Il divismo è un fenomeno di costume iniziato nel XIX secolo che consiste, essenzialmente, in un processo di quasi divinizzazione dei protagonisti di teatro, cinema, musica, sport, la cui immagine diventa un'icona altamente simbolica e onnipresente nella vita della gente comune, quasi pari alle icone religiose dei secoli passati: le persone che provocano tale fenomeno vengono definite divi e dive, uomini e donne, ossia celebri personaggi che sono sostenuti da numerosi ammiratori entusiasti, i quali sono identificati con il termine fan dagli anglofoni. In questo articolo si descrive il divismo riguardante teatro e cinema.

Precedentemente si erano avuti, verso gli attori di teatro, fenomeni di ammirazione tali da farli divenire divi, sebbene il termine divismo non fosse stato ancora elaborato e utilizzato per tali situazioni: si pensi al francese François-Joseph Talma, agli inglesi Edmund Kean e David Garrick o alle attrici Sarah Bernhardt ed Eleonora Duse solo per citare alcuni esempi celebri.

Il divismo cinematografico nacque forse in Italia, dove era presente una delle prime industrie cinematografiche già dagli anni 1910. In seguito divenne un fenomeno prettamente americano, con lo sviluppo di Hollywood e delle grandi case di produzione, che vedevano nei "divi" una sicura fonte di guadagno.

Antecedenti

Il primo progetto di divinizzazione della propria immagine in Occidente risale ad Alessandro Magno, che si ispirò ai sovrani egizi e orientali. Essenzialmente si trattava di riempire l'impero di sue immagini che venivano assimilate alle statue venerate nei templi. In un mondo scarsamente popolato da immagini e oggetti figurati, tali rappresentazioni assumevano un valore particolarmente significativo per il popolo. Alessandro si era fatto rappresentare anche con attributi divini, come le corna di Ammone, alimentando l'idea della sua natura semi-divinaGeoffrey Ernest Maurice de Ste. Croix, The Class Struggle in the Ancient Greek World, 1981..

Alessandro Magno ispirò profondamente non solo i condottieri e i sovrani della sua epoca, ma anche diversi imperatori romani, che ne ereditarono il modello di sovranità carismatica e semi-divina. Augusto, in particolare, fece collocare statue che lo rappresentavano in tutto l’Impero, attribuendo alla propria immagine una sensazione di onnipresenza ultraterrena. Questa strategia iconografica non mirava solo alla propaganda politica, ma tendeva a trasformare la figura dell’imperatore in un’entità quasi sacra, presente ovunque e al di sopra del comune cittadinoPaul Zanker, The Power of Images in the Age of Augustus, 1988..

In epoca imperiale romana, il processo si formalizzò con il culto imperiale, attraverso il quale alcuni imperatori venivano divinizzati dopo la morte (apoteosi), e in certi casi già in vita, come accadde con Caligola o Domiziano, che si fecero adorare come deiMary Beard, John North e Simon Price, Religions of Rome, 1998..

La diffusione di busti, statue, ritratti monetali e templi dedicati all’imperatore non solo consolidava il controllo politico, ma creava una vera e propria religione civile, in cui l’immagine del sovrano assumeva un’aura di sacralità e intoccabilità. Questa strategia segna uno dei primi esempi storici di come l’immagine di una persona reale, diffusa sistematicamente su larga scala, possa essere usata per creare un'aura di eccezionalità, carisma e distanza dal comune.

Divi teatrali

La popolarità di alcuni attori teatrali tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ha portato a considerarli i primi divi dell’epoca moderna, veri e propri pionieri del fenomeno del divismo prima ancora dell’avvento del cinema. In un periodo in cui la fotografia e la stampa stavano trasformando la comunicazione, questi attori divennero figure di culto, capaci di attirare l'attenzione non solo del pubblico, ma anche di giornalisti, illustratori e fotografi, contribuendo a creare una vera e propria mitologia intorno alla loro persona.

Il processo ebbe inizio già intorno al 1820, quando le tradizionali compagnie di repertorio — in cui gli attori ricoprivano ruoli fissi e ruotavano attorno a testi predefiniti — iniziarono a trasformarsi in compagnie “a stella”, strutturate attorno a un attore celebre che ne diventava il fulcro artistico e commerciale. Entro il 1890, questo modello si era affermato a livello internazionale, consacrando definitivamente la figura dello star actor come elemento trainante del successo teatrale.

Un esempio emblematico è Sarah Bernhardt, forse la più celebre attrice della seconda metà dell’Ottocento. Definita “la divina”, Bernhardt fu una pioniera nell’usare la propria immagine pubblica per costruire un’identità carismatica e inconfondibile. Si esibì in tournée in Europa, America e perfino in Sud America, portando il proprio nome ben oltre i confini francesi. La sua figura affascinava per l’intensità della recitazione, ma anche per il personaggio eccentrico e moderno che incarnava: fu tra le prime a farsi fotografare in costume di scena, a recitare in ruoli maschili (come Amleto), e perfino a registrare la propria voce su cilindri fonografici, contribuendo a fissare la sua presenza nell’immaginario collettivo.

Accanto a lei, altri attori divennero veri fenomeni di massa: Eleonora Duse in Italia, famosa per uno stile recitativo più intimista e introspettivo, spesso contrapposto a quello estroverso e declamatorio della Bernhardt; oppure Tommaso Salvini e Ernesto Rossi, interpreti shakespeariani che portarono il teatro italiano in tournée internazionali, suscitando grande entusiasmo anche nei teatri inglesi e americani.

Questo nuovo tipo di fama, legata all’individualità dell’attore e alla sua capacità di attrarre il pubblico come personalità unica e irripetibile, pose le basi per il successivo divismo cinematografico. Già nel teatro ottocentesco si delineavano quindi i tratti fondamentali della star moderna: esibizione pubblica, culto dell’immagine, diffusione mediatica e rapporto carismatico con il pubblicoJandelli 2008, cit., pag. 17..

Divismo cinematografico Il divismo rinacque con maggiore forza in ambito cinematografico negli anni venti, grazie all'intensa collaborazione tra cinema e gli altri mass media (giornali, riviste, rotocalchi, radio, industria musicale). La popolarità del cinema non poteva essere paragonata a quella del teatro, perché la diffusione capillare di un film di successo rendeva gli attori popolari davanti a un pubblico straordinariamente vasto, ben più della somma degli spettatori che avrebbero potuto assistere a tutte le performance teatrali di un singolo attore, in tutta la sua carriera.

Nascita del divismo cinematografico (anni dieci)

Inizialmente gli effetti mediatici del cinema furono una sorpresa: Max Linder, protagonista di una serie di cortometraggi settimanali prodotti dalla Pathé tra il 1905 e il 1911, scoprì suo malgrado l'enorme popolarità raggiunta quando venne accolto da un'inaspettata folla di più di mille persone ad attenderlo a Barcellona nel 1911, che richiese l'intervento della polizia: al ritorno a Parigi chiese ed ottenne il raddoppio della paga annua, e, in una guerra commerciale tra Pathé e un produttore tedesco, arrivò a strappare la cifra astronomica di un milione di franchi all'anno (contro i 7.300 della sua paga iniziale). Il suo successo mondiale era facilitato anche dalla serializzazione dei suoi personaggi e dall'identità tra immagine sullo schermo e immagine reale: questo sarà uno degli elementi chiave del divismo, quello che permette la riconoscibilità da parte del pubblico e la convinzione inconscia di conoscere personalmente l'attore, come se fosse un vicino di casa, ma infinitamente più simpatico o attraente; grazie a questo il pubblico si sente legato e riversa affetto e ammirazione sul personaggioJandelli 2008.

In America il primo fenomeno di divismo è legato alla vicenda di Florence Lawrence del 1908, una graziosa attrice soprannominata la ragazza della Biograph, che in una lotta commerciale tra case di produzione venne strappata alla Biograph e, tramite un lancio pubblicitario mai registrato prima nel settore, venne prima diffusa una falsa notizia che la voleva morta in un incidente e poi ri-presentata al pubblico, viva e vegeta, come la rinata ragazza della IMP (una casa di produzione indipendente di Carl Laemmle, quindi più spregiudicata e innovativa). Fu uno dei primi casi in America in cui si cercava di prevedere la popolarità di un film futuro grazie alla presenza di un determinato attore/attrice. Al 1911 risale la prima rubrica, sul Motion Picture Story Magazine, dedicata alle star e ai pettegolezzi sulla loro vita privata.

Ma fu l'Italia il luogo dove nacque e si diffuse la parola "diva", durante la stagione che vide la nascita dell'industria cinematografica italiana negli anni dieci, fino alla creazione di un vero e proprio genere chiamato "diva-film". Le donne fatali italiane si ispirarono alle Vamp (donne-vampiro) scandinave, in particolare ad Asta Nielsen, protagonista nel 1910 del film Abisso, visto ad esempio da Francesca Bertini. Nel 1913 Lyda Borelli girò il primo diva-film Ma l'amor mio non muore di Mario Caserini. Colpì soprattutto il suo ballo sensuale e seduttivo attorno all'uomo, che inaugurò una figura di donna dominatrice e alla ricerca di un nuovo ruolo sociale. Tra le grandi dive del cinema italiano vi furono oltre alle già citate Bertini e Borelli, anche Pina Menichelli, Italia Almirante Manzini e, presa dal teatro, anche Eleonora Duse. In ambito maschile divenne estremamente popolare Bartolomeo Pagano, l'attore di Maciste, dove tornava, come in Linder, la sovrapposizione tra personaggio sullo schermo e persona nella vita reale (suggerita da molti film della serie, dove Pagano-attore è nella vita normale e gli eventi lo fanno diventare Maciste). Altro esempio di divismo maschile nel cinema muto italiano è incarnato da Emilio Ghione, tutt'uno con il celebre personaggio da lui inventato e interpretato, Za la Mort.

Un divo era qualcosa di diverso dall'attore: l'attore può recitare molte parti diverse, mentre un divo è essenzialmente un prodotto legato alla propria immagine, che quindi ripete sempre un medesimo modello nelle varie pellicole.

L'epoca d'oro del divismo (1920-1933)

Negli anni venti l'industria hollywoodiana decise di puntare con forza sul divismo, che divenne il cardine del sistema produttivo. Un film veniva di solito ideato espressamente per un volto o per un personaggio e le case di produzione tenevano sotto contratto un vivaio di giovani attori fisicamente attraenti, che venivano fatti diventare famosi e poi se ne sfruttava l'immagine in una serie di film appositamente creati. Erano possibili anche i prestiti e le cessioni di divi ad altri studios, ma comunque entro una politica di scambi.

I divi degli anni venti e dei primi anni trenta erano molto conturbanti e trasgressivi, spesso dai tratti esotici, come l'italiano Rodolfo Valentino, la svedese Greta Garbo o la tedesca Marlene Dietrich. Anche grandi artisti quali Charlie Chaplin o Buster Keaton furono delle star, con un'immagine ben studiata.

I divi suscitavano deliri di folla feticista (come ben descritto nel film Il giorno della locusta del 1975, ambientato alla fine degli anni 1930), diventando presto uno dei principali fattori dell'alienazione di massa della società moderna. Il divo sullo schermo, etereo e soprannaturale, era ormai un'immagine del tutto separata dalla persona in carne ed ossa, che recitava e lavorava come le persone normali.