava pesantemente l'apparato militare ed in parte anche il re. Quest'ultimo era deciso peraltro a mantenere il comando supremo e il governo propose quindi di affiancare al sovrano un capo di stato maggiore con pieni poteri proveniente dall'estero. Dopo l'impossibilità di chiamare a Torino per assumere l'incarico i generali francesi Thomas Robert Bugeaud, Nicolas Changarnier e Marie-Alphonse Bedeau, venne deciso di proporre la nomina al generale polacco Wojciech Chrzanowski, veterano delle guerre napoleoniche e ritenuto un tecnico esperto e preparato. In realtà questo generale, fisicamente poco prestante, non conosceva la situazione italiana, non parlava la lingua e mancava delle doti del condottiero.

Il programma di riorganizzazione dell'esercito piemontese procedeva con molta difficoltà: il generale Dabormida e poi il generale La Marmora si impegnarono a lungo per modificare il reclutamento, eliminando le classi di uomini più anziani e cercando di migliorare la qualità delle reclute. Sforzi furono fatti per migliorare l'equipaggiamento e l'armamento individuale; inefficaci invece furono i tentativi di accrescere le capacità logistiche e l'efficienza dei servizi sanitari; i quadri ufficiali rimasero insufficienti numericamente e non adeguatamente preparati. La struttura del comando superiore venne migliorata, ma alcune scelte rimasero legate ad interferenze politiche con scadimento della qualità; carenze di fondi impedirono di raggiungere maggiori risultati, mentre tra i soldati il morale non era molto elevato, a causa soprattutto di disagi logistici e carenze di mezzi. La consistenza numerica dell'esercito non era stata accresciuta e dei circa uomini alle armi, le forze realmente impiegabili nella guerra contavano meno di soldati.

Ritenendo indispensabile affrettare i tempi per risparmiare risorse finanziarie, salvaguardare la disciplina nell'esercito e anticipare sommovimenti democratici rivoluzionari, il re e i dirigenti politico-militari piemontesi presero infine la decisione, durante il consiglio dei ministri del 7 febbraio 1849, di riprendere le ostilità. Venne definitivamente deciso di nominare il generale Chrzanowski "generale maggiore dell'esercito", comandante effettivo "sotto la propria responsabilità, a nome del re", che tuttavia all'apertura della guerra sarebbe tornato "alla testa delle truppe"; il generale Alessandro La Marmora divenne il capo di stato maggiore. Nel mese di febbraio si verificarono nuovi sconvolgimenti nell'assetto amministrativo del Regno di Sardegna: il ministro della guerra Alfonso La Marmora si dimise il 9 febbraio e venne sostituito dal generale Agostino Chiodo, che il 21 febbraio divenne anche Presidente del Consiglio di un nuovo governo dopo le dimissioni di Gioberti.

Dopo un'ultima serie di indecisioni e di contrasti sulla data di denuncia dell'armistizio che, secondo le clausole stabilite, avrebbe preceduto di otto giorni la ripresa effettiva della guerra, il maggiore Raffaele Cadorna il 9 marzo venne inviato dal governo piemontese a Milano per notificare l'atto formale al maresciallo Radetzky. Il comandante in capo austriaco e il suo capo di stato maggiore, generale Heinrich von Hess, si mostrarono soddisfatti della notizia: da molti mesi auspicavano una ripresa delle ostilità ed erano pienamente fiduciosi di poter infliggere una decisiva sconfitta al Regno di Sardegna. L'armistizio venne denunciato ufficialmente il 12 marzo 1849 con ripresa della guerra a partire dal 20 marzo, mentre nella capitale lombarda reparti austriaci sfilavano minacciosi in parata al suono di bellicose marce militari.

Piani e preparativi Nonostante le carenze organizzative e materiali dell'esercito piemontese e la sua inferiorità numerica, la dirigenza politico-militare del Regno aveva deciso in teoria di adottare una strategia offensiva, sferrare un attacco nel Lombardo-Veneto e suscitare una nuova insurrezione della popolazione. Si sperava inoltre che l'esercito austriaco, minacciato dall'insurrezione e indebolito dalle difficoltà dell'Impero, impegnato contemporaneamente a sedare la rivolta ungherese e i disordini in Boemia, avrebbe preferito ripiegare inizialmente fino all'Adda o forse fino al Quadrilatero. Il nuovo comandante dell'esercito, il generale Wojciech Chrzanowski, incerto e indeciso, avrebbe preferito adottare una strategia di attesa e logoramento, senza impegnarsi subito in una battaglia decisiva. In un secondo tempo invece sembrò convinto che i nemici verosimilmente si sarebbero ritirati senza combattere dalla linea del Ticino e ipotizzò un'avanzata da Novara verso Milano per ottenere un prestigioso successo iniziale.

Pochi giorni prima dell'inizio della campagna il generale Chrzanowski ritornò ai suoi prudenti progetti difensivi. Egli previde la possibilità che gli austriaci attraversassero il Ticino a Pavia e marciassero su Mortara. Per contrastare questa manovra la divisione lombarda del generale Gerolamo Ramorino sarebbe rimasta a La Cava e, dopo aver avvertito il comando supremo, avrebbe ripiegato verso nord per ricongiungersi con il grosso dell'esercito. I piani del generale polacco prevedevano di schierare tre divisioni tra Galliate e Cassolnovo e due divisioni tra Novara e Vespolate. In caso di avanzata austriaca da sud, i piemontesi avrebbero deviato sulla destra e occupato Vigevano e Mortara. Se il maresciallo Radetzky avesse attaccato frontalmente Mortara, i piemontesi avrebbero potuto contrattaccare sul suo fianco destro da Vigevano e tagliarlo fuori dal Ticino costringendolo a ritirarsi verso la sua base di operazioni di Pavia.

In realtà, ancora il mattino 20 marzo 1849 il generale polacco, in una lettera inviata al ministro della Guerra a Torino, ritenne poco probabile un'offensiva austriaca da Pavia, nonostante le notizie ricevute di un forte concentramento nemico in quel settore. Sembra che egli avesse adottato il piano di raggruppamento a Novara, in teoria pericoloso in quanto scopriva le direttrici strategiche principali Alessandria-Pavia e Alessandria-Piacenza, anche per ragioni politiche, sollecitato dal re a raggiungere un successo di prestigio con l'entrata vittoriosa di Carlo Alberto a Milano dopo la prevista ritirata austriaca sull'Adda.