Deipilo () è un personaggio della mitologia greca. Fu un principe del Chersoneso di Tracia.

Etimologia

Il nome Deipilo deriva dal greco antico , un composto riconducibile ai termini δάϊος (dáios, "ostile" o "di guerra") e πύλη (pýle, "porta"), assumendo il significato speculativo di "colui che abbatte le porte nemiche" o "porta della battaglia".

Nelle fonti mitologiche greche il nome rappresenta un hapax legomenon (che, ad esempio, nell'Iliade V, 325 viene riferito ad un guerriero acheo compagno di Diomede e nelle Fabulae 15 viene usato da Igino per un figlio di Giasone), ma la variante specifica di questo personaggio, appartiene invece quasi esclusivamente alla tradizione letteraria latina (in cui i codici oscillano talvolta tra le lezioni Deiphilus o Deipyrus), introdotta dalla tragedia di Marco Pacuvio e codificata nella favola 109 di Igino.

Genealogia

Figlio di Polimestore e di Iliona.

Non sono noti i nomi di suoi eventuali spose e progenie.

Mitologia

Il personaggio di Deipilo è indissolubilmente legato al dramma familiare dello scambio delle culle ed al tema del figlicidio involontario. Sebbene l'ambientazione nel Chersoneso Tracio e la figura dell'avido re Polimestore ricalchino la struttura dell'Ecuba di Euripide (dove il re tracio uccide l'ospite Polidoro per impossessarsi dell'oro di Priamo), la tradizione che coinvolge Deipilo ribalta completamente l'esito del mito greco.

Lo scambio e il figlicidio

Secondo il resoconto di Igino, (probabilmente ispirato dalla tragedia Iliona di Marco Pacuvio) la madre di Deipilo, lo scambiò segretamente nella culla con il suo (di lei, Iliona) fratello minore Polidoro, inviato a corte da Priamo per essere protetto dalla guerra di Troia. A causa di questo inganno, Deipilo crebbe venendo educato come se fosse il cognato Polidoro, mentre quest'ultimo fu allevato dal re Polimestore come se fosse suo figlio.

Al termine del conflitto, i Greci vincitori, intenzionati a sterminare l'intera stirpe reale troiana, offrirono a Polimestore una cospicua ricompensa in oro e la mano di Elettra a patto che uccidesse il piccolo Polidoro. Il re tracio accettò il patto infanticida ma, a causa dello scambio delle culle di cui era rimasto all'oscuro, finì per uccidere suo figlio Deipilo, convinto invece di eliminare Polidoro già erede al trono di Troia.

Il fantasma di Deipilo nel teatro romano

Sebbene l'opera teatrale di Pacuvio sia andata perduta, la sua esistenza e la sua trama sono state documentate da autori latini, i quali hanno permesso di ricostruire la scena in assoluto più celebre e drammatica del dramma ovvero l'apparizione del fantasma di Deipilo in sogno alla madre che chiede una sepoltura.

Nel dramma di Pacuvio, il giovane principe, dopo essere stato barbaramente ucciso dal padre e lasciato insepolto, emergeva dall'aldilà sotto forma di ombra spettrale per chiedere qualcosa alla madre. Il monologo del fanciullo rappresentava un momento di immenso pathos poiché lo spettro si rivolgeva alla madre addormentata pronunciando la celebre e disperata invocazione «Mater, te appello» ("Madre, ti chiamo"), supplicandola di destarsi per dare pietosa sepoltura ai suoi resti e strappare la sua anima al vagabondo destino dei non sepolti ed implorando infine che le sue ossa non venissero lasciate in pasto alle fiere.

Il testo di questo drammatico momento ci è tramandato da Cicerone nelle Tusculanae Disputationes, dove viene utilizzato come esempio filosofico per dimostrare come le paure umane post-mortem siano infondate e legate solo alla superstizione poiché i morti non soffrono per la mancanza di una tomba. Nel passo ciceroniano i personaggi agiscono senza essere esplicitamente nominati, ma la certezza filologica che tale frammento riguardi proprio il mito di Deipilo ci viene fornita da Orazio che, nelle sue Satire, descrive un celebre aneddoto teatrale dell'epoca, in cui l'attore Fufio (crollato in un sonno profondo sul palco perché ubriaco mentre interpretava Iliona), non fu svegliato nemmeno quando il collega Catieno (che interpretava il fantasma di Deipilo) pronunciò la battuta «Mater, te appello» e l'intero pubblico gridò in coro la battuta chiave della tragedia.

Note

Voci correlate Iliona Polidoro (figlio di Ecuba)

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