Per storia istituzionale italiana s'intende il complesso dei fenomeni giuridici e sociali che hanno descritto la dinamica politica in Italia dal 1861 ad oggi.

Il processo nel quale si sono succeduti i diversi momenti della storia istituzionale italiana è suddivisibile in:

Monarchia (1861-1946) Stato liberale (1861-1925), che inizia con la costituzione del Regno d'Italia e termina con il discorso di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925; Stato fascista (1925-1943), coincidente con la dittatura di Benito Mussolini; Liberazione (1943-1945) che termina con la vittoria del Regno del Sud, continuazione del precedente Regno d'Italia, e la sconfitta delle forze fasciste della Repubblica Sociale Italiana. Repubblica (dal 1946), che nasce con il referendum del 2 giugno e che si dota di una nuova Costituzione nel 1948.

Regime liberale

La nascita del Regno d'Italia L'unificazione del Regno d'Italia fu caratterizzata per la sua relativa rapidità nel processo di costituzione (aprile 1859 – marzo 1861) anche grazie alle capacità politiche della classe dirigente del Regno di Sardegna e soprattutto di Cavour (Destra storica).

Altra caratteristica fondamentale fu il ritardo con cui tale processo si manifestò rispetto ad altre nazioni europee (esclusa la Germania, che venne unificata solo nel 1871). Tutto ciò comportò, per il nuovo stato, una rapida successione di importanti sfide (lingua, istruzione, equa distribuzione delle risorse), che altrove erano state diluite in tempi molto più lunghi. Anche per questo la classe politica dell'epoca scelse una struttura statale caratterizzata da un forte accentramento (per scongiurare le tendenze scissioniste e federaliste), e l'utilizzo non raro dell'esercito.

Ulteriori difficoltà furono dovute al contrasto che il nascente stato ebbe con alcune autorità che per diversi anni mantennero una certa influenza politica, come il Re di Napoli (rifugiatosi a Roma), L'Austria, la Chiesa cattolica, e come se non bastasse verso la fine del secolo, il clima sociale fu ancora più turbato dalle prime organizzazioni ispirate al conflitto di classe (anarchici e socialisti).

La regolamentazione fondamentale del nuovo stato Il nuovo stato fu regolato dallo Statuto Albertino, che era stato precedentemente emesso nel 1848 dal Re di Sardegna e che fu esteso, dopo l'unificazione, a tutto il territorio italiano. Sostanzialmente, lo statuto, attribuiva al re il potere di governare tramite i suoi ministri che nominava e revocava autonomamente. Non era previsto dunque il governo come soggetto autonomo dal sovrano.

Per tutto il “periodo liberale” il governo fu stretto tra il potere del re e quello del parlamento. Quest'ultimo organo era formato dal Senato del Regno e dalla Camera dei deputati. Il primo non era elettivo e proprio per questo fu destinato a giocare un ruolo sempre minore rispetto alla Camera dei deputati, legittimata dal voto popolare, pur limitato a una minima percentuale di cittadini (fino al 1919, data dell'entrata in vigore del suffragio universale maschile).

Il sistema politico Nei primi anni la politica del nuovo stato pareva affermarsi intorno a una dinamica bipartitica, in parlamento si fronteggiarono infatti la destra e la sinistra “storica”. Presto però i deputati diedero vita al fenomeno chiamato “trasformismo” che comportò una mancanza di alternanza reale tra destra e sinistra al governo (trattandosi piuttosto di giochi parlamentari di alleanze mutevoli nel contesto parlamentare). Inoltre la democrazia italiana iniziò quasi subito a caratterizzarsi per una durata limitata dei governi (in media solo 13 mesi). Il trasformismo infatti emerse anche in risposta alla elevata debolezza dei governi oltre che alla necessità, per i liberali, di far fronte comune contro le fazioni “antisistema”.

Un'ulteriore particolarità del nuovo sistema politico era l'assenza di fazioni espressamente cattoliche, posizioni che si erano autoescluse dalla competizione parlamentare a seguito del non expedit. Tuttavia, fin da questi anni, la corrente cattolica prese a realizzare una fittissima rete associativa su tutto il territorio nazionale. Solo dopo l'aumentare dell'influenza del socialismo, la chiesa decise di rivedere le proprie posizioni, revocando il divieto di partecipazione cattolica alla competizione politica, a certe condizioni.

Il Partito Socialista Italiano (nato fin dal 1892) presentò subito una divisione interna tra “riformisti” e “massimalisti”, ma ciò non bastò per fermare l'ascesa elettorale della nuova formazione partitica.

I liberali (come Sonnino e Pelloux) risposero al crescente conflitto sociale con una doppia strategia fondata sulla repressione e la concessione di alcune riforme, tra cui la riforma agraria. Tale strategia si rivelò però inefficace e anzi controproducente, essa innescò infatti un aumento delle ostilità antisistema. Il secolo si chiuse con un evento esplicativo della situazione politico-sociale italiana: l'assassinio del Re Umberto I ad opera di Gaetano Bresci.

I primi quindici anni del nuovo secolo furono determinati dalla politica di Giolitti (liberale) il quale si propose di affrontare il problema del conflitto sociale cercando l'integrazione nel sistema delle componenti antagoniste (cattoliche e socialiste), pensando poi di sviluppare alleanze parlamentari con entrambe, sfruttando la competizione fra esse. Il risultato in questo senso fu mediocre, dato il continuo manifestarsi del trasformismo invece che di reali alternanze politiche di governo. Sul piano politico però Giolitti ebbe anche alcuni successi, come il “Patto Gentiloni” che assicurò ai liberali un certo sostegno da parte della forza elettorale cattolica, attribuendo così al suo partito una posizione di predominanza.

La fine della fase liberale L'Italia entrò nella prima guerra mondiale per decisione del governo Salandra I (con l'appoggio del Re), nonostante l'iniziale opposizione della maggioranza parlamentare. Le conseguenze della partecipazione alla guerra furono profonde, soprattutto nelle classi inferiori della società italiana, le quali pagarono il principale contributo di sangue. È in questo periodo che il movimento socialista si radicalizzava e si mobilitava in maniera sempre crescente scatenando un processo di contromobilitazione delle classi agiate, particolarmente sensibili al mito della “vittoria mutilata”. È in questi settori della società che il fascismo trovò i suoi sostenitori.

Nello stesso periodo anche i cattolici si organizzarono in maniera decisiva, fondando nel 1918 il Partito Popolare Italiano, seguito l'anno successivo dalla definitiva revoca del non expedit. Il PPI trovò subito un capo riconosciuto e condiviso nella personalità di don Luigi Sturzo.

A seguito delle elezioni del 1919, con la nuova legge elettorale proporzionale, i liberali furono definitivamente spodestati dalla posizione dominante che fino ad allora avevano goduto al parlamento. Sia il Partito Socialista Italiano che il Partito Popolare Italiano, infatti, guadagnarono insieme più della metà dei seggi.

Mentre il sistema politico era paralizzato dai veti incrociati e dall'elevata conflittualità, il movimento fascista, con a capo Benito Mussolini, sfruttò l'occasione di fragilità istituzionale e giunse al potere il 28 ottobre 1922.

Regime fascista

L'ingresso in politica del movimento fascista caratterizzò un cambiamento radicale per la fisionomia dello stato italiano nel quale, per la prima volta, venne utilizzata la minaccia dell'uso della forza per ricevere il potere esecutivo da parte del Re.

Dal punto di vista istituzionale, il processo che segnò il passaggio dal regime liberale al regime autoritario si articolò sostanzialmente in tre passaggi. L'approvazione di una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza, la legge Acerbo: in base ad essa, la forza politica che avesse ottenuto la maggioranza relativa dei voti (e almeno il 25%) avrebbe ottenuto i 2/3 dei seggi alla Camera. Tale formula elettorale trovò la sua applicazione nelle elezioni del 1924. La costituzionalizzazione del Gran consiglio del fascismo, che fino ad allora era stato un semplice organo interno al partito fascista. Il Gran consiglio aveva il compito di formulare una lista unica di candidati da sottoporre all'approvazione del corpo elettorale: fu così istituito il sistema plebiscitario, che si concretizzò nelle elezioni del 1929 e in quelle del 1934. Il nuovo ruolo assunto dal Gran consiglio fu sintomatico della stretta relazione fra organi costituzionali e partito. L'istituzione, nel 1939, della Camera dei fasci e delle corporazioni, che sostituì la Camera dei deputati: la definitiva rimozione di ogni carica elettiva portò alla scomparsa degli ultimi simulacri dello stato pre-fascista. I componenti del nuovo organismo erano i membri del Consiglio nazionale del partito fascista e quelli delle corporazioni; il suo rinnovamento era regolato da semplici avvicendamenti nelle cariche.

Il nuovo sistema inizialmente non aveva le caratteristiche del regime totalitario, ma con il passare degli anni mostrò di voler andare in quella direzione, portando ad una sempre maggiore pervasività del ruolo dello stato nel tessuto sociale. Il totalitarismo non fu raggiunto in quanto il re manteneva, seppur formalmente, il vertice del potere statale e la facoltà di revocare il capo del governo (facoltà che il re Vittorio Emanuele III esercitò il 25 luglio 1943).

Periodo costituzionale transitorio Il 24 luglio 1943 fu convocato, dopo alcuni anni, il Gran Consiglio del Fascismo. All'ordine del giorno vi era la mozione del gerarca Dino Grandi, con la quale si chiedeva al re di riappropriarsi della sua facoltà di comandante in capo delle forze armate. Vittorio Emanuele III colse allora l'occasione per licenziare il capo del governo, Mussolini, e farlo arrestare. Nominò in sua sostituzione il maresciallo Pietro Badoglio. Era il 25 luglio 1943: si aprì il cosiddetto periodo costituzionale transitorio. Il successivo 8 settembre fu firmato l'armistizio con gli Alleati.

Questo periodo si articolò in tre passaggi: fase della liberazione dal nazi-fascismo (8 settembre 1943- 25 aprile 1945); fase dell'ordinamento provvisorio (25 aprile 1945 - 2 giugno 1946); fase costituente (2 giugno 1946 - 1º gennaio 1948).

La liberazione Durante la fase della liberazione, l'Italia divenne un paese a sovranità limitata con due stati: il Regno del Sud, sotto la tutela degli Alleati, e la Repubblica Sociale Italiana, sotto tutela della Germania nazista. Fino al febbraio 1944 una parte del Paese fu direttamente governato dagli Alleati tramite l'AMGOT.

Ordinamento provvisorio Dopo la caduta del regime vi furono diversi elementi di discontinuità come i partiti rappresentati nel parlamento, classificabili tutti come espressamente antifascisti. Il re delegò i propri poteri al figlio Umberto, come luogotenente del regno. Conclusa la guerra, ci si dotò di una assemblea legislativa non elettiva, la Consulta Nazionale. L'influenza degli USA fu decisiva sia per la ripresa economica (piano Marshall), che per il consolidamento delle forze democratiche nel sistema partitico. Fase costituente

Nel giugno 1946 inoltre, per referendum istituzionale, l'Italia divenne una Repubblica a cui seguì un'assemblea costituente e l'elaborazione di una nuova costituzione entrata in vigore nel 1948.

Le forze politiche che ricevettero il maggiore consenso elettorale furono i tre partiti di massa esistenti a quel tempo in Italia: DC, PSI e PCI. La costituzione italiana era simile alle altre sviluppatesi in Europa in quell'epoca: lunga, con una prima parte dedicata ai diritti civili, politici e sociali, e una seconda parte che avrebbe descritto e regolato la Repubblica parlamentare italiana.