Messia è il termine che designa una figura e una nozione importante per le tre principali religioni monoteistiche abramitiche: ebraismo, cristianesimo e islam, ma è presente anche nel rastafarianesimo e nel mazdeismo iranico. In tali religioni si crede che a un certo punto della storia debba comparire un inviato da Dio con il compito di eliminare le contraddizioni della condizione umana attuale.
Il Messia, salvatore e risolutore del tempo attuale, è l'instauratore di un tempo nuovo e definitivo (eschaton), che corrisponde, per i suoi vari contenuti di felicità e perfezione, alle aspirazioni della comunità che lo attende. Il Messia abolisce la realtà attuale e la sostituisce con una nuova realtà che, almeno nelle prospettive, si presenta come metastorica e mitica"Messia" in Enciclopedia delle religioni, Vallecchi, Firenze, 1970-1976, vol. 4, pag. 289..
Per l'ebraismo il Messia ebraico deve ancora arrivare e governerà e unirà il popolo di IsraeleMegillah 17b-18a, Taanit 8b, conducendolo verso l'Era MessianicaSotah 9a di pace globale e universale. Non è previsto che abbia natura divina, ma unicamente umana. Nel Cristianesimo la figura del Messia coincide con quella di Gesù CristoCristo, dal greco Χριστός, Christós, è infatti la traduzione della parola ebraica מָשִׁיחַ, mašíakh, dal quale proviene l'italiano messia. quindi, di fatto, per i cristiani il Messia è già comparso e se ne aspetta la seconda venuta. La sua natura divina o umana è oggetto controverso delle diverse confessioni scismatiche. Nell’Islam il Messia coincide nuovamente con Gesù, anche i musulmani dunque aspettano il suo ritorno. Non ha natura divina, solamente umana al pari degli altri profeti.
Origine e significato del termine Il termine italiano "Messia" deriva dal latino ecclesiastico Messīas -ae a sua volta dal greco antico Messías (Μεσσίας), quindi dall'aramaico məšīaḥ (מְׁשִיחָא), quindi dall'ebraico māšīāḥ (משיח), in arabo mesīḥ (مسيح) col significato di «unto». L'unzione, infatti, era il rito con il quale nella Bibbia veniva nominato un re (generalmente per indicazione divina a un profeta) o un sommo sacerdote (cfr. il cap. 29 del Libro dell'Esodo) e indicava che il nominato sarebbe stato assistito dallo Spirito di Dio.
Nell'Antico Testamento, l'ebraico māšîaḥ ( מָשִׁיחַ) era appellativo attribuito a chi era investito da Dio dell'autorità di intermediare con il popolo di Israele. Nella Septuaginta, l'antica versione greca della Bibbia ebraica, sia nei libri canonici che nei libri deuterocanonici il termine messia fu tradotto in greco antico con la parola "cristo" (Χριστός, pronuncia christós). Per esempio nel primo capitolo del Secondo libro dei Maccabei, uno dei, infatti, il termine è attestato nell'indirizzo di una lettera di Giuda Maccabeo con riferimento ai sommi sacerdoti:
È inoltre presente nel testo greco del Siracide 46:13, 19 (traduzione CEI 2008):
I principi unti re da Samuele furono Saul (1 Sam 10,1.6) e Davide (1 Sam 16,13). Il termine "unto" nel versetto 19 è riferito a uno dei due, verosimilmente Davide che sembra essere stato presente alla morte di Samuele.
Storia della nozione
Nell'antichità l'olio d'oliva era la base di ogni unguento o profumo. L'unzione, perciò, era parte della vita quotidiana e simbolo dei momenti di gioia (cfr. ad esempio nella Bibbia e ).Per un approfondimento si legga la voce "unguento" nella Grande enciclopedia illustrata della Bibbia, Piemme 1997, III pp. 502-503. Nel libro dell'Esodo () viene stabilita la composizione di un olio rituale, profumato per un terzo con mirra, per un terzo con cassia e per un sesto ciascuno con cinnamomo e canna aromatica. L'olio sacro serve per esprimere il compiacimento divino, cioè per consacrare tramite un rito di unzione sacra il tabernacolo, i suoi arredi e i ministri del culto.
Analogamente nella Bibbia compare il rito di unzione del re, ma solo in occasione di cambi di dinastia, quando risultava indispensabile esprimere il compiacimento divino. Particolarmente significativa è l'attribuzione di "unto" al re persiano Ciro, che ovviamente non si era sottoposto ad alcun rito ebraico, per sottolineare che egli aveva svolto una funzione salvifica e regale stabilita da Dio.Secondo la voce "Messia" della Grande enciclopedia illustrata della Bibbia (Piemme 1997, II p. 358): "Compaiono qui cinque elementi che, alla luce del resto della Scrittura, permettono di individuare alcune linee fondamentali del messianismo veterotestamentario. Ciro è un uomo eletto da Dio (Is 41,25), che lo destina a ricoprire un compito di salvezza nei confronti del popolo di Dio (Is 45,11-13) e per un ministero di giudice dei suoi nemici (Is 47). A lui è data la sovranità sulle nazioni (Is 45, 1-3), e in tutto il suo agire chi è propriamente all'opera è Yahwe stesso (Is 45, 1-7)".
La nozione di Messia, quindi, è strettamente legata a quella di "regalità" e tale regalità è, nell'alveo delle antiche civiltà del Vicino Oriente, frutto di una investitura divinaKurt Hruby in Dictionnaire des Religions (a cura di Jacques Vidal). Parigi, Presses universitaires de France, 1984. In italiano: Dizionario delle religioni. Milano, Mondadori, 2007, pp. 1195 e segg..
E come in Egitto, dove il faraone è indicato come figlio di Ra (il dio Sole), o come per il re, rappresentante del Dio nazionale, in Mesopotamia, allo stesso modo l'investitura del re di Israele richiede riti liturgiciKurt Hruby in Op.cit... La sostanziale differenza nella cultura ebraica è mantenere il privilegio della liturgia dell'unzione con l'olio d'oliva nell'investitura regale rispetto all'incoronazione.
Quindi il re d'Israele è l'"Unto di JHWH", il Dio nazionale ebraico, come gli antichi re mesopotamici erano gli «Unti di An o di Enlil».
L'unzione del re di Israele rappresenta una investitura caratterizzata dalla discesa dello Spirito divino:
Ma il re investito con l'olio non è solo l'eletto, ma anche il figlio di Dio, una terminologia utile per esprimere il dovere di eseguire la volontà del padre:
Isaia (VI sec. a.E.C.) profetizza che dalla stirpe di David, sarebbe sorto, in un futuro, un re che avrebbe ristabilito la giustizia:
Romano PennaIn Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, pag.475 osserva che alla fine del VI secolo a.C. si ha una prima evoluzione della nozione quando Ezechiele, avverso alla monarchia, "stacca" il "messia" dalla casa di David, il vero David deve ancora venire:
A partire dall'epoca persiana, quindi tra il IV e il II, la figura del "messia" acquisisce dei connotati "oltre umani"Romano Penna. Op.cit...
Di analogo avviso è Harold Louis GinsbergMessiah, in Enciclopedia Judaica, vol.14. NY, Macmillan, 2006, pagg.100 e segg., il quale distingue tre fasi di sviluppo della nozione: fase 1: David è scelto dal Signore per regnare sul suo popolo fino alla fine dei tempi (2 Samuele VII; XXIII 23, 1-3; V), avendo anche il dominio sui popoli stranieri (cfr. 2 Samuele XXII. 44-51; Salmo XVIII, 44-51; Salmo II); fase 2: si avvia con il crollo del regno di David dopo la morte di Salomone. Sorse quindi la dottrina, o la speranza, che la 'casa' di David avrebbe potuto ancora regnare su Israele esercitando un dominio sulle nazioni vicine (cfr. Amos IX,11-12; Isaia XI,10; Osea III, 5); fase 3: III. con Isaia si sposta la focalizzazione della figura come continuità della dinastia a quella sulla qualità di un futuro re: la giustizia sarà a fondamento del suo trono, giustizia che eserciterà grazie al suo potere carismatico.
Viene impiegato nell'Antico Testamento per indicare i personaggi unti di olio per volere o su indicazione di Dio, persone caratterizzate da una precisa missione e con uno scopo: re, profeti, sacerdoti.
Attraverso l'esperienza del regno (cioè a partire dal primo re, Saul), "messia" viene usato più specificamente in riferimento ai re. L'Antico Testamento riporta la promessa fatta alla discendenza di Davide che un suo discendente sarebbe rimasto sempre sul trono di Giuda, dando alla consacrazione regale un carattere dinastico.
Con la fine della monarchia nel regno giudaico, successiva al regno israelitico, e l'inizio dell'esilio babilonese (587-538 a.C.), il significato del termine assume anche un significato escatologico e indica l'inviato di Dio che apre l'era omonima: l'Era Messianica.
Al significato ultimo sovraesposto si allaccia il riconoscimento cristiano di Gesù Cristo come Messia atteso da Israele.
Nel 2000 è tornata alla luce la stele di Gabriele, un reperto archeologico datato tra il primo secolo avanti Cristo e il primo secolo dopo Cristo, che presenta un Messia notevolmente diverso dal glorioso discendente di Davide che avrebbe dovuto ristabilire la monarchia Israeliti, come era concepito all'epoca. Essa invece descrive un Messia che avrebbe sofferto e sarebbe risorto dopo tre giorni.
Nell'ebraismo
L'obiettivo finale ebraico si realizza in una monarchia davidica, apice di Israele, che l'avvento messianico dovrebbe restaurare. La parola ebraica Mashiach (o Moshiach) si riferisce alle idee ebraiche attorno alla figura del Messia. Come la parola italiana Messia, Mashiach significa unto"What is the Jewish Belief About Moshiach?", su chabad.org.
Nella Bibbia il rito dell'unzione di un re viene citato tutte e sole le volte che c'è un cambio di dinastia: esso perciò esprime approvazione divina e conferisce legittimità. Analogamente il rito viene eseguito per conferire la carica di sommo sacerdote; figura spesso indicata come "il sacerdote, quello unto" (Cohen ha-Mašíaḥ). L'unico personaggio, non rientrante in queste due categorie, a cui viene attribuito questo titolo è l'imperatore Ciro il Grande (), il cui ruolo di liberatore del popolo ebraico lo rende quasi un prototipo del messia escatologico.
Nell'Era Talmudica il titolo Mashiach o , Méleḫ ha-Mašíaḥ (nella vocalizzazione tiberiense pronunciato Méleḵ haMMāšîªḥ), letteralmente significa "il Re unto", e si riferisce al leader umano e re ebraico che riscatterà Israele nella "Fine dei giorni" e che la condurrà verso un'era messianica di pace e prosperità sia per i vivi che per i morti.
Il Messia ebraico, quindi, si riferisce a un leader umano, discendente fisicamente dalla stirpe di Re Davide, che governerà e unirà il popolo di Israele e che lo condurrà verso l'Era Messianica di pace globale e universale. Il Messia ebraico, a differenza di quello cristiano, non viene considerato divino e non corrisponde alla figura di Gesù di Nazaret nelle aspettative messianiche ebraiche.
Nel cristianesimo
Il cristianesimo, in tutte le sue confessioni, crede che il Messia si sia già manifestato, e lo identifica con la figura di Gesù di Nazareth. In greco mashìach si traduce Christòs (Χριστός), da cui viene l'appellativo tradizionale, di matrice neotestamentaria, di Gesù, il "Cristo". Il nome Gesù, attraverso il greco dei Vangeli Ἰησοῦς (Iēsū̀s) e il latino Iesus, è equivalente al diffusissimo nome ebraico יהושע [pronuncia Yĕhošūa‘]. Tale nome è propriamente un teoforico, e significa "Dio è salvezza" o "Dio salva". In ebraico moderno il nome Gesù, intendendo specificamente il Gesù cristiano e non un generico Yehoshua, è Yeshu (ישו).
L'atteggiamento di Gesù di fronte alle attese messianiche del suo tempo
Al tempo di Gesù, anche a seguito della dominazione straniera in atto per opera dell'Impero romano, la maggior parte di coloro che attendevano il Messia supponeva che si sarebbe trattato di una personalità in grado di restituire l'autonomia politica agli Ebrei e di restaurare il Regno di Israele. La fede in un Messia-Liberatore era propria, probabilmente, di tutte le principali correnti spirituali giudaiche, sebbene con differenti implicazioni e sfumature.