Lindipendentismo siciliano, detto anche nazionalismo siciliano (in siciliano nnipinnintismu sicilianu), è una corrente politica, sociale e culturale che promuove la formalizzazione di una nazione siciliana, di fatto esistente, possibilmente come Stato indipendente dall'Italia.

Storia Antecedenti

Sebbene l'idea di nazione nel senso moderno del termine sia nata solo col Romanticismo, alcuni storici contemporanei citano come precursori due esperienze, non solo di emancipazione dell'isola, ma soprattutto di presa di coscienza nazionale da parte dei siciliani; possiamo annoverare come esempio della prima esperienza, la rivolta dei Siculi di Ducezio e, come concretizzazione della seconda, il Congresso di Gela (ove - con Ermocrate - si affermò il principio "né Ioni, né Dori ma Sicelioti") e la conseguente nascita, con Dionisio I, di uno Stato siceliota, più o meno unitario, diventato vero e proprio Regno con Agatocle e i suoi successori, che durò dal V alla fine del III secolo a.C.

Similmente vengono considerate le politiche del giovanissimo Basileus di Sicilia Geronimo di Siracusa che, durante la Seconda guerra punica, per scongiurare la caduta della Sicilia sotto il giogo romano, infranse l'alleanza coi Romani (stipulata molti anni prima dal nonno Gerone II e avallata dal padre Gelone II) avvicinandosi a Cartagine. Geronimo, in un primo tempo, aveva ottenuto da Annibale la garanzia di mantenere l'indipendenza del regno siceliota limitato alla metà orientale della Sicilia sita ad est del fiume Imera meridionale; successivamente, percependo una certa debolezza da parte di Annibale, il giovane re arrivò ad ottenere la promessa a regnare, in caso di vittoria totale contro i romani, su tutta la Sicilia.

Durante il periodo romano, vale la pena ricordare la Rivolta degli schiavi di Euno quale tentativo dei siciliani di liberarsi dal pesante giogo esercitato dal dominio romano. Nel corso della successiva età bizantina, invece, si registrarono altri tentativi di rivolta anti-imperiale, tra cui quello guidato da Eufemio di Messina, poi traumaticamente conclusosi con l'invasione araba dell'isola.

Il Regno di Sicilia

Dopo il periodo arabo, nel corso del quale l'Emirato di Sicilia arrivò a godere per qualche decennio di una sostanziale indipendenza politica sotto la dinastia dei Kalbiti, fu la famiglia di origine normanna degli Altavilla a porre le basi per una nuova e stabile entità politica indipendente, ovvero il Regno di Sicilia.

Nel 1130, all'atto di fondazione del nuovo regno, il sovrano Ruggero II si richiamò esplicitamente al precedente dei re sicelioti dell'antichità. Sotto i sovrani della dinastia la Sicilia divenne il centro di un ampio e potente stato, dotato anche di un Parlamento.

Pian piano consolidatasi nei decenni di governo degli Altavilla, una nuova forma di "proto-nazionalismo" isolano emerse gradualmente. Di tale sentimento fu espressione anche il voto del Parlamento che nel 1189 decretò l'ascesa al trono di Tancredi di Sicilia contro le pretese di Enrico VI Hohenstaufen. Dopo l'estinzione della dinastia degli Altavilla nel 1198, con Federico II (discendente per linea materna degli Altavilla stessi) e i suoi figli, il "proto-nazionalismo" siciliano andò assorbendosi nella lotta a sostegno della legittima casa reale sveva, entrata poi in guerra contro gli Angioini sostenuti dal Papato.

Il Vespro

Il Vespro siciliano è considerato il progenitore del nazionalismo moderno. Fu infatti un movimento di rivolta ed emancipazione dallo straniero (il francese angioino) e di restaurazione dell’indipendenza del Regno di Sicilia, interrotta con la sconfitta degli Hohenstaufen. A più riprese i siciliani ricostituirono il loro governo autonomo, chiamando al trono i discendenti dei fondatori del Regno di Sicilia e giungendo all'elezione da parte del Parlamento Siciliano, di Federico III quale re nazionale. Contestualmente al Vespro nacque la bandiera e si iniziò a usare per la prima volta il motto Antudo.

Le rivolte contro i viceré Alla fine della sua totale indipendenza nel 1412, il Regno di Sicilia si trovò ad essere un vicereame aragonese prima e spagnolo poi, solitamente governato da nobili siciliani e con il sostegno delle aristocrazie locali. Le rivolte del 1647 e quelle dell'anno successivo che si ampliarono in tutta l'isola ebbero due personaggi di spicco: Giuseppe D'Alesi e Nino La Pelosa, che cercheranno di scacciare i viceré per istituire una Repubblica Siciliana, ma questa durerà solo per un breve periodo. Degna di nota la Rivolta antispagnola di Messina, tra il 1674 ed il 1678, quando la città dello Stretto si sollevò contro la Corona di Spagna. Messina ambiva a diventare una repubblica oligarchica e mercantile sulla falsariga di Genova e Venezia. La rivolta fu repressa nel sangue e la città ribelle venne dichiarata morta civilmente: vennero aboliti i suoi privilegi (tra cui quello di conio e di possedere un'università) e fu sciolto il Senato di Messina, un organo di autogoverno locale concesso un secolo prima dagli Aragona di Sicilia.

Il repubblicanesimo siciliano del Di Blasi Francesco Paolo Di Blasi può essere considerato alla pari di Giuseppe D'Alesi e Nino La Pelosa un esponente del repubblicanesimo siciliano.

Fondò un'accademia linguistica siciliana e cercò in tutti i modi, affascinato dalle dottrine della rivoluzione francese, di porre le basi per l'ideazione di una congiura, insieme al barone Ferdinando Porcari, verosimilmente mirata alla cattura del viceré e all'instaurazione di una Repubblica Siciliana. Tradito da uno dei cospiratori, venne arrestato e successivamente torturato: fu decapitato a Palermo il 20 maggio 1795.

Fine del regno di Sicilia

Sino al 1816 il Regno di Sicilia aveva mantenuto il proprio autogoverno, rappresentato dal Parlamento Siciliano, per via dell'unione personale con il Regno di Napoli; il Re riservava tuttavia maggiori attenzioni verso quest'ultimo, provocando grave malcontento nell'opinione pubblica siciliana.

Nel 1806, il Re Ferdinando di Borbone, scappando da una Napoli occupata da Napoleone, si rifugia in Sicilia, ove ad attenderlo vi sono gli onori dell'occasione, ma non solo: i Siciliani chiedono a gran voce una Costituzione che sappia garantire una stabilità dello Stato e maggiore certezza del diritto. Spinto indirettamente anche dagli interessi economici che gli inglesi avevano sull'Isola, Ferdinando concede la Costituzione siciliana nel 1812, che ben presto diverrà esempio di liberalità per i tempi.

Nel dicembre del 1816, però, a seguito del Congresso di Vienna, il Re Ferdinando I di Borbone, compie un vero e proprio colpo di mano: riunisce Regno di Sicilia e Regno di Napoli sotto una sola Corona, cioè quella del neonato Regno delle Due Sicilie, eliminando il Parlamento Siciliano che dichiara de facto decaduto. La monarchia borbonica compie la sua restaurazione, non ripristina l'unione dei regni di Napoli e di Sicilia nello status quo ante 1789, bensì fa un balzo indietro di cinque secoli e mezzo e restaura il regno di Carlo I d'AngiòFrancesco Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri - Vol.II Da Federico III a Garibaldi, Palermo, Sellerio Editore, 2003. ISBN 8838919143 pag. 783. L'atto viene visto dalla classe politica siciliana come un affronto verso quello che ininterrottamente, e da circa 700 anni, era stato un regno indipendente a tutti gli effetti. Quasi immediatamente ha inizio una campagna anti-borbonica, accompagnata da una propaganda dell'identità siciliana, soprattutto per voce delle élite di Palermo.

Rivolte anti borboniche del 1820 e del 1837

Ciò sfocia, nel 1820, in una rivoluzione, a Palermo, che porta all'insediamento di un governo provvisorio. Tuttavia, la mancata coordinazione delle forze delle varie città siciliane, porta all'indebolimento del potere del governo provvisorio (Messina e Catania osteggiarono la rivendicazione di Palermo a voler governare l'Isola), che ben presto decade sotto i colpi della repressione borbonica che ebbe come vittima anche il patriota carbonaro Gaetano Abela. Il fallimento di questa prima rivoluzione tuttavia non scoraggia le forze politiche siciliane, che riproveranno più tardi.

Nel 1837 una gravissima epidemia di colera aveva causato in Sicilia quasi 70.000 morti, che avevano provocato nella popolazione un sentimento di diffidenza e di recriminazioni nei confronti del potere borbonico, accusato di avere diffuso volontariamente la pestilenza inquinando l’acqua e l’aria. La tensione sociale sfociò in rivolte popolari scoppiate a Siracusa, Trapani e Catania. L'ostilità dei Siciliani nei confronti del dominio borbonico era dovuto ad un complesso di ragioni, che comprendevano la soppressione d'ogni forma d'autonomia ed il predominio degli elementi napoletani, la condizione di povertà dell'isola, il duro regime poliziesco e le violazioni degli impegni presi da parte dei governi di Napoli.

La rivoluzione del 1848

Nel gennaio del 1848, dopo una prolungata crisi economica, a Palermo, a Chiazza dâ Feravecchia, ha inizio una nuova rivoluzione, capitanata da Giuseppe La Masa. Dopo sanguinosi scontri, La Masa, al comando dell'esercito popolare, riesce a scacciare la luogotenenza generale e gran parte dell'esercito borbonico dalla Sicilia, costituendo un «comitato generale rivoluzionario» dagli inizi di febbraio. Il comitato generale istituisce un governo provvisorio a Palermo; tra le felicitazioni generali e l'ottimismo, Ruggero Settimo, un liberale moderato appartenente alla nobiltà siciliana, viene nominato presidente. Il 13 aprile il parlamento siciliano completa l'indipendenza con una nuova delibera in cui si afferma: "1) Ferdinando Borbone e la sua dinastia sono per sempre decaduti dal Trono di Sicilia., 2) La Sicilia si reggerà a Governo Costituzionale, e chiamerà al Trono un principe Italiano dopoché avrà riformato il suo Statuto"Decreti in Collezione di Leggi e Decreti Del General Parlamento di Sicilia nel 1848 Anno 1° della Rigenerazione, Palermo, Stamperia Pagano-Via Macqueda laterale S. Orsola, n. 321-322, 1848.

. Intanto, nonostante l'appoggio concreto delle città siciliane al governo provvisorio di Settimo, le aree rurali diventano scarsamente controllate, e agitazioni contadine mettono in serie difficoltà le amministrazioni locali. La repressione borbonica dell'estate del 1849, contro un governo provvisorio ormai instabile, decretava la fine dell'esperienza del 1848-1849 e la creazione di una frattura totalmente insanabile tra la classe politica siciliana e quella napoletana, gettando di fatto le fondamenta per l'appoggio all'Impresa dei Mille.

Rivolte contro il governo sabaudo Ma già pochissimi anni dopo la spedizione dei mille e l'annessione dell'Isola al Regno di Sardegna, scoppiano in tutta l'isola focolai di ribellione contro il governo sabaudo, come quella a Palermo nota come rivolta del sette e mezzo. Nella notte tra il 15 ed il 16 di settembre del 1866, circa 4 000 contadini dalle campagne circostanti Palermo, raggiungono la città, l'assaltano e spingono la popolazione alla ribellione. Fonti governative, parlano di circa "40 mila uomini in arme". Alla rivolta partecipano anche ex-garibaldini. La marina italiana, coadiuvata da quella inglese, decide di reprimere la rivolta bombardando la città dal porto: il risultato è di oltre un migliaio di morti, ed i sopravvissuti vengono arrestati ed in alcuni casi condannati a morte .

Il separatismo (1943-1946)