Noti anche i suoi reportage su scenari di guerra e sulle lotte per la democrazia e la libertà, dal Portogallo del dittatore António de Oliveira Salazar alle guerre di liberazione in Africa come quella d' Eritrea, della Guinea-Bissau, dell'Angola, dalla Giordania ai tempi di Settembre Nero, alle cruente guerre jugoslave, con reportage sulle città di Mostar nel 1992 e di Sarajevo nel 1993.

Biografia Uliano Lucas nasce a Milano nel 1942 da Giorgio Agliani e Adele Lucas Negri. Il padre, operaio alla Breda di Sesto San Giovanni, comunista, antifascista e partigiano, subirà un confino di cinque anni prima a Ponza e poi a Pisticci. E sarà proprio in conseguenza dell'impegno politico del padre che Lucas crescerà e si formerà in un ambiente di tipo proletario che aspirava a grandi cambiamenti sociali. Studente al Convitto Scuola della RinascitaScuole attive in una decina di città del Nord Italia tra il 1945 e i primi anni cinquanta. Le scuole, per giovani dai quindici ai ventotto anni, furono inizialmente riservate a ex partigiani, ma in seguito estesero la loro attività aprendosi "ai reduci dalla deportazione e dalla prigionia, i figli dei caduti e delle vittime politiche e dei perseguitati politici, indipendentemente da ogni distinzione di razza, di religione e di ideologia politica...ai lavoratori e ai figli dei lavoratori, il giovanissimo Lucas, «curioso e irrequieto» dimostra ben presto di non essere portato per la vita ordinata e stabile del Convitto, tanto che viene espulso dall'istituzione scolastica con la motivazione di "studente indisciplinato". A sedici anni incomincia a frequentare il Bar Jamaica di via Brera a Milano, e il Bar Genis all'angolo tra via Brera e via Pontaccio, allora ritrovi e crogioli di idee e progetti innovativi che coinvolgevano intellettuali, artisti, giornalisti e fotografi come Ugo Mulas, Alfa Castaldi, Mario Dondero e anche Carlo Bavagnoli e Giulia Niccolai. Ed è proprio da queste frequentazioni che nasce preponderante in Lucas la passione per la fotografia e più precisamente quella del fotoreporter freelance, una professione a quel tempo idealizzata, fatta anche di considerevoli sacrifici, ma per la quale avrebbe potuto impegnarsi socialmente e che in tutti i modi comunicava, ad uno spirito libero e ribelle come il suo, piena indipendenza ed autonomia senza vincoli e costrizioni dettate da un "capo".

Sempre attrezzato di macchina fotografica Uliano documenta aspetti, virtù e contraddizioni di una città che conosce profondamente, Milano. Nel 1964; a ventidue anni fotografa nei due famosi bar di Brera, la bohème milanese dell'epoca,,il Genis pittori, scultori e designer allora alle prime armi e che ben presto si sarebbero affermati: Ugo La Pietra, Luciano Fabro, Aurelio Caminati, Agostino Ferrari e Nanda Vigo. Ed è ancora sviluppando il tema della documentazione delle atmosfere cittadine milanesi che fotografa i protagonisti e i fermenti nascenti del tempo, che avrebbero delineato le linee di quella che sarebbe stata da allora in poi la musica italiana. Segue e fotografa i gruppi rock de I Ribelli e degli Stormy Six, frequentando anche uno dei cabaret che sarebbero entrato nella storia della attuale città metropolitana, il Cab 64 di Velia e Tinin Mantegazza, dove si esibivano cantanti Bruno Lauzi, Enzo Jannacci e Giorgio Gaber e gli attori Paolo Poli e Cochi e Renato.

Dopo queste iniziali esperienze lo spartiacque che rappresenta il Lucas degli inizi con il prosieguo della sua carriera di fotoreporter impegnato, sarà l'avvento del Sessantotto. Da allora in poi il suo impegno nel sociale sarà totalizzante e riguarderà temi diversi che lo porteranno in diverse nazioni d'Europa, del Medio Oriente e dell'Africa subsahariana. Inizia dalle piazze del sessantotto, fotografando la contestazione giovanile in luoghi stracolmi di studenti, operai e drappelli di polizia e le barricate; dalle università occupate, dai cartelli e striscioni e murales inneggianti alla lotta, delle assemblee con i contestatori dagli sguardi attenti e con le notizie diffuse dai megafoni Fotografa le manifestazioni del Movimento di Liberazione delle Donne (MLD) e del movimento femminista con i cartelli che magnificavano "il ritorno delle streghe" e mettevano in guardia con l'ormai noto slogan Tremate, tremate le streghe son tornate!.

Questo sarà l'inizio di una serie, difficilmente elencabile, di tutti i diversi reportage fatti dal noto fotoreporter milanese nei suoi cinquant'anni di attività come freelance per giornali e riviste. Molti dei suoi più importanti reportage diverranno parte dei circa suoi 70 libri fotografici, un'altra delle peculiarità che fa di Uliano Lucas uno dei pochi fotoreporter italiani ad avere avuto una produzione tanto prolifica.

I reportage

Molti i reportage di Lucas, tanto che a testimonianza del suo vasto lavoro rimangono oltre alle diverse riviste e giornali, anche i suoi libri che raccolgono i temi più importanti da lui fotograficamente documentati. Documenta le trasformazioni dell'Italia degli anni '60 e '70. Dopo le contestazioni e le atmosfere del sessantotto, documenta il grande flusso degli immigranti dal meridione d'Italia al loro arrivo alla Stazione di Milano Centrale, famose le foto delle valigie e i cartoni portati a spalla e legati con lo spago, come anche il trasbordo degli emigranti e la calca alla frontiera italo-svizzera di Luino nel 1973 Subito dopo, come scrive Michele Smargiassi de la Repubblica, «perlustra [...] anche il mondo»: «L’Albania maoista e il Portogallo dei garofani, l’Angola fratricida e l’Eritrea stremata, la Cina delle metropoli istantanee e l’India dei bambini di strada, sempre con lo stesso spirito: cercare l’uomo. Passa in mezzo alle guerre senza celebrare la guerra: il viso ridente di una guerrigliera quasi bambina della Guinea Bissau, appoggiata a un albero col mitra a tracolla, grida che un altro mondo è possibile, deve esserlo» E ancora settembre nero in Giordania, e le guerre jugoslave.

Una serie di suoi reportage è dedicato al lavoro in Italia e soprattutto a Genova, fotografie che vanno «dalla cronaca al documento politico e sociale», dagli operai a responsabili di alcune istituzioni liguri. Raccolte tutte in uno dei suoi tanti libri fotografici: Il libro dei lavori con una prefazione di Susanna Camusso riprende operai delle fabbriche dell’acciaio, vigili del fuoco, personale dell’acquario di Genova, e ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia.

Ha collaborato da freelance con riviste come l'Europeo, Il Mondo, L'Espresso, Vie Nuove e con quotidiani come la Stampa, il manifesto e Il Giorno.

L'impegno sociale Lucas sviluppa la propria sensibilità fotografica non solo grazie all'influenza dell'ambiente proletario familiare, ma anche dall'essere stato, come reporter, protagonista del movimento del Sessantotto e dalla sua forte richiesta di cambiamento con la sua carica di contestazione. Questa influenza si tradurrà ben presto in impegno sociale che trasparirà dai temi più disparati affrontati dai suoi reportage: L'immigrazione, l’industrializzazione selvaggia e la relativa distruzione del territorio, la classe operaia e la loro condizione (come all'Alfa Romeo di Arese nel 1978), la condizione dei detenuti (come quelle nel carcere di San Vittore e quello di Bollate), i malati di mente e le loro condizioni disagiate in strutture una volta conosciuti solo come "manicomi".

Impegno sociale rilevato anche da Tatiana Agliani, studiosa e storica di comunicazione visiva, che in una recensione alla mostra retrospettiva del fotografo milanese nel 2017, scrive che le sue foto ripercorrono le tappe come fotoreporter fino ad arrivare: «alla svolta rappresentata dai profondi cambiamenti sociali e di costume e dalle battaglie politiche e civili degli anni Sessanta e Settanta che portano alla nascita di un nuovo modo di raccontare del fotogiornalismo italiano. E ripercorre l’impegno ventennale di Lucas in un’indagine sui problemi della propria società che trae nutrimento dalle idealità del periodo, dall’associazionismo diffuso di un mondo che si dedica con passione a comprendere il proprio tempo e ad affermare i diritti dell’individuo».

Fotografo di guerra

Lucas è anche noto per aver documentato dall'Europa al Medio Oriente e all'Africa, le rivoluzioni, le lotte di liberazione e le guerre del suo tempo. Famose le foto delle miliziane appartenenti al Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde nella foresta della Guinea Bissau nel 1970, quelle dei bambini soldato in Eritrea nel 1975. Importanti anche i suoi reportage nel 1993 della guerra in Jugoslavia con immagini delle martoriate Sarajevo e Mostar o in Giordania fra i guerriglieri di Damasco.

Le peculiarità dei suoi reportage riguardano soprattutto le condizioni dei vivi, le loro difficoltà, gli stati psicologici e le speranze, perfino la "dignità" della gente che con la guerra convive, più che scene di battaglie, di morte, o più in generale del la spettacolarizzazione della guerra. Molto critico è infatti verso alcune categorie di colleghi che senza una preparazione culturale dei luoghi fotografati, erano alla esclusiva ricerca di scenari sensazionalistici, protesi a suo avviso, solo a "far cassa" più che a documentare il conflitto evidenziando le ragioni politiche, storiche e culturali. Su questo, in una lunga intervista afferma:

«[...] c’è invece un’altra categoria, quella che va nelle zone di guerra, senza un legame preciso, serio, “salariato” si sarebbe detto una volta, con il mondo della committenza giornalistica ed editoriale. E spesso senza capire nulla delle regioni e delle ragioni (storiche, politiche, culturali) dei luoghi che vanno a fotografare e a raccontare. [...]. Infine, ci sono i prezzolati, freelance mandati allo sbaraglio, i “paparazzi del dolore”, che vogliono solo vedere e vendere l’odore, il sangue, la morte. Come ho visto accadere in Africa o a Sarajevo, dove nessuno voleva vedere la dignità delle donne che si truccavano, che uscivano la sera, che andavano a fare la spese. Sotto le bombe, e in una città assediata, ma segno di una vita normale che loro difendevano e rivendicavano, e che nessuno voleva riprendere. Volevano solo vendere la morte».

Milano nell'obiettivo di Lucas

Alcuni dei più importanti reportage del fotografo milanese, riguardarono proprio la sua città e soprattutto il suo hinterland che ha fotografato mettendo in risalto aspetti inconsueti, ma in cui viene ulteriormente evidenziato il suo impegno sociale. Per le realtà dell'attuale città metropolitana, Lucas è ritenuto il reporter che meglio ha saputo raccontare le sue periferie e i suoi quartieri "caserme", e non solo, anche della Milano del boom economico, dell'immigrazione e delle lotte studentesche.

Sarà proprio una sua foto su Milano nel libro fotografico Cinque anni a Milano a diventare oggetto di uno dei processi più travagliati d'Italia, quello dell'omicidio di Luigi Calabresi, commissario di polizia e addetto alla squadra politica della Questura di Milano. Ad una foto del suo libro infatti, fa riferimento con due dichiarazioni, Roberto Sandalo che asserì che sia Marco Donat-Cattin che Massimiliano Barbieri militanti dell'organizzazione terroristica di estrema sinistra Prima Linea, indicarono in una foto del libro di Uliano Lucas l'autore dell'omicidio del commissario.

La polemica sul fotogiornalismo italiano