La filosofia del linguaggio si occupa del linguaggio umano e dei suoi sistemi di comunicazione. Poiché indaga le relazioni tra linguaggio, pensiero e realtà.
La filosofia del linguaggio si pone al confine con altre discipline quali la psicologia, metafisica, l'epistemologia, la logica, la linguistica, la semiotica. Studia quindi il rapporto tra segno e significato e la capacità umana di usarli nella comunicazione.
Linguaggio e realtà
In epoca arcaica non si distingueva tra parola e cosa: la differenza tra il linguaggio e ogni simbolo riferibile alla realtà si afferma infatti in Grecia in un periodo successivo intercorrente tra il VI e il III secolo a.C.. Le prove di questa indistinzione tra linguaggio e realtà sono nell'analisi di diverse culture primitive dove sussisteva la convinzione che conoscere il nome del nemico volesse dire esserne padroni e poterlo così sconfiggere.G. Calogero, Storia della logica antica, vol. I, Bari, 1967
Così anche in molte teogonie orientali come nel poema babilonese Enūma eliš,Il titolo di questo poema, in italiano Quando in alto, riprende le prime due parole di apertura del poema. che tratta della creazione e nei testi indiani come la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad e il Ṛgveda e nelle credenze religiose sumere, egiziane e anche romane il dio creatore è colui che crea pronunciando il nome della cosa creata: senza nome non esiste la cosa e il nome dà realtà alla cosa.
Così anche nella Bibbia nel testo della Genesi Dio crea la luce pronunciandone il nome:
e Adamo assegnando un nome agli animali stabilisce la predominanza dell'uomo, signore della natura
Naturalismo e convenzionalismo Con il progredire della riflessione filosofica si comincia a dubitare della identità tra nome e realtà e ci si chiede se il linguaggio sia un fatto naturale o convenzionale. Secondo un primitivo naturalismo si crede che il linguaggio sia una rappresentazione fonica della cosa in grado di esprimerne l'essenza.
Con i sofisti e Platone ("Cratilo", dialogo) il naturalismo viene superato a vantaggio del convenzionalismo secondo cui il linguaggio rappresenta un accordo tra gli uomini che ai fini della comunicazione tra di loro assegnano per convenzione precisi suoni alle cose: questa la tesi definitiva sul linguaggio che si afferma con Aristotele.
Un altro problema da definire è quello per il quale ci si chiede se il linguaggio procuri conoscenza: per i naturalisti lo studio del linguaggio comporta la conoscenza della realtà e in ciò è un valido sussidio per gli antichi l'etimologia, una forma di sapere legata al nome. Secondo i convenzionalisti invece il nome non è di per sé conoscenza ma semplice strumento per ottenere informazioni.
Il linguaggio nei presocratici
Per i presocratici vi è una comprovata identità tra essere e pensiero, tra ontologia e logica, che investe anche il linguaggioScritti di linguistica e dialettologia in onore di Giuseppe Francescato, Università degli studi di Trieste. Facoltà di lettere e filosofia, Ricerche, 1995 pag.336Aldo Brancacci, Studi di storiografia filosofica antica, L. S. Olschki, 2008 pag.15.
Il nome è unico ed esclusivo per la cosa nominata che può avere solo quel preciso nome in quanto le compete per natura esprimendone l'essenza.
Eraclito
Il primo teorico dell'identità di essere e linguaggio è Eraclito di Efeso (550-480 circa a.C.) il quale attribuisce al nome logos una triplice realtà di legge-armonia, parola-discorso, pensiero-ragione.
Da un frammento di Leucippo sembra infatti che possa attribuirsi ad Eraclito un significato del logos come "legge universale" che regola secondo ragione e necessità tutte le cose:
Inteso come legge, il logos mantiene l'armonia nel cosmo. Nel continuo incessante divenire il logos permette la visione di un mondo ordinato; la forza che fa comprendere il continuo mutamento dei contrari è il logos che tutto penetra.
Il logos come discorso è anche continua opposizione, polemos: una guerra di contrari come ad esempio avviene per «l'arco [che] ha dunque per nome vita e per opera morte»Fr. B 48 Infatti arco si dice in greco biòs termine quasi identico a bìos, vita. Quindi mentre il nome indica vita lo strumento invece dà la morte.
Gli uomini vivono per lo più come in un sogno, incapaci di vedere la ragione nascosta nelle cose: solo il filosofo con il logos, il pensiero-ragione, è in grado di attingere la verità.
Parmenide
Secondo il filosofo di Elea non si può nominare e pensare altro che l'essere immutabile e perfetto. L'Essere Parmenideo appare chiuso al non-essere: poiché è impossibile che dal nulla (non-essere) nasca qualche cosa (essere) ed è impossibile che qualche cosa diventi nulla.
I nomi che gli uomini attribuiscono alle cose non riguardano la loro essenza naturale: dare il nome a una cosa significa implicare il non essere: la stessa molteplicità delle cose fa sì che l'una non è l'altra. Così la molteplicità dei nomi rispecchia quella delle cose che, poiché l'essere è uno, sono semplici apparenze. I nomi allora vengono assegnati per convenzione, per un patto tra gli uomini:
Democrito
Nella sua distinzione tra qualità oggettive e soggettive delle cose, Democrito inserisce in queste ultime i nomi che, pur essendo anch'essi composti di atomi di una struttura particolare, rispondono a una convenzione tra gli uomini come provano:
l'omonimia, con cui chiamiamo cose diverse con lo stesso nome, dimostra che se il nome è unico dovrebbe esserci anche un'unica essenza per molteplici cose: il che è assurdo; la polionimia, per cui la stessa cosa ha nomi diversi: secondo la tesi naturalistica la stessa cosa dovrebbe avere una molteplicità di essenze: il che non è possibile; Se poi il nome causasse conoscenza vera non sarebbe possibile, come accade, che gli uomini comunichino in maniera efficace, accordandosi nel cambiare i nomi delle cose; e infine esistono cose che non hanno nome eppure sono reali: il che vuol dire che non esiste coincidenza tra nome e realtà.
Il linguaggio è quindi ben diverso dalla realtà ed anche la convenzione è del tutto mutevole e relativa ai tempi e ai luoghi in cui si formano i linguaggi che sono fonti di errore in quanto non si originano da un unico e definitivo accordo tra gli uomini che li renderebbe perfettamente adeguati alle cose.
L'origine del linguaggio
Secondo Democrito la formazione del linguaggio passa attraverso quattro fasi:
dapprima vi sono semplici suoni non organizzati quindi nascono le parole come suoni articolati e definiti; poi si attua la convenzione di attribuire nomi a cose; infine vi è la nascita e differenziazione delle lingue.
Dal fenomeno naturale dell'emissione dei suoni collegato alla necessità, altrettanto naturale, della comunicazione si giunge quindi all'accordo convenzionale da cui nascono i linguaggi: l'accordo non deriva da un capriccio individuale ma dalla diversa storia culturale di differenti popoli (convenzionalismo linguistico).Ubaldo Nicola, Antologia di filosofia. Atlante illustrato del pensiero, Giunti Editore Firenze p.37 Un'altra teoria sull'origine del linguaggio sosterrà che esso nasce per esprimere stati d'animo e sentimenti, fenomeni molto più complessi di quelli collegati alle necessità immediate e naturali che potevano essere espresse senza parole ma tramite segni. Il linguaggio avrebbe dunque una funzione originariamente espressiva e poetica e non legata ad utilità di comunicazione.Ubaldo Nicola. op.cit. p.315
I sofisti
Nell'Atene dell'età di Pericle (V secolo a.C.), dopo la sua riforma politica avanza una nuova classe sociale che pretende di partecipare attivamente alla vita pubblica: per la conquista del potere politico il nuovo ceto medio sente la necessità di fornirsi di strumenti retorici e di una cultura storico-giuridica, che troverà nell'insegnamento a pagamento dei sofisti, i quali mettono da parte le riflessioni teoriche sulla natura del linguaggio approfondendone invece l'aspetto pragmatico.Caratteristica dei sofisti è ad esempio l'eristica, ossia la capacità di sostenere o confutare argomenti contraddittori.
Protagora
Protagora s'interessa in modo particolare della grammatica greca definendo il genere dei nomi e scoprendo la differenza tra il tempo e il modo del verbo: rileva anche alcune contraddizioni della lingua greca che attribuisce caratteristiche del genere femminile a nomi tipicamente riferentesi a evidenze maschili: è il caso dei sostantivi greci femminili "ira"(menis) e "elmo"(pélex). Questo dimostra che il linguaggio non ha niente a che fare con la realtà ma nasce da una convenzione tra gli uomini che talvolta è erronea e inadeguata. Compito del retore è allora anche quello di correggere gli errori della parola per farne uno strumento perfetto all'unico fine di affascinare e persuadere chi ascolta mettendo da parte ogni scrupolo di comunicare una verità in cui si crede. Anzi, quanto più la tesi sostenuta appare incerta, tanto più il sofista con la parola farà in modo di
Gorgia
L'identità stabilita dal pensiero greco arcaico di logica, ontologia e linguaggio viene del tutto annullata dal pensiero di Gorgia:
Nulla è; se qualche cosa è, è incomprensibile; se è comprensibile, è incomunicabile.Enciclopedia Garzanti di filosofia, 1981, p.372
Nel suo Intorno alla natura afferma Gorgia
mettendo in evidenza che nel linguaggio l'unico senso che dia sensazioni reali è l'udito che non è sostenuto dagli altri organi sensibili: non potrò mai comunicare all'interlocutore che cos'è un colore servendomi del linguaggio.
Del resto il linguaggio è un complesso di simboli che rimandano a delle realtà ma che di per sé non sono realtà: le parole non hanno nulla da spartire con la realtà. Infine, anche se nel parlare nasce una sorta di comunicazione che attraversa i due interlocutori, non si potrà mai essere del tutto sicuri che quello che io sto esprimendo con il simbolo linguistico, che si riferisce alla mia esperienza reale, coincida esattamente con l'esperienza che l'altro riferisce alla stessa parola su cui consentiamo.
Il fatto stesso che con il linguaggio non si ottenga un'autentica comunicazione ne fa, secondo Gorgia, un prezioso
strumento di violenza e inganno
come dimostra il suo Encomio di Elena dove la donna che ha causato la guerra di Troia è completamente assolta dalla sua colpa in quanto vittima della fascinazione e inganno della parola.
Socrate
Platone
Le idee di Platone sul linguaggio sono riportate nel dialogo del Cratilo (circa 386 a.C.) dove vengono analizzate le posizioni convenzionalistiche di Ermogene opposte a quelle naturalistiche di Cratilo, i due protagonisti del dialogo assieme a Socrate, che critica entrambe le tesi.Platone, Cratilo, 438a-439b trad. it. di Minio-Paluello, in Opere complete, II, Roma-Bari Laterza, 1974 pp.255-257
Per Ermogene non c'è alcun preciso motivo per cui una cosa abbia il suo nome piuttosto che un altro: gli uomini attribuiscono dei suoni ad una cosa per convenzione, tant'è vero che quella stessa cosa potrà avere nomi diversi dai quali noi non potremo mai trarne conoscenza riferita alla cosa stessa.
Per Cratilo il nome è invece sempre precisamente adeguato e sovrapponibile alla cosa e sarà utile per conoscerne gli aspetti principali. I nomi sbagliati non sono veri nomi, che sono tali solo se coincidono con le cose nominate.
Platone, rappresentato da Socrate, critica entrambe le posizioni poiché il convenzionalismo con la completa estraneità del nome alla cosa, renderebbe impossibile una conoscenza che si basa sul linguaggio e neanche il naturalismo è accettabile poiché questo vorrebbe dire che basterebbe la semplice conoscenza dei nomi per conoscere la realtà delle cose.
Il mimetismo
Osserva Socrate che con il convenzionalismo vi potrebbe essere un continuo mutamento dei nomi, per capriccio o arbitrio di singoli, tale che si renderebbe impossibile qualsiasi comunicazione.