Nato in una famiglia di artisti, sembra che apprese il mestiere della pittura presso la bottega dei fratelli Giovanni e Giovan Francesco Caroto in un periodo particolarmente favorevole della storia della pittura a Verona, in quanto la generazione di pittori precedente aveva ormai superato la tradizione locale, aprendosi a nuovi stimoli. Esordì probabilmente come aiuto del padre Agostino nelle decorazioni della chiesa di Santa Maria in Organo. Dopo alcuni primi lavori minori autonomi, ricevette la sua prima grande commissione per volere dell'arciprete Giovanni del Bene della chiesa di Santo Stefano, dove realizzò un pregevole Cristo portacroce. Fin da subito fu però la tecnica ad affresco quella nella quale Domenico dimostrò maggiore destrezza. Dopo alcune esperienze minori, nel 1551 fu chiamato a Trento per decorare la facciata del prestigioso palazzo Cloz-Salvetti. Successivamente fu impegnato nella decorazione del palladiano Palazzo Porto a Vicenza, dove realizzò una Caduta dei giganti, ispirata al manierismo di Giulio Romano. Nel 1553 tornò a lavorare nella città natale per gli affreschi sulle facciate di Palazzo Fiorio della Seta, oggi staccati ed esposti al museo degli affreschi Giovanni Battista Cavalcaselle. Numerose furono anche le commissioni religiose, tra cui ricordiamo la Santa Caterina per il Duomo di Mantova, la Vergine col Bambino e i santi per la chiesa di Santa Eufemia del 1544, le tele Madonna in trono col Bambino e le sante Orsola e Scolastica e Cristo con i santi Martino e Benedetto per la Chiesa di Santa Caterina alla Ruota. Nel 1566, un anno prima della sua morte, realizzò il suo capolavoro, la raffigurazione di 108 vescovi veronesi presso la sala del Palazzo del Vescovado.

Considerato tra i maestri della pittura veronese, Domenico si distinse per un linguaggio personale fondato sulla caratterizzazione delle figure, segnate dall'intensità espressiva, dalla naturalezza dei gesti e dall'attenzione alla dimensione psicologica, nonché per i paesaggi di sfondo dal gusto nordico. Se nella prima parte della sua carriera si identifica una chiara adesione al manierismo di Giulio Romano, successivamente schiarì la sua tavolozza, propose forme più aggraziate e gesti più sciolti, dimostrando di aver assimilato parte dei modi del celebre concittadino Paolo Veronese. Tuttavia, la critica gli ha spesso contestato una scarsa indole colorista. Oltre che pittore, Domenico fu «ottimo musico», come lo ricorda Giorgio Vasari, nonché membro fondatore dell'Accademia Filarmonica di Verona. Morì nel 1567 per cause sconosciute, lasciando una modesta eredità. La sua attività fu continuata dai figli avuti con la moglie Toscana: Felice, Giambattista e Cecilia.

Biografia

Origini familiari e apprendistato

Domenico Brusasorzi nacque a Verona nel 1516 (o 1515) da Agostino (documentato tra il 1482 e il 1555), detto «de Pento e Maragon», e da Angela, originaria della popolosa contrada di Santo Stefano, dove la famiglia risiedeva e dove Domenico continuò a vivere per tutta la vita. Carlo Ridolfi, nelle Le meraviglie dell'arte (1648), lo indicò come nato nel 1494 e figlio di un intagliatore di nome Jacopo, ma tale notizia è stata successivamente smentita. Agostino fu pittore, miniatore, restauratore di pale d'altare e abile frescante; lavorò a numerose commissioni, in particolare per il convento di Santa Maria in Organo, benché nessuna sua opera sia oggi attribuibile con certezza. Fu probabilmente lui a impartire al figlio i primi rudimenti della pittura. La famiglia aveva origini valtellinesi e discendeva da una consorteria di artigiani e artisti provenienti da Chiavenna, trasferitasi a Verona nella seconda metà del Quattrocento....

Secondo la tradizione, Domenico fu allievo di un esponente della famiglia Caroto, anch'essa di origine lombarda, sebbene non sia possibile stabilire con certezza quale dei due fratelli ne sia stato il maestro. Giorgio Vasari riferisce che Agostino Brusasorzi fosse compare di Giovan Francesco Caroto; per questo motivo la critica ha generalmente identificato quest'ultimo come il più probabile maestro di Domenico, pur senza escludere un ruolo di Giovanni Caroto, più stabilmente attivo a Verona e maggiormente impegnato nei lavori decorativi di Santa Maria in Organo...

I Caroto appartennero alla generazione che, insieme a Liberale da Verona, Francesco Morone e Girolamo dai Libri, contribuì ad aprire la pittura veronese ai nuovi orientamenti artistici del primo Cinquecento. In particolare, Gian Francesco Caroto emancipò la scuola locale dalla tradizione mantegnesca, ormai irrigidita in formule ripetitive, introducendovi gli influssi lombardi assimilati durante i suoi viaggi e preparando il terreno al rinnovamento della generazione successiva. Attraverso l'apprendistato nella bottega dei Caroto, Brusasorzi assimilò tale rinnovamento, maturando un linguaggio di matrice raffaellesca innestato sulla tradizione figurativa veronese..

Le prime opere note di Domenico furono eseguite in collaborazione con il padre nella chiesa di Santa Maria in Organo, dove Agostino lavorava già dal 1529 e che rappresentava allora uno dei principali cantieri del rinnovamento artistico veronese. Generalmente attribuite al figlio, le ante della sagrestia furono celebrate da Giorgio Vasari come tra le più belle opere d'Italia per il rapporto con gli intarsi lignei di fra Giovanni da Verona. Le ante del bancone raffigurano nove paesaggi e la Trasfigurazione del Signore, mentre quelle degli armadi contrapposti presentano episodi della vita di Cristo.. Allo stesso intervento sono inoltre attribuiti dieci sportelli decorati con vedute ispirate al territorio veronese, caratterizzate da una natura vivace e dinamica, talvolta animata da violenti fenomeni atmosferici come le tempeste.. È infine documentato un dipinto oggi perduto raffigurante Cristo e l'adultera.

Gli esordi

Le prime notizie sull'attività artistica di Domenico sono scarse e indirette. È stato proposto che la sua prima opera autonoma possa essere l'affresco Madonna con San Giovannino e San Giuseppe, staccato nel 1967 e trasferito nel battistero del duomo di Villafranca. L'iscrizione «MDIXXX» è tuttavia mutila e non consente di stabilire con certezza la data dell'opera. L'ipotesi più accreditata è che si riferisca al 1539, quando Domenico avrebbe ormai raggiunto una sufficiente autonomia dal padre da poter realizzare un'opera da solo. Nel dipinto emergono già alcuni caratteri destinati a divenire ricorrenti nella sua produzione, come la figura della Vergine e il paesaggio appena accennato sullo sfondo..

Tra le sue prime opere giovanili note figurano il Sant’Antonio Abate e san Paolo, conservato alla Pinacoteca di Brera di Milano, la Madonna col Bambino e santi per la chiesa delle Sante Teuteria e Tosca a Verona, il Cristo con un donatore per la chiesa di San Lorenzo Martire di Nogarole Rocca. In quest'ultima, il Redentore mostra la ferita del costato al committente inginocchiato, probabilmente un esponente della famiglia Bevilacqua Lazise; secondo un'altra interpretazione potrebbe trattarsi di un prelato o del rettore di una confraternita laica.. Dell'opera si conserva anche un disegno autografo dell'autore, oggi al gabinetto dei disegni e delle stampe degli Uffizi nella collezione Santarelli, nel quale il committente è sostituito da un angelo che raccoglie in un calice il sangue versato da Cristo. La produzione di questi anni rivela la varietà della formazione di Brusasorzi: vi confluiscono gli influssi di Giulio Romano e del Primaticcio, la rielaborazione di modelli raffaelleschi e veneti, in particolare tizianeschi, oltre a suggestioni del Moretto e della cultura toscana, soprattutto nell'ambito del Pontormo, riconoscibili nella gestione del colore e del disegno..

Tra il 1546 e il 1548 il nobile e facoltoso Giovanni Del Bene, arciprete della chiesa di Santo Stefano, commissionò a Domenico Brusasorzi, con la collaborazione del padre Agostino, la grande pala del Cristo portacroce, destinata all'altare maggiore della chiesa. I pagamenti effettuati dal Del Bene e dalla Compagnia del Crocifisso documentano l'esecuzione dell'opera, considerata la prima pala datata dell'artista e uno dei vertici della sua produzione religiosa. Fu anche l'inizio di una collaborazione tra del Bene e Brusasorzi che si protrarrà nel tempo.... La pala raffigura Cristo durante il cammino verso il Calvario, affiancato da santo Stefano, mentre nella parte inferiore compaiono otto santi le cui reliquie erano venerate nella chiesa. È probabile che la scelta iconografica sia stata dettata dallo stesso Del Bene, erudito sostenitore del rinnovamento religioso veronese che aveva promosso la ristrutturazione della chiesa secondo i principi della nascente Riforma cattolica, privilegiando immagini di immediata comprensione e forte efficacia devozionale.. Dal punto di vista stilistico il dipinto testimonia un'importante evoluzione del linguaggio dell'artista. Alla tradizione veronese di ascendenza mantegnesca, evidente nel punto di vista ribassato, nella costruzione prospettica e nell'impianto piramidale della composizione, si affiancano gli influssi della pittura bresciana e il forte pathos della pittura fiamminga, riconoscibile nell'intensità espressiva del volto di Cristo e di san Rocco. La fusione di questi elementi conferisce alle figure una forte partecipazione emotiva, rendendole solenni ma vicine alla sensibilità dei fedeli..

Sebbene queste prime opere a olio gli avessero già procurato apprezzamento, evidenziando alcune incertezze legate alla sua formazione, fu nell’affresco che Brusasorzi trovò fin dagli esordi il mezzo più congeniale alla propria sensibilità artistica, raggiungendo una maturità tecnica ed espressiva che lo avrebbe reso uno dei maggiori frescanti veronesi del Cinquecento. Un primo esempio di questa attività è rappresentato dalla decorazione delle quattro facciate di Villa Marogna a Nogara, realizzata nel 1548 e oggi quasi completamente perduta.. Tra il 1549 e il 1551 partecipò, insieme ad altri artisti veronesi, alla decorazione di Villa Del Bene a Volargne (comune di Dolcè), una delle principali imprese decorative del territorio veronese dell’epoca. Sebbene il suo ruolo nel cantiere non sia definito con certezza, gli sono stati attribuiti alcuni interventi, tra cui gli affreschi della volta della scala e della loggia superiore, con quattro paesaggi caratterizzati da un vivace naturalismo e da un’attenta osservazione dell’ambiente. Al primo piano gli sono inoltre riferite alcune scene delle Storie di Giuseppe, nelle quali emerge la progressiva assimilazione di modelli narrativi e compositivi di matrice manierista...

Nel complesso, gli anni della formazione mostrano la progressiva definizione del suo linguaggio, ancora aperto a diverse influenze ma già orientato verso una sintesi personale. Il contesto artistico veronese della metà del Cinquecento, caratterizzato dall’incontro tra la tradizione veneta e le aperture romano-toscane filtrate dall’esperienza di Giulio Romano, favorì infatti l’assimilazione delle prime istanze del Manierismo, che Brusasorzi avrebbe successivamente rielaborato secondo una sensibilità autonoma..

L'affermazione come frescante: Trento, Vicenza e Verona

Tra il 1551 e il 1554 Domenico Brusasorzi raggiunse la piena maturità artistica, affermandosi soprattutto come frescante attraverso importanti cicli di carattere storico, mitologico e religioso, realizzati non solo a Verona ma anche in centri esterni al territorio cittadino.